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Lost aveva un cuore che From non avrà mai. Grazie soprattutto ai suoi personaggi

Boyd Stevens, il protagonista di From

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Sia chiaro fin dall’inizio: questo non è un articolo che intende sminuire il valore di From, affatto. Perché From è una serie che vale parecchio, oggi. Forse non quanto avrebbe potuto, e ci arriveremo. Ma molto più di quanto ci si possa aspettare oggi da un mystery drama che procede da quattro stagioni sulla lunga e tortuosa strada dello slow burn. Quindi della costruzione lenta, costante, coerente soprattutto con le premesse iniziali.

Questo, in fondo, è il merito principale di una serie che sta venendo fuori nel tempo, dando il meglio di sé più nel grande disegno generale che nei passaggi interlocutori. La terza e la quarta stagione, in particolare, stanno evidenziando come From abbia un controllo assoluto della sua narrazione, pur avendo premesse che potrebbero sfuggire facilmente di mano. Ancora di più oggi, dopo aver ottenuto un successo globale per molti versi imprevisto all’inizio.


From sa da dove è partita, dove sta andando e dove arriverà.

Sophia in From tra le serie tv su Hall of Series DISCOVER
Credits: MGM+

Lo farà alle sue condizioni, senza cedere in alcun modo al fanservice e all’assecondamento delle logiche contemporanee della serialità. Al contrario, è un’opera fuori dal tempo che ha piegato l’algoritmo alle sue regole, mostrando personalità e audacia in ogni passaggio del suo racconto.

Pur senza scadere in considerazioni troppo personali, chi scrive tutto ciò è rientrato a lungo nella schiera dei detrattori. Di chi ne ha sottovalutato il valore per anni, pur riconoscendo ancora oggi i suoi limiti più evidenti su ogni fronte. Di chi, in particolare, andava spesso a parare nella considerazione più fisiologica che una serie come From possa ricevere: “Niente male, ma Lost era un’altra cosa”. E proprio questo è il punto: sì, Lost era un’altra cosa.

From ne ha raccolto l’eredità a modo suo, con una sua identità distinta. Arrivando addirittura a superarla sul piano della gestione della mitologia che sta generando, pur non essendo altrettanto magnetica.

From sa dove sta andando, mentre Lost ha finito per perdersi nel tempo, limitata da una grandezza divenuta ingestibile almeno fino alla penultima stagione. La stagione finale e l’ultimo (controverso) atto, ancora oggi frainteso dai più, riuscirono poi a chiudere il cerchio straordinariamente bene, ma quella è un’altra storia. Così come non risponderemo oggi a un quesito come avevamo già affrontato nell’ormai lontano 2023, anticipando la sua ascesa successiva: From è davvero l’erede di Lost? Vincenzo Galdieri rispose di sì, chiaramente. Un anno dopo, invece, Emanuele Di Eugenio si fece un’altra domanda: From rischia di cadere nelle stesse trappole in cui era incappata Lost? Anche in quel caso, la risposta fu esplicativa.

Rileggendo oggi questi due articoli, tuttavia, si coglie ancora di più il valore attuale di From e in cosa stia riuscendo meglio rispetto a Lost: i dubbi sul fatto che avrebbero risolto coerentemente e senza buchi di trama abnormi i quesiti sono ormai alle spalle, dando ulteriore sfoggio delle già evidenziate qualità più nobili di questa serie.

Tutto ciò non è solo la premessa, né un modo per mettere le mani avanti: sono aspetti fondamentali per classificare From. Per molti versi fuori scala nel panorama attuale, pur dovendosi confrontare costantemente con lo “spettro” di una delle migliori serie tv di tutti i tempi.

Nonostante ciò, Lost è e sarà sempre un’altra cosa. From è un’ottima serie, ma rimarrà sempre in secondo piano negli inevitabili paragoni.

Non diventerà mai una delle migliori serie tv di tutti i tempi. Non lo farà perché i dialoghi di Lost “erano un’altra cosa” e perché le interpretazioni del cast erano ben superiori a quelle a cui ci ha abituato il cast di From, ma non siamo qui per parlare di questo. Evitiamo di mettere tutto ciò sulla bilancia, almeno ora.

Perché sarebbe persino troppo facile fermarsi lì. Sarebbe semplice limitarsi a dire che Lost avesse dialoghi scritti con una cura raffinatissima, personaggi più carismatici e interpreti capaci di dare un peso enorme persino ai silenzi. Tutto vero, certo: parliamo di due serie che si muovono su due livelli diversi. Ma il punto è anche un altro, e riguarda il modo in cui le due serie utilizzano il mistero per costruire il loro racconto.

Questo ci interessa ora più di tutto il resto: From non sarà mai all’altezza di Lost anche perché ha perso l’opportunità per scrivere e sviluppare dei personaggi memorabili. Personaggi che avrebbero offerto una dimensione emotiva diversa alla serie, valorizzando le sue qualità principali con una costruzione più intensa e coinvolgente.

