ATTENZIONE! L’articolo potrebbe contenere SPOILERS dei primi tre episodi della serie tv Furious.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Per decenni il thriller e l’horror hanno costruito il mito del serial killer quasi esclusivamente attorno a figure maschili. Da Norman Bates a Hannibal Lecter, fino ai più recenti protagonisti della serialità televisiva. Quando è una donna a occupare quel ruolo, invece, il racconto tende spesso a sovvertire le aspettative del pubblico. Solo recentemente, televisione e cinema hanno iniziato a esplorare questa prospettiva con maggiore frequenza. Proponendo spesso personaggi che sfuggono agli stereotipi della femme fatale o della folle omicida.
Serie come Killing Eve hanno ridefinito il concetto di assassina seriale attraverso il carisma imprevedibile di Villanelle, trasformandola in un’antagonista tanto affascinante quanto disturbante. Mentre Yellowjackets ha raccontato come il trauma possa diventare il detonatore di una violenza collettiva tutta al femminile. Anche il cinema ha contribuito a questo cambio di prospettiva con titoli come Pearl di Ti West, che utilizza il genere horror per costruire il ritratto psicologico di una donna divorata dalle proprie ossessioni. Oppure il meno recente Monster, in cui la storia vera di Aileen Wuornos diventa un’indagine sul rapporto tra emarginazione, abuso e criminalità.
Nel panorama sempre più affollato del crime televisivo, trovare una serie capace di sorprendere senza affidarsi ai soliti artifici è diventato raro. Furious, la nuova miniserie creata da Elizabeth Meriwether (The Dropout, Dying for Sex), ci riesce scegliendo una strada molto scomoda. Trasformare la caccia a un serial killer in una riflessione sul trauma, sulla violenza di genere e sui limiti della giustizia istituzionale. Disponibile su Disney+, la nuova miniserie creata da Elizabeth Meriwether prende le mosse da un classico schema investigativo per costruire qualcosa di più ambizioso.
I primi tre episodi chiariscono immediatamente che Furious non vuole essere il classico procedural.
La serie prende soltanto spunto dal film Black Widow del 1987 per costruire qualcosa di profondamente diverso. Un racconto contemporaneo che dialoga con un presente segnato dalle conseguenze del movimento #MeToo, dagli scandali legati agli abusi di potere e dalla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni chiamate a proteggere le vittime. Il risultato è un thriller teso, cupo e ricco di sfumature morali, sostenuto soprattutto da due protagoniste che finiscono per diventare il vero motivo d’interesse dell’intera operazione.

La storia ruota attorno ad Alice Black (Emmy Rossum), ex detective del dipartimento di polizia di New York oggi impiegata nell’FBI dopo aver denunciato il fidanzato violento, anche lui agente. Quando una serie di omicidi colpisce uomini apparentemente rispettabili, le indagini conducono verso Catherine (Lola Petticrew), una donna che sembra scegliere con estrema precisione le proprie vittime. Da qui prende forma un confronto che ci riporta alla mente quello protagonista nella serie tv Killing Eve (annunciato il prequel). Furious preferisce infatti lavorare sulle zone grigie, costruendo due figure profondamente segnate dal passato e accomunate, seppur in modi molto diversi, dalla violenza che hanno subito.
Furious utilizza il linguaggio del thriller per raccontare soprattutto le conseguenze psicologiche della violenza, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione.
La serie non cerca di giustificare le azioni della sua assassina, ma invita continuamente lo spettatore a interrogarsi sulle ragioni che l’hanno portata a diventare ciò che è. La scelta più interessante della serie è proprio questa. Non chiedere allo spettatore chi abbia ragione, ma fino a che punto sia disposto a comprendere entrambe le protagoniste. Catherine viene introdotta come una figura inquietante, metodica e spietata. Eppure episodio dopo episodio emergono frammenti di un passato che rendono impossibile liquidarla come una semplice villain. Allo stesso modo Alice è lontanissima dall’eroina impeccabile. Siamo di fronte a una donna spezzata, traumatizzata, che fatica a distinguere la propria ricerca della giustizia dalla necessità di elaborare un dolore mai davvero superato.
I delitti sono duri, spesso disturbanti, ma non diventano mai il vero centro del racconto. Il cuore della serie resta l’impatto che determinati sistemi di potere esercitano sulle persone e il modo in cui il trauma continua a deformare identità e relazioni. Emmy Rossum offre probabilmente una delle interpretazioni più intense della sua carriera recente. La sua Alice vive costantemente in uno stato di tensione emotiva che l’attrice restituisce senza ricorrere a facili esplosioni melodrammatiche. Lo sguardo, i silenzi e una fisicità sempre trattenuta raccontano molto più dei dialoghi. Al suo fianco Lola Petticrew costruisce una Catherine enigmatica e magnetica, capace di alternare vulnerabilità e freddezza con sorprendente naturalezza.

In questo scenario, New York diventa un luogo ostile e privo di qualsiasi romanticismo. È una città attraversata da istituzioni incapaci di garantire sicurezza, dove il potere continua a proteggere sé stesso e le vittime vengono sistematicamente dimenticate.
Non tutto, però, funziona con la stessa efficacia. Nei primi tre episodi la sceneggiatura accumula numerosi filoni narrativi e una quantità considerevole di temi – violenza domestica, traffico di esseri umani, corruzione istituzionale, abuso di potere, trauma psicologico – rischiando talvolta di appesantire il ritmo. Alcuni passaggi sembrano voler anticipare sviluppi futuri più che valorizzare il presente della narrazione, mentre certi personaggi secondari restano ancora abbozzati. È un prezzo che la serie paga per costruire un universo narrativo estremamente ambizioso.
Eppure proprio questa ambizione rappresenta anche la sua forza. Furious rifiuta la rassicurazione del thriller tradizionale e mette continuamente lo spettatore nella posizione più scomoda possibile. Ovvero quella di interrogarsi sulla differenza tra giustizia e vendetta, senza offrire risposte semplici. La rabbia evocata dal titolo non è soltanto quella delle protagoniste, ma quella di un sistema che ha normalizzato per troppo tempo determinate forme di violenza.
Dopo tre episodi, Furious si conferma una delle novità più interessanti dell’estate televisiva. È una serie cupa, emotivamente impegnativa e tutt’altro che consolatoria, ma proprio per questo lascia il segno. Se il resto della stagione riuscirà a mantenere l’equilibrio tra introspezione psicologica e tensione narrativa mostrato in questo esordio, Disney+ potrebbe avere tra le mani uno dei thriller più significativi dell’anno.






