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Il Muro del Rimpianto – The OA: da successo assicurato a gioiello dimenticato

Ogni narrazione è un percorso, una strada che ci accompagna attraverso luoghi nuovi e inesplorati. Fruirne è come viaggiare: all’immobilità fisica contrapponiamo un moto immaginativo. Non c’è in fondo molta differenza tra chi viaggia e chi si mette di fronte a una storia: ci sarà chi ha più l’attitudine del viandante, chi del pellegrino, chi dell’esploratore, ma poco cambia. Ogni volta che ci troviamo dentro a una narrazione nuova, dunque, che sia letteraria, filmica o seriale, ci stiamo incamminando lungo un sentiero sconosciuto e non sappiamo cosa ci attenda. Seguendo il paragone, l’elemento che più si lega al nostro ruolo di spettatori è il bivio. O meglio, la potenzialità del bivio. In questo concetto risiede il nostro più grande potere di fruitori: noi siamo sì, in parte, passivi nell’esperire quella storia, ma siamo attivi nell‘immaginarne possibili deviazioni. Con le serie questo poi capita spesso: finisce un episodio sul più bello e noi ci chiediamo, almeno fino alla visione di quello successivo, quale possibile strada prenderà la storia, a quale opzione cederà la narrazione. Quando poi scopriamo cosa accade, ecco che una delle strade che ci si erano prospettate nella mente viene come sbarrata da un muro. Talvolta non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma altre non riusciamo a togliercelo dalla testa: eccolo lì a privarci del diritto di intraprendere quella strada, di scoprire quel mondo, di dare quel senso alla storia. É in momenti come questo che si fa largo in noi il rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non sarà. Andiamo avanti – viandanti, pellegrini o esploratori – lungo la via di quel racconto, ma nella testa torna spesso un pensiero, un’immagine: il Muro del Rimpianto.

Questo è l’amaro destino di cui è stata vittima la serie Netflix The OA: costretta a essere rimpianta dai suoi fan anno dopo anno a causa di una cancellazione ingiusta, il cui unico risultato è stato quello di recidere per sempre ogni possibilità per noi spettatori di ottenere delle risposte. Ci è stata preclusa la scelta di intraprendere la strada della conoscenza e dello stupore, che si era rivelata una valida amica durante la visione della prima e della seconda stagione di questa serie creata da Brit Marling e Zal Batmanglij.

Coloro che hanno amato questa avventura così complicata e misteriosa, che rompe tradizioni e visioni di certezza susseguitesi negli anni, sanno bene che The OA non è soltanto una serie tv; è un’esperienza mistica che chiede allo spettatore solo una cosa: di fidarsi. Soltanto chiudendo gli occhi e porgendo la mano alla protagonista riusciamo a farci travolgere dagli eventi in modo tale che essi tocchino ogni nostro senso. All’inizio quei cinque famosi movimenti potranno farci ridere, persino far pensare è ridicolo!, ma la verità è che in poco più di cinque episodi ognuno penserà di voler imparare questa danza così carica di significati e di sensazioni.

The OA

The OA sfida la volontà, proprio come Lost, sottolineando quanto essa sia un aspetto fondamentale dell’essere umano. La volontà che, mossa dalle sensazioni più profonde e personali che gli individui provano gli uni nei confronti degli altri, determina quei legami destinati a esistere in ogni dimensione della storia.

È ciò che accade tra Prairie e Homer. La parentesi quasi onirica in cui il ragazzo vive una realtà storica all’interno della quale si definisce viandante alla ricerca di una Lei lo rende l’Odisseo della vicenda in tutto e per tutto. Lui è destinato a percorrere la via più lunga prima di fare ritorno. La tensione al nostos – alla nostalgia causata dal desiderio di tornare a casa – è evidente poiché in lui si attanagliano da un lato la tensione di conoscenza e di ricerca incarnata dal Dottor Roberts e dall’altro la condizione di perdita e allontanamento da sé e dalle cose più care avvertita da Homer stesso. A questi richiami mitologici si mescola così il legame primordiale tra lui e OA, due starcrossed lovers che si cercano all’infinito ricordando sensazioni, sapori, odori della loro vita insieme. Guardando crescere la loro storia proviamo commozione, gioia ma ne avvertiamo anche la tenacia, la volontà di ritrovarsi.