Lost lo fece straordinariamente bene grazie soprattutto all’utilizzo rivoluzionario dei flashback e a una scrittura più attenta delle peculiarità di ognuno dei personaggi, anche i più marginali. Personaggi che ricordiamo oggi ancora più dei misteri cervellotici che ossessionarono il mondo per anni, mostrando come certe dinamiche fossero una cornice per contenere molte altre storie.

From, invece, non si è mai avvicinata a standard del genere: è un mystery persino più riuscito, ma soffre parecchio in tal senso.

julie
Credits: MGM+

La vera domanda da farci, a questo punto, è una: quanto ci siamo legati, davvero, ai personaggi di From? E non si parla solo dei secondari o dei marginali, spesso presi di mira ironicamente all’interno delle nostre pagelle settimanali. Si parla anche di quelli che dovrebbero essere i protagonisti di questa particolarissima saga televisiva.

Parliamo per esempio di Tabitha, di Julie, Donna, Jade e persino dello stesso Boyd, il perno centrale di un racconto che si è fatto via via sempre più corale.

Quanto teniamo a loro rispetto a quanto tenevamo invece a ognuno dei personaggi di Lost, inclusi i marginali?

Tanto, certo: è difficile non empatizzare con loro, vista la situazione tragica in cui si trovano. Ma non quanto ci si potrebbe aspettare oggi, arrivati alla quarta stagione con una trentina di ore di racconto alle spalle.

Questo è il problema principale di From: non è riuscita a regalarci personaggi a cui legarci visceralmente, come invece aveva fatto Lost. Ha fatto scelte narrative molto diverse: legittime e coerenti, ma che finiscono per limitarne il potenziale. Sempre tenendo a mente tutto quello che abbiamo detto prima, ovviamente: è evidente, però, che le impedirà di fare il salto di qualità definitivo che Lost aveva invece fatto fin dalle primissime puntate, arrivando così a dare forza persino alle puntate più spudoratamente filler.

Già, i filler: c’è filler e filler, come abbiamo evidenziato di recente, e Lost ha saputo dare una dignità autoriale eccelsa anche ai numerosissimi episodi riempitivi che ne avevano caratterizzato il percorso.

Lost, in sostanza, utilizzava il tempo per costruire persone: From, invece, lo utilizza spesso per rimandare le risposte, finendo per provocare la frustrazione a cui era ben abituato anche il pubblico di sua “madre”.

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Credits: ABC

Lo fa, però, senza offrire in cambio un percorso intermedio altrettanto appagante. La verticalità convincente di Lost, al contrario, sfruttava al meglio la necessità imperante di coprire oltre venti episodi a stagione con deviazioni costanti. Deviazioni che i flashback personali, l’elemento che più di ogni altro ha reso indimenticabili tutti i personaggi, sviluppavano con storie umane soggettive dalla forte rilevanza emotiva.

Avevamo imparato a conoscere a fondo i personaggi di Lost, permettendoci così di vivere la loro esperienza sull’isola con un’intensità pressoché inarrivabile. Il mistero diveniva così sia la premessa che il punto d’arrivo, ma nel mezzo c’era tutto il resto.

Per From, purtroppo, non possiamo dire altrettanto.

Quanto sappiamo davvero dei protagonisti? Tanto, ma attraversiamo le loro storie senza viverle.

Anche perché dobbiamo affidarci esclusivamente alle loro testimonianze personali, non sempre sorrette da interpretazioni all’altezza e da dialoghi convincenti.

Testimonianze più funzionali alla definizione dell’intreccio globale, dispositivi di trama che concretizzano il racconto ma non lo fanno respirare quanto necessario. E non è nemmeno una questione di minutaggio: From avrebbe avuto tutto il tempo del mondo per scrivere i personaggi mettendoli al centro della nostra esperienza, ma ha scelto di non farlo.

Ha scelto, invece, di concentrare l’attenzione sui tasselli necessari per definire un mosaico intricato, prediligendo l’atmosfera solidissima, la mitologia coerente, il simbolismo ricorrente e l’impressione sempre più forte che tutto ciò, in qualche modo, abbia davvero un senso. Non che Lost non l’avesse, ma conosciamo bene i suoi limiti.

From opta per conversazioni circolari, conflitti ripetitivi, scene di panico o paranoia che non incidono fino in fondo su chi le vive, sottotrame relazionali che sembrano riempitive e momenti in cui i personaggi discutono senza condividere informazioni utili.

Sacrifica l’identità dei protagonisti in nome del grande disegno, perdendosi nelle preziose periferie del racconto.

Per dire: scopriamo solo nella settima puntata della quarta stagione che lavoro facesse Kenny nella sua vita precedente, e va bene così.

Se però si dovesse sovrapporre la sua figura a quella di Charlie, uno che nelle dinamiche di Lost ha avuto un peso simile, viene spontaneo ripensare alla scena di “Not Penny’s Boat e renderci conto di aver vissuto uno dei momenti più iconici di Lost con un trasporto emotivo incredibile, costruito tassello dopo tassello grazie alle deviazioni apparentemente superflue con cui avevamo imparato a conoscere il suo personaggio.

