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Hokum – La Recensione: il folk horror come metafora del trauma e della colpa

Hokum

ATTENZIONE! L’articolo potrebbe contenere SPOILERS del film Hokum.

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Non avventurarti nel bosco da solo, lo sanno tutti che lì dentro si annidano lupi cattivi e streghe. E nel dubbio segna il tuo cammino, in modo da ritrovare l’uscita, ma attenzione a non usare delle mollichine di pane. Non sono di certo le più consigliate. Il bosco è il luogo del paganesimo, del pericolo, ma anche dell’incontaminato dalla modernità, dove perdersi a volte può anche significare ritrovarsi. Nelle fiabe della nostra infanzia, il bosco è raramente locus amoenus quanto piuttosto il labirinto fisico che porta il protagonista ad affrontare le proprie sfide interiori.

A raccogliere l’eredità di quelle fiabe gotiche di grimmiana matrice non poteva che essere l’horror. Il quale ha dato vita a un sottogenere che ne amplia e incattivisce molti aspetti.

In molte storie di folk horror, un viaggiatore arriva in un villaggio isolato. All’inizio tutto sembra estremamente bizzarro, ma ancora comprensibile. Poi qualcosa cambia. Un rituale, una credenza, un simbolo nascosto nel paesaggio rivelano che quel luogo non appartiene davvero al presente. Il folk horror nasce proprio da questa frattura: l’incontro traumatico tra la modernità e ciò che essa ha cercato di dimenticare. Per questo il folk horror è uno dei generi cinematografici più profondamente legati all’antropologia. Le sue storie non parlano soltanto di mostri o fenomeni soprannaturali, ma del rapporto tra l’essere umano e il sacro, tra la comunità e il territorio, tra il progresso e ciò che il progresso ha relegato ai margini.

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Per poter comprendere bene il film Hokum, diretto da Damian McCarthy e con protagonista Adam Scott (Scissione), bisogna tenere a mente due elementi fondamentali. Il primo è la da dove Hokum tragga origine e spunto. Il secondo è la struttura narrativa del film stesso, esempio perfetto di folk horror calato all’interno di una discussione estremamente contemporanea. Procediamo con ordine, una mollichina di pane alla volta. Seguitemi per questo tratto di bosco.

Una scena del protagonista Ohm nel film Hokum
Credits: Neon

Il folk horror moderno

Se esiste un film che ha definito l’immaginario del folk horror, è probabilmente The Wicker Man di Robin Hardy. La storia dell’investigatore cristiano Edward Woodward che arriva sull’isola di Summerisle per indagare sulla scomparsa di una bambina diventa un confronto tra due sistemi di valori incompatibili. Da una parte la razionalità moderna, dall’altra una comunità che ha costruito la propria identità attorno a rituali pagani e al culto della fertilità.

Il folk horror contemporaneo nasce da una contraddizione.

Da una parte guarda al passato, recuperando miti, superstizioni e tradizioni che sembravano appartenere a un mondo ormai scomparso. Dall’altra racconta paure profondamente moderne: la crisi dell’identità, la perdita del rapporto con la natura, il senso di colpa individuale e il fallimento delle strutture sociali. Uno degli aspetti più interessanti del nuovo folk horror è il progressivo spostamento dalla dimensione collettiva a quella personale.

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Nei film degli anni Settanta, il terrore nasceva spesso dall’incontro con una comunità altra. Gli abitanti di Summerisle in The Wicker Man, i fanatici religiosi di The Blood on Satan’s Claw, i villaggi isolati della tradizione gotica britannica. Il protagonista era un estraneo che entrava in un mondo regolato da leggi sconosciute. Nel cinema contemporaneo, invece, il vero territorio inesplorato diventa spesso la mente del personaggio. Il folklore esterno si intreccia con un folklore interiore fatto di traumi, ricordi rimossi e ferite familiari. Questa evoluzione è evidente in opere come Hereditary di Ari Aster, dove il soprannaturale si lega al concetto di eredità familiare, e in Midsommar, dove un rituale collettivo diventa il catalizzatore di una trasformazione emotiva.

Il protagonista di Hokum, Ohm Bauman, non è uno sprovveduto Hansel, ma uno scrittore disilluso e alcolizzato degno dei migliori protagonisti dei racconti di Stephen King. Alla pari del Mike di 1408, Ohm Bauman è un cinico e un arrogante. Dopo la morte dei genitori decide di raggiungere un remoto albergo immerso nella campagna irlandese, lo stesso luogo in cui i due avevano trascorso la luna di miele, con l’intenzione di disperderne le ceneri. L’hotel custodisce una leggenda legata a una strega che infesterebbe una vecchia suite nuziale, e ben presto la permanenza dello scrittore si trasforma in una spirale di apparizioni, incubi e fenomeni inspiegabili.

Se il folk horror ha spesso raccontato il conflitto tra uomo e natura o tra modernità e antichi rituali, Hokum sceglie una strada leggermente diversa.

Hokum
Credits: Neon

Il folklore di Hokum: la Cailleach e il coniglio

Il folklore non è soltanto un elemento narrativo, ma diventa il linguaggio attraverso cui il protagonista è costretto a confrontarsi con il proprio passato. Le leggende irlandesi, le superstizioni locali e la presenza di una misteriosa strega non rappresentano semplicemente la minaccia da cui fuggire, ma il riflesso di una colpa che continua a riaffiorare.