Eppure, la volontà unita a una cieca speranza non sono state abbastanza per garantire a noi pubblico il rinnovo di The OA per una terza stagione.

Per la stagione che con ogni probabilità avrebbe illuminato i dubbi e le incertezze lasciate aperte dalla seconda dimensione. Purtroppo The OA è un’opera monca e abbandonata a se stessa. Gli unici passi avanti sono teorie e domande poste dai fan agli stessi creatori. Teorie che tuttavia non vedranno mai i riflettori o le camere da presa di un set tanto rimpianto.

La rabbia e la delusione sono indescrivibili, poiché nonostante il suo essere perfetta, ragionata, indagata fin nel dettaglio, The OA inizia ad appartenere a quelle serie gioiello dimenticate in un catalogo forse troppo pieno di progetti decadenti ma baciati dal “dio danaro”. È il caso di 13 Reasons Why che ha continuato a partorire stagioni atte a degradare il prodotto di Jay Asher e noi spettatori vittime di archi narrativi mortificanti.

Alle nostre spalle lasciamo una Prairie svenuta dopo il salto, che questa volta non ha accanto solo l’insidioso e astuto Hap ma anche Steve. Poetico è il richiamo al season finale della prima stagione chiusasi con il ragazzo che, disperato, rincorre l’ambulanza senza mai arrivare a toccarla. Ma alla fine della seconda stagione, nella terza dimensione che sembra essere la nostra realtà, Steve riesce, correndo a perdifiato, ad aprire lo sportello della macchina in corsa e a raggiungere l’Angelo Originale per proteggerla. Non ci è dato però sapere cosa accadrà, possiamo solo immaginarlo ancora e ancora. Possiamo solo avanzare delle ipotesi e porre quesiti: la terza dimensione sarà davvero la nostra dimensione? In che modo Karim è il fratello di OA? Perché lui è l’unico che la Casa abbia accolto? Che legame si cela tra Karim e Rahim? Chi dei ragazzi, oltre a Steve, è riuscito a raggiungere Prairie? Lei e Homer potranno mai rincontrarsi? E Pierre Ruskin?

Anche solo un istante basterebbe a suscitare altre domande che avrebbero dovuto essere la risposta al grande quesito: perché continuare a produrre questa serie? È lampante il perché, ma forse per alcuni non era abbastanza.

The OA è un viaggio nella mente e nell’anima dell’essere umano: un viaggio fondamentale.

The OA

A rendere interessante e inimitabile questa storia non sono soltanto le strutture narrative che mistero dopo mistero attraggono chi guarda, ma è la capacità di unire filosofia e religione, realtà e fantascienza affinché ognuno intuisca che «qualunque mente umana contiene un Multiverso, centinaia di sentieri che si uniformano e che sono dentro di noi. In ognuno di noi c’è questo seme». Hap giunge a questa conclusione mutilando e uccidendo: lui è il filosofo ma è anche lo scienziato mosso dalla sete di conoscenza, colui che deve avere delle prove per credere, per avere speranza. In lui si agita la spasmodica paura della morte che tutti provano almeno una volta nella vita. Ma questa paura che lui cerca di soffocare con un sapere scientifico gli impedisce di avere fede, di avere con sè l’unica cosa necessaria per capire e per abbracciare i tanti sé. La prova la abbiamo quando Nina/Prairie lo interroga nella 2×07 della seconda stagione.

Noi abbiamo fede

The OA – 2×08

Gli dice OA alla fine, una frase diretta che tuttavia marca la differenza tra Hap e tutti gli altri. Attraverso la cieca fede che muove Scott, Renata, Homer, Rachel e che accompagna Buck, French, Steve, BBA e Jesse specialmente durante la seconda stagione si intuisce che tutti loro non hanno paura della morte. Sono viaggiatori mossi da altri intenti, dal desiderio di incontrarsi. Si evince così lo scontro secolare tra fede e scienza che sottende alla storia, ma che emerge lampante solo in alcune battute. È questo è solo un piccolo frammento che dimostra l’impegno e la bellezza convogliati in un’opera che meritava di essere conclusa degnamente.