Ribadiamo però quanto avevamo già detto in apertura, onde evitare fraintendimenti: non era solo una questione di scrittura strutturale. Charlie viveva attraverso dialoghi riconoscibili, fragilità continue, rapporti emotivi fortissimi e un’interpretazione capace di renderlo umano anche nei momenti più esasperati del racconto.

Lost trasformava continuamente i suoi personaggi in presenza, non solo in funzione narrativa.

Nella puntata appena citata, invece, Kenny vive un momento in cui la sua vita è in bilico come non mai: un buon momento di televisione, ma non si teme per le sorti del personaggio come invece avevamo temuto per quelle di Charlie. E la differenza è anche qui, se non soprattutto qui: la risoluzione del grande mistero di Fromville ha una centralità totalizzante che mette in secondo piano tutto il resto. Prima di tutto, i personaggi.

Sarebbe stato interessante conoscere meglio i personaggi di From, uno a uno. Le loro vite passate, cosa hanno provato e cosa stanno provando, fino in fondo.

Portarci dentro la loro esperienza, invece di tenerci ai margini alla ricerca degli indizi più disparati. Intravedere un momento di vita ordinaria di Boyd, Donna o di chiunque altro vi venga in mente.

Persino lo stesso Victor, uno di quelli meglio sviluppati, avrebbe tratto grandissima forza da alcune estensioni verticali della sua trama. In quest’ultimo caso saremmo rimasti dentro e non fuori da Fromville, ma la serie non ha mai dato l’opportunità di vederlo attraverso una prospettiva differente.

Jade in From
Credits: MGM+

Nei rari casi in cui l’ha fatto, ne ha tratto forti benefici: giusto alcune puntate fa, abbiamo conosciuto una versione preadolescenziale di Jade in modo diretto e con un ricordo dello stesso personaggio legato alla morte di sua nonna. Al di là del fatto che anche quel passaggio sia centrale e decisivo per la trama principale, è stato interessante vivere quel momento: se in una delle prossime puntate Jade dovesse trovarsi in pericolo, quel momento sarebbe utile per vivere il rischio con un coinvolgimento superiore.

Di conseguenza, avremmo magari guardato con occhi diversi Acosta, perché chissà cosa aveva vissuto in passato. Quanto sarebbe stato bello respirare il mondo intorno a Fromville, là dove viviamo noi. Rimane, invece, “la poliziotta rompiscatole” che crea più di un grattacapo al povero Boyd. Un po’ come abbiamo fatto in Lost con Boone e Shannon, due che non hanno certo scritto la storia di Lost ma che hanno tratto grande tridimensionalità dai rispettivi flashback.

Lost, in pratica, utilizzava il mistero per scavare nei personaggi: l’isola diventava importante perché era importante ognuno di loro.

From, d’altro canto, usa i personaggi soprattutto per portare avanti il mistero.

Ripetiamo: è una scelta coerente. Proietta i personaggi nel loro presente e nella realtà di From, senza spingersi oltre. Concentra l’attenzione su altre peculiarità e le esprime sempre meglio, quindi va bene così. Ma è comunque un peccato, anche perché il grande mistero della serie è sempre più legato ai traumi irrisolti dei singoli personaggi, alle loro paure e alle loro speranze, alla loro spiritualità e a cosa incarni tutto ciò nell’economia dell’intrigo principale.

Viene fuori in gran parte delle nostre teorie, ed è quindi un’occasione sprecata anche per dare un’ulteriore spinta alle migliori qualità della serie: ne avrebbe avuto un gran bisogno, almeno quanto ne ha avuto Lost.

From, dal canto suo, ha dimostrato di sapere gestire il proprio mistero meglio di quanto molte altre serie contemporanee abbiano saputo fare. Probabilmente arriverà davvero dove vuole arrivare, senza perdersi lungo il percorso come accaduto invece a tante opere simili.

Ma non basta questo per rendere immortale una serie. Non se si vuole essere eccezionali, invece di essere “solo” ottimi.

Anche perché il pubblico contemporaneo vive i mystery in modo molto diverso rispetto ai tempi di Lost. Oggi si tende molto meno ad affidarsi alle teorie e alle promesse del puzzle, anche per paura di restarne delusi: si cercano soprattutto personaggi, emozioni e legami che possano sopravvivere persino a eventuali risposte imperfette.

Le grandi serie tv non vivono soltanto di mitologia, intuizioni narrative o costruzioni teoriche impeccabili. Vivono anche delle persone che riescono a metterci accanto lungo il viaggio. E Lost, da questo punto di vista, aveva qualcosa che From non è mai riuscita davvero ad avere: un cuore umano gigantesco, imperfetto e caotico, ma capace di trasformare un gruppo di sconosciuti in compagni di vita televisivi.

From ci ha trascinato dentro un grande enigma, e sarebbe scorretto negare un pregio ormai rarissimo nel panorama contemporaneo: avrà i suoi limiti evidenti, ma è stata molto lucida in tal senso.

Lost, però, ci ha fatto vivere insieme a quel gruppo di naufraghi disperati, anche se alla fine si muore sempre da soli.

A distanza di vent’anni, fa ancora tutta la differenza di questo mondo.

Antonio Casu