Il nome Cailleach significa “la donna velata” o “la vecchia”, ma ridurla alla figura della classica strega sarebbe profondamente fuorviante. La Cailleach rappresenta infatti una forza primordiale della natura, associata all’inverno, alle montagne, alle tempeste e al trascorrere del tempo. Molte leggende raccontano che abbia modellato il paesaggio trasportando enormi massi nel grembiule, lasciandoli cadere lungo il cammino fino a creare montagne e vallate. Altre la descrivono come custode degli animali selvatici, capace tanto di proteggerli quanto di punire chi viola l’ordine della natura.

È proprio questa ambivalenza a renderla una figura perfettamente compatibile con il folk horror Hokum.

La Cailleach non distingue tra bene e male, ma incarna una natura antichissima, completamente estranea alla morale umana. Nei racconti popolari può apparire come una vecchia terrificante dai capelli bianchi, con la pelle bluastra e un bastone capace di congelare la terra, oppure come una creatrice che prepara silenziosamente il ritorno della vita. La strega è un’estensione di quella punizione che Ohm cerca da sempre. La colpa che lo accompagna da quando era piccolo, dopo aver sparato per sbaglio alla madre con la pistola del padre, lo ha trascinato in una spirale di alcolismo, solitudine e negazione. I suoi romanzi non hanno un lieto fine perché Ohm impone ai suoi protagonisti lo stesso tragico destino che ha deciso di autoinfliggersi giorno dopo un giorno.

Non è un caso che, nei primi minuti del film, mentre scrive l’epilogo del suo ultimo romanzo, sorrida di fronte alla miseria che sta infierendo al suo conquistador. Adam Scott interpreta un protagonista volutamente sgradevole. Ohm è sarcastico, egoista e spesso apertamente antipatico, un uomo che respinge chiunque tenti di avvicinarsi. Dietro il cinismo emerge gradualmente un dolore autentico che rende credibile la trasformazione del personaggio. Il film non chiede allo spettatore di empatizzare immediatamente con lui, ma di osservarne lentamente le crepe. Il regista, soprattutto nella seconda parte del film, sembra più interessato al percorso emotivo del protagonista che all’approfondimento delle radici folkloriche della leggenda, lasciando la sensazione che alcune intuizioni avrebbero meritato uno sviluppo maggiore.

Tra i simboli che attraversano Hokum ce n’è uno apparentemente innocuo ma profondamente radicato nell’immaginario europeo: il coniglio e, per estensione, la lepre.

Nel folklore celtico questi animali sono da sempre associati al limine, al confine tra il mondo degli uomini e quello dell’Altromondo. In Irlanda, Scozia e Galles la lepre compare frequentemente nelle leggende come creatura capace di attraversare le soglie dell’invisibile, tanto da essere considerata, in alcune tradizioni, la forma assunta da streghe e donne dotate di poteri soprannaturali. Damian McCarthy sembra attingere proprio a questo patrimonio simbolico, come lui stesso ha affermato.

Già nei suoi lavori precedenti il regista ha mostrato una predilezione per immagini ricorrenti che funzionano come presagi, proprio come il coniglio. In Caveat, è il pupazzo dagli occhi a palla che batte i piatti per avvertire un male incombente. In Hokum più che rappresentare una minaccia, il coniglio indica una soglia. E’ l’annuncio silenzioso che il protagonista sta entrando in uno spazio governato da regole diverse, dove il folklore smette di essere racconto e torna a essere esperienza vissuta. Ed è l’avvertimento incarnato dalla povera Fiona, che non a caso indossa un costume da coniglio spaventosamente simile al pupazzo di Caveat.

Hokum
Credits: Neon

Dal punto di vista estetico Hokum rappresenta forse il lavoro più maturo del regista.

McCarthy dimostra di conoscere perfettamente una delle regole fondamentali del genere: spesso ciò che non si vede spaventa molto più di ciò che viene mostrato. Il suo percorso ha autoriale ha avuto inizio con l’inquietantissimo Caveat, per proseguire poi con Oddity (disponibile su Prime Video con abbonamento aggiuntivo). In entrambi, così come in questo terzo titolo, rimane evidente la volontà di McCarthy di utilizzare l’horror come chiave di volta per gli orrori della psiche umana.

L’elemento sovrannaturale serve solo a portare alla luce il vero male, quello perpetrato dai vivi. Così, anche lo spazio assume un enorme valore simbolico: prigione, labirinto, gabbia. In Caveat e Oddity era la casa, santuario familiare trasformato in girone infernale metaforico. In Hokum è l’hotel. Al suo interno, nell’oscurità vive la strega Cailleach, ma il vero mostro è colui che si aggira indisturbato alla luce del sole.

L’albergo sembra esistere in una dimensione sospesa. Claustrofobico, silenzioso, ma vivo. I personaggi si muovono, tra tensioni e non detti, sotto lo sguardo vigile di una creatura più antica e impassibile che è l’hotel stesso. Esso rappresenta l’Oltretomba del racconto del vecchio Cob, con la strega nascosta nei suoi meandri, pronta a imprigionare gli sprovveduti viandanti.

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Hokum è un moderno folk horror e allo stesso tempo non lo è del tutto.

Ha tutte le carte in regola e gli elementi per esserlo (il bosco, la strega, il paesaggio rurale, l’isolamento), però è anche tremendamente influenzato dalle tematiche moderne alle quali non può sottrarsi. La psicologia dell’individuo, il tema del trauma e della colpa e, infine, lo sviluppo thriller lo rendono una pellicola molto stratificata che si svincola dalle regole classiche del sottogenere. Un film da vedere in queste calde notti estive per scoprire il regista o per dargli ancor più credito se avete già avuto modo di apprezzare i suoi precedenti lavori.