Pensiamo inoltre agli ultimi istanti di Visione d’insieme, ottavo e ultimo episodio della serie. Nel momento in cui Hap e OA giungono nella terza dimensione il dottore dice di chiamarsi Jason Isaacs e sente la troupe chiamare OA con il nome dell’attrice e produttrice dello show, Brit Marling. Questo è uno dei momenti in cui avvertiamo i brividi lungo la schiena, sgraniamo gli occhi poiché è difficile credere a ciò che sta accadendo. In pochi istanti realizziamo di aver assistito a una decisione rivoluzionaria che va persino oltre la rottura della quarta parete. Realtà e finzione si fondono l’una nell’altra causando confusione e incertezza, poiché gestire uno show in cui quest’ultimo diventa letteralmente la realtà trasforma la serie fantascientifica in uno pseudo documentario che mette tutto in discussione, sfidando ancora di più il dato realistico e scientifico. O meglio, avrebbe trasformato e sfidato…

Sapendo questo la rabbia cresce a dismisura poiché non potremo mai essere testimoni dell’evoluzione della rischiosa ma valente sceneggiatura di The OA.

The OA

Non è giusto! ecco la frase che si ripete come una litania nella mente per giorni e mesi. Volendo infierire ancora in questa piaga insanabile bisogna considerare che non solo non potremo avere la certezza che Homer sia vivo e pronto a ricongiungersi con Prairie, ma che non avremo nemmeno la possibilità di commuoverci godendo del ricongiungimento tra lei e i ragazzi. Scompare così la possibilità per Buck e gli altri di rivederla, riabbracciarla, ringraziarla dopo tutto ciò che hanno affrontato nella loro dimensione. Per non parlare della storyline di Karim. Alla CURI tutti sognano il suo volto poiché è una figura centrale negli eventi futuri, eventi che restano oscuri così come il mistero della casa a Nob Hill, ossia letteralmente la chiave di volta per le nostre risposte, la finestra sulle dimensioni.

Vi è però un altro aspetto importante da considerare: The OA è un viaggio necessario. Il fatto che la serie sia stata cancellata e che forse non ne vedremo mai la fine non deve bloccare gli spettatori. Guardatela, spesso le serie più belle cadono nel dimenticatoio proprio perché la fama della loro cancellazione le precede facendo credere che non fossero all’altezza di qualche strano standard veicolato dalla massa. Ma l’aspetto paradossale è che The OA è la massa, parla di ognuno perché, come è già stato detto, cerca di esplorare gli aspetti più intimi dell’individuo, comprenderne la natura che lega tutti e che rende il mondo e l’Universo il mistero che ancora oggi cerchiamo di svelare. The OA intrattiene, appassiona ma è anche una grande fonte di conoscenza e il fatto che non potremo vederne la fine resta e resterà un dolore immenso.

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Written by Anastasia Gervasi

Amo leggere e, anche se sono consapevole di non poter superare il record di libri letti da Rory Gilmore (qualcuno può?), sono certa di aver visto più serie tv di lei. Sin da bambina ho sempre amato le storie (okay forse quelle horror un po' meno) e ho sempre voluto parlarne, specialmente dopo averle conosciute grazie a serie tv avvincenti e ricche di feels e angst. Sono cresciuta con i telefilm di Buffy e FRIENDS e ho capito che, come gli amici di tutti i giorni, anche loro sono dei buoni compagni di vita. Ho incontrato personaggi che mi hanno ispirata e mi hanno spinta a migliorare come persona, trasmettendomi anche una carica di adrenalina pazzesca. Sono storie che ti portano ad imboccare una strada, in parte, ancora sconosciuta. Io spero che la mia sia tanto bella, avvincente e avventurosa quanto quella delle mille storie che ho letto e visto in questi anni. Per il resto mi affiderò al Carpe diem di Orazio.

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