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C’è un momento, guardando Scissione su Apple TV, in cui l’idea centrale smette di sembrare fantascienza e inizia a somigliare pericolosamente a un desiderio. Non tanto l’impianto, non tanto il chip, ma la promessa che lo accompagna: poter spegnere una parte di sé. Mettere tra parentesi il dolore, l’ansia, la perdita. Entrare in un luogo dove non si è più responsabili di ciò che si è fuori. È in quel momento che la serie smette di raccontare un futuro ipotetico e inizia a parlare direttamente del nostro presente.
Scissione parte da una domanda radicale: cosa resterebbe di noi se potessimo dividere la nostra vita in compartimenti stagni, impermeabili, senza comunicazione?
Soprattutto, questa divisione ci renderebbe più liberi o semplicemente più funzionali?
La serie non offre risposte immediate, ma costruisce una riflessione stratificata su identità, memoria e lavoro, usando la distopia non come allontanamento, ma come lente di ingrandimento.
Nel mondo di Lumon Industries, l’identità coincide interamente con la memoria. Gli “innie” e gli “outie” non sono due stati della stessa coscienza, ma due soggetti separati da una frattura assoluta. L’operazione di scissione non crea una maschera né un ruolo, ma una vera e propria nascita. Ogni innie viene al mondo privo di passato, legami, contesto. Non sa chi è stato o chi potrebbe essere. Sa solo cosa deve fare. Questa condizione rende esplicito il principio spesso dato per scontato che, senza memoria, non esiste identità. La memoria (ecco un focus su Hunters e memoria) è il filo che tiene insieme l’esperienza e permette di riconoscersi come continuità nel tempo. In Scissione, privare qualcuno della memoria significa non offrirgli possibilità di attribuire senso, di esercitare libertà, di sviluppare una responsabilità autentica. Eppure, la serie ci mostra qualcosa di ancora più inquietante, in quanto, anche senza memoria, la sofferenza resta.

Gli innie possiedono un lato umano
Loro provano paura, frustrazione, curiosità (qui 15 curiosità su House of the Dragon), attaccamento. Provano emozioni autentiche, ma non possiedono gli strumenti per interpretarle. Vivono in un eterno presente claustrofobico, dove ogni giornata è identica alla precedente, perché non esiste un prima e non può esistere un dopo. La loro è una condizione che richiama da vicino certe riflessioni filosofiche sull’identità personale: senza una narrazione di sé, l’essere umano resta esposto, vulnerabile, manipolabile. La promessa della scissione nasce però da un bisogno profondamente umano. Mark Scout sceglie la procedura dopo la morte della moglie, come tentativo disperato di sopravvivere al dolore. Il lavoro diventa uno spazio anestetico, un vuoto protetto in cui il lutto non può entrare. In questo senso, Scissione parla di trauma prima ancora che di capitalismo. La divisione dell’identità appare come una forma estrema di rimozione. Se non posso elaborare, posso almeno non sentire.
Questa dinamica rende la serie sorprendentemente empatica. Scissione non giudica il desiderio di frammentazione, lo comprende. Perché nella nostra realtà frammentarsi è già una pratica quotidiana. Cambiamo linguaggio, comportamento, sensibilità a seconda del contesto. Al lavoro diventiamo più freddi, più misurati, più performativi. Mettiamo in pausa parti di noi per restare a galla. La separazione tra lavoro e vita privata, spesso rivendicata come conquista, è anche una forma di scissione psichica normalizzata. Lumon Industries rappresenta l’esito estremo di questa logica. Il lavoro è completamente svuotato di senso, reso astratto, rituale, autoreferenziale. Gli innie non sanno cosa producono, né perché. La mancanza di significato non è un errore, ma un meccanismo di controllo. Dare senso significherebbe dare spazio all’interrogativo, e la domanda è sempre il primo passo verso l’identità. Senza senso, non esiste possibilità di conflitto.
La scissione diventa strumento perfetto di potere
Questa pratica permette di ottenere lavoratori senza biografia, senza storia, senza orizzonte. Corpi produttivi che non possono ribellarsi a ciò che non possono ricordare. È una rappresentazione estrema ma lucidissima di una tendenza reale. Si tratta della progressiva separazione tra chi lavora e il significato del proprio lavoro (ecco serie ambientate sul posto di lavoro). La serie, però, smaschera presto l’asimmetria di questa promessa. La scissione funziona solo per l’outie, che può illudersi di aver messo al sicuro una parte di sé. L’innie, invece, è intrappolato in un’esistenza senza possibilità di fuga. Non ha scelto di nascere, non può scegliere di smettere. È la materializzazione di una verità scomoda, poiché ogni rimozione ha un costo, e qualcuno deve pagarlo.
Nonostante la separazione totale, qualcosa continua a filtrare. Emozioni, intuizioni, legami inspiegabili. Scissione suggerisce che l’identità non sia completamente riducibile alla memoria conscia. Esiste una continuità sotterranea che resiste alla frammentazione. Irving ama senza sapere perché. Helly rifiuta il sistema anche quando scopre che, fuori, ne è parte integrante. Mark si avvicina a ciò che riconosce, pur senza comprenderlo. La coscienza cerca connessioni anche quando viene spezzata. Questo è uno dei punti più profondi della serie. Di fatto, la frammentazione non elimina il conflitto, lo rinvia. Ciò che viene rimosso ritorna sotto forma di disagio, ribellione, desiderio di verità. Il dolore non scompare, cambia luogo. E spesso viene confinato in una zona della psiche che non ha voce né diritti.

La distopia è inquietante perché minimale
Non mostra un futuro ipertecnologico, ma un presente leggermente deformato. A tal proposito, non serve un chip per vivere una scissione. Basta soltanto una cultura che premia la performance e punisce la vulnerabilità, che chiede efficienza continua e silenzio emotivo. Ogni volta che spegniamo una parte di noi per funzionare meglio, stiamo già praticando una forma di scissione. La serie non condanna apertamente questo meccanismo. Lo osserva, lo analizza, lo accompagna fino alle sue conseguenze estreme. E ci pone davanti a una distinzione fondamentale: sopravvivere non è vivere. La frammentazione può rendere il peso più sopportabile, ma lo fa al prezzo dell’integrità. La memoria, con tutto il suo carico di dolore, è ciò che ci rende responsabili e liberi.
Come suggeriscono molte riflessioni filosofiche e sociologiche contemporanee, dall’alienazione marxiana fino alle analisi di Byung-Chul Han sul soggetto prestazionale, l’identità moderna tende sempre più a coincidere con la funzione che esercita, con ciò che produce, con quanto regge il carico. In questo senso, la scissione non è un’anomalia, ma l’estremizzazione di una tendenza già in atto. È ciò che ci permette di dire “io” come continuità e non come funzione. Rinunciarvi, anche solo in parte, significa creare zone d’ombra in cui qualcun altro può decidere al nostro posto. Zone in cui l’identità viene sospesa e il potere (qui il potere in The Crown) può agire indisturbato. E forse è proprio qui che la serie colpisce più a fondo: nel mostrarci non ciò che potremmo diventare, ma ciò che stiamo già imparando a tollerare.




