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La Rana e lo Scorpione

Game of thrones
Cersei Lannister

Esopo. 883. Game of Thrones.

Cosa mai potrebbero avere in comune un antico scrittore greco, una band italiana anni ’90 e una delle serie TV più amate di sempre?

Di base nulla, visto che parliamo di arti, epoche e finalità totalmente diverse. Ciò nonostante tutti e tre hanno reinterpretato a loro modo i comportamenti umani. Sì, non soltanto Esopo con le sue favole e Game of Thrones attraverso la sua narrazione fantasy ma sempre estremamente realistica: anche gli 883 si sono fatti portavoce del pensiero di più generazioni.

Ma questo collegamento, da solo, non basterebbe a tracciare un iter che parte (forse) dall’antica Grecia, passa per i palazzetti italiani e giunge fino ai Sette Regni. Anzi, fino a dentro le mura di King’s Landing. Troppo vago e troppo generalizzante creare un parallelo sulla base del semplice “parlano dei comportamenti umani”. Già più indicativo sarebbe affermare come tutti e tre abbiano analizzato in maniera originale l’ineluttabilità della natura umana. A partire dalla rivisitazione della stessa favola.

Il destino può mutare, la nostra natura mai

Serie Tv

La rana è lo scorpione è una favola attribuita a Esopo, per quanto persistano i dubbi riguardo alla sua paternità. Alla maggior parte di noi, molto probabilmente, ricorda uno dei testi più struggenti di Max Pezzali, ai tempi degli 883. Entrambe, pur partendo da un contesto totalmente altro, hanno messo in risalto l’immutabilità degli istinti degli individui.

Lo stesso Schopenhauer ha sottolineato la necessità di prendere atto di quello che siamo e, sulla base di questo, attendere ciò che il destino ha in serbo per noi. In Game of Thrones, di questa concezione filosofica, ne ha fatto tesoro Cersei Lannister. D’altra parte il suo percorso verso il trono dei Sette Regni – o, visto da un’altra prospettiva, verso la decadenza morale – è stata la graduale e inevitabile accettazione di quella che è la sua natura. La sua vera natura.

Nel corso delle stagioni di GoT abbiamo creduto, a torto, che Cersei fosse in balia degli eventi. La morte dei figli, l’uccisione del padre per mano dell’odiato fratello sono solo alcuni step di quelli che avrebbero portato un personaggio borderline, non completamente malvagio e distante dalla follia sorda di un Joffrey, a diventare il mostro che conosciamo. In realtà il mostro è sempre stato parte di lei. E lo scopriamo quando essa stessa confessa di aver fatto uccidere Robert Baratheon.

La svolta, ovvero la presa d’atto schopenhaueriana è rappresentata dal walk of shame. Il momento in cui Cersei avrebbe dovuto purificarsi l’anima da tutti i suoi peccati si è rivelato essere, in realtà, quello in cui ha abbracciato sè stessa. Da lì in avanti non si è più preoccupata di nascondere la sua vera natura, le sue reali aspirazioni al trono (ottenuto a scapito di un figlio e di buona parte dei suoi alleati/rivali, bruciati dall’Altofuoco), la sua storia incestuosa con Jaime.

Lo scorpione doveva attraversare il fiume; così non sapendo nuotare, chiese aiuto alla rana: – “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”- La rana rispose: – “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” -“Per quale motivo dovrei farlo” – incalzò lo scorpione – “Se ti pungo tu muori e io annego!”- La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.

A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto.

-“Perché sono uno scorpione…” – rispose lui.

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Esopo, o chi per lui, ha ideato la storiella per tramandare ai posteri una morale. Max Pezzali l’ha rivisitata per parlare della piaga della droga (e di come, nella fattispecie, un suo amico ci sarebbe anche morto). Game of Thrones l’ha addirittura messa in scena, nell’episodio finale dell’ultima stagione. Naturalmente, a questo punto, è superfluo aggiungere chi sia lo scorpione.

Di fronte a una minaccia orribile, pericolosa e tangibile come quella dei White Walkers non dovrebbero più esistere prede e predatori, guerre civili e guerre per il trono. Jon Snow ha sottolineato più volte la necessità di fare fronte comune al cospetto di un nemico che ha la capacità di poter spazzare via tutti e sette i Regni (e ancora non sa dell’Ice Dragon, aka Viserion).

Ciò significa che anche Cersei diventa funzionale alla sopravvivenza della specie umana. Anche il nemico per antonomasia deve diventare alleato. Per far sì che cio avvenga, è necessario che la regina abbia contezza di chi o cosa siano gli Estranei. A questo scopo adempie il White Walker catturato e lasciato in vita proprio per mostrarlo all’incontro con cui si apre il season finale.

L’idea suscita l’effetto sperato. Al netto della riluttanza iniziale, Cersei ha piena consapevolezza della minaccia rappresentata dai Non Morti. E, probabilmente, ne ha anche paura. Ma lei è uno Scorpione. E la Rana – in questo caso Jon, Daenerys e quanti si sono fidati della sua parola – ha commesso l’errore di sottovalutare la sua vera natura.

Ma La Rana e Lo Scorpione non insegna soltanto questo e Game of Thrones lo sa bene.

La favola di Esopo non è solamente un monito riguardante l’ineluttabilità della natura umana. Essa si sofferma anche sulle conseguenze dell’agire seguendo i nostri istinti. Non è, infatti, soltanto la rana a rimetterci la vita, ma lo stesso scorpione va a fondo con lei.

A tal proposito ci viene in soccorso sempre Schopenhauer: “Il destino mescola le carte e noi giochiamo“. Finora, nel perseguire i sui scopi, Cersei ha beneficiato della buona sorte e chissà che non sia proprio il suo ultimo inganno a cambiare le carte in tavola. Lo scopriremo nella prossima stagione consci che, qualunque fine il destino le abbia riservato, Cersei Lannister resterà fino in fondo uno Scorpione.

Leggi anche – Cersei Lannister: la madre perduta

Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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