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Enea – Tra pezzi di vetro ed epica rovesciata, ecco l’opera seconda di Pietro Castellitto

ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere spoiler su Enea, l’opera seconda di Pietro Castellitto dall’11 gennaio al cinema.

Enea è un film lucente, quasi trasparente. Ci si guarda attraverso, come fosse una storia che accade proprio lì, oltre la finestra di vetro, a due passi da noi. Enea è un film impuro, incompleto e frammentario. Imperfetto, come imperfetta è la vita. Non un reticolo cristallino preciso e ben strutturato, ma un complesso di elementi disordinato e rigido, che ammette la presenza di interstizi nei quali si annidano impurezze e deformità. È un’epopea travisata, un poema spogliato. La storia di un eroe nudo, antiretorico, vagabondo di lunghe peregrinazioni verso spiagge immense ed assolate. Non quelle ostili e irraggiungibili che cantava Virgilio, ingarbugliando fato, destino e speranza, ma quelle molto più accessibili e terrene che rievoca Renato Zero, lidi nostalgici, calpestati, sporchi, disagevoli, sui quali ciascuno ha lasciato un pezzo di sé, convinto di poter tornare a riprenderselo, presto o tardi. Enea ha poco di aulico, ma molto di epico. Di un’epica capovolta, rovesciata, intimamente sovvertita. Incastonata tra il bisogno insopprimibile di dire qualcosa e le parole sfocate che danno una forma al niente. È fragile come un vetro, che infatti va in pezzi. Ridotta in frantumi, spaccata, schiantata. Ma non mente, non riesce a farlo. Al contrario, prende le ipocrisie sulle quali ci siamo costruiti le nostre vite e le smaschera. Ci mostra il mondo di vetro nel quale viviamo e poi lo distrugge, prendendolo a bastonate o sbattendoci contro a tutta velocità.

Enea

Enea non è l’eroe pio di Virgilio, ma l’uomo che salta e vince sui vetri di De Gregori.

Quello che non conosce paura. Che ride e sorride, perché ferirsi non è possibile, morire meno che mai e poi mai. È il protagonista di una generazione sfatta e disillusa, che soffre tra i sorrisi, che freme per volare ma si premunisce di paracadute. Per attutire la caduta, per non finire schiantata a terra. Per vivere. Il fatto che il volto di Enea sia impersonato da Pietro Castellitto è una conseguenza naturale, una scelta obbligata. È come se i pensieri del regista si fondessero a quelli dell’attore: un’unica pagina bianca sulla quale scrivere tutta la storia, seguendo una continuità logica, ovvia, scontata. Non ci sono contraccolpi, nessuno strascico: Pietro Castellitto offre la sua poetica, a modo suo, con il suo linguaggio. E lo fa sin dalle battute iniziali, consegnandoci Enea senza preamboli, saltando l’incipit ed estrapolando la storia dal suo flusso incessante, come un segmento di vita che viene ripreso per caso, immortalato da una camera fissa che ci restituisce la realtà per quel che è, nulla di più. Nessuna spiegazione, nessun contesto – se non il minimo indispensabile -, il tutto è improntato all’elusione di chiarimenti ed esposizioni. Enea è quel che si vede scorrere. Un’opera verista, forse realista, magari intimamente idealista. Castellitto racconta la borghesia romana, che è il mondo al quale appartiene. Ne riconosce i limiti e le finzioni, li spiattella con vena dissacrante, abbandonandosi qualche volta a luoghi comuni e frasi fatte. La vita diventa una messinscena, un’ipocrisia traballante, destinata a mostrare le sue crepe. I personaggi sono incastrati nella montatura, ne fanno parte. Mentono agli altri e a se stessi, tradendo un certo disagio esistenziale, che diventa esponenziale per alcuni individui, invisibile per altri.

Enea

Enea è un trentenne romano che si divide tra un ristorante di sushi di cui è proprietario e il circolo del tennis in cui dà lezioni all’élite ricca e grassa della Roma coi soldi, la stessa della quale fa parte anche lui. Padre (Sergio, quello vero) psicanalista infantile – stesso ruolo avuto in quel gioiello dimenticato che è In Treatment -, madre conduttrice televisiva in trasmissioni letterarie. Uno smorza la rabbia degli altri (salvo immagazzinarne parecchia per sé) ed erige barricate per resistere a qualsiasi costo alla vita, l’altra smercia libri e si costringe a sorridere davanti alle telecamere, covando tristezza, frustrazione e distacco. C’è anche un fratello (Cesare, l’ultimo del “clan” Castellitto), che a scuola spintona e fa a botte e di nascosto fuma, sigarette vere, non quelle scenografiche. È una famiglia (dis)agiata come tante, a cui cadono alberi nel soggiorno di casa e spariscono le domestiche filippine – che preferiscono rimpatriare il più lontano possibile -. Si armonizza nel rimorso, omologandosi alla stragrande maggioranza delle famiglie moderne, quelle abituate a lamentarsi dei “palazzi che non ho comprato, dei viaggi che non ho fatto”. È in effetti tutto un rimordere, un tormentare la coscienