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Gomorra 3 – ANTEPRIMA MONDIALE 3×01 e 3×03: le nostre impressioni sui due episodi

Gomorra
Gomorra

Così come l’orizzonte non è la fine del mare, la notte non è la fine del giorno. Quest’ultimo si illude soltanto di poter finire, ma ogni mattino è condannato a incontrare il proprio respiro.
Condannato, per sempre, a vivere (“Doomed To Live”, come spiega il titolo del brano dei Mokadelic).

La melodia di Gomorra è una traccia sottesa, flebile alla nascita, che segue una progressione fino a crescere e occupare prepotentemente il cilindro di luce dei proiettori, diventando protagonista.
Nel primo e nel terzo episodio della terza stagione di Gomorra, Doomed To Live dei Mokadelic racconta più che una sensazione, più dell’immersione climatica che inquieta e poi d’un tratto stempera, in un vortice prima ossessivo e poi liberatorio che somiglia tanto a quello della vendetta.
Il brano usa basso e melodia come disegno delle due controparti che tirano l’ormai cortissima corda del tempo: vecchia e nuova generazione.
Il basso duro, spesso e costante, “possiede” la scena fino all’insidiare della melodia, che emette l’acuto sottile e sporadico che annuncia la resurrezione della propria identità, fino a diventare, appunto, un’angosciante progressione che esplode nel finale di puntata, scavalcando il basso.
Genny nella prima puntata e Ciro nella terza sono i soggetti di questa insurrezione lenta e violenta, esplosa in entrambi i casi, appunto, in un finale di episodio in crescendo.

Riprendendo esattamente da dove ci eravamo fermati, il tandem alla regia formato da Claudio Cupellini e Francesca Comencini tiene fede allo stile dei predecessori, azzardando perfino qualche piacevole novità. Queste si intrecciano delicatamente con un valore simbolico utile ad arricchire un movimento di camera altrimenti asettico. È così che il piano sequenza in soggettiva, marchio caratteristico della struttura registica di Gomorra, non si limita più a “seguire” il soggetto, ma parte da una premessa: la “cattura” dello stesso. Sarà quindi solito notare come, nel “nuovo Gomorra”, l’occhio dello spettatore sarà orientato verso una visione che va dal generale al particolare quasi sempre, in contrapposizione soltanto alle riprese dall’alto della strada che di tanto in tanto fanno da firma in calce, come a voler “abbandonare” lo scenario in chiusura di puntata. Raffinata è anche una successione di simmetrie presente nel primo episodio, che vede Genny protagonista.
Seppure bisognerà aspettare ancora per capirne il reale valore identitario, l’immediatezza espressiva del nuovo innesto (il personaggio di Enzo O’Taleban) lascia presagire un’interessantissima introduzione a nuovi paradigmi comunicativi noti nel panorama delle produzioni internazionali (la struttura della banda dei “talebani” fa l’occhiolino al modello Sons of Anarchy).

Gomorra 3 Enzo

I due episodi di Gomorra sono, a loro diverso modo, due chiusure dei conti definitive col passato per i rispettivi protagonisti di puntata.
Per Genny nella prima, la scelta di non essere più il vicario di un Re che “vedeva morti ovunque”, reo di aver ormai smesso di ricordare, diventa un cumulo di azioni indigeste per la coscienza, la quale sembra essere quasi somatizzata dalla musica, col tintinnio monotonale che cade persistente, come una goccia in un vaso ormai pieno. Fino a esplodere nella melodia consueta, quando si libera del peso di aver pareggiato il conto dei sacrifici con sua moglie Azzurra.

Per Ciro la questione è lievemente più complessa. Lui il passato ha già provato a cancellarlo, ma la distanza non occulta l’identità.
Nell’universo di Gomorra, sono le azioni dirette a rattoppare una superficie di te per riscriverci sopra. Così, per lui, il tintinnio dell’immortalità, quello di chi è per definizione “condannato a vivere”, comincia a suonare nel momento in cui l’Immortale realizza il transfert necessario per accettare il passato. Sarà un nuovo personaggio, per quanto fugace, a rappresentare la riconciliazione con l’io soppresso di Ciro. Così, ancora, la melodia viene sbloccata nel momento della beata illusione del riscatto. Nel momento che rappresenta il parallelo a ciò che è stato, ma che non potrà mai cambiare l’immortalità di una scelta sbagliata.

Gomorra 3

Viene da chiedersi se Don Pietro non si fosse sbagliato, alla “fine di quel giorno”. Perché il giorno non finisce, ma si illude di poterlo fare. Eternamente.
L’inizio del giorno altro non è che la sineddoche dell’immortalità; solo questo.
L’inizio del giorno è tutto qua. Tutto qua.

 

Ringraziamo Sky Atlantic per l’invito all’anteprima internazionale, che mi ha permesso di avere un confronto diretto con molti dei protagonisti della Serie.
Avendo avuto la possibilità di confrontarmi anche con Marco D’Amore su quanto visto, riporto testualmente quella che è stata la sua gentilissima rivelazione di un piccolo retroscena:

  • “Marco, nell’ultimissima battuta che chiude la terza puntata, volevo sapere quanto ci fosse del riscatto necessario a Ciro per l’errore commesso con sua figlia.”
  • M: “Hai già capito? Beh, anzitutto riscatto credo non potrà mai esserci per Ciro, ma sicuramente appunto c’è stata una sostituzione. Ciro viene preso da un bagliore interiore in quel momento, e a questo punto ti svelo una cosa: quell’ultima battuta non c’era, è stato quasi un riflesso il mio, ricordando quelle che sono esattamente le ultime parole di Ciro rivolte a sua figlia. Uard ccà, m’ sta venenn a chiagner.”

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Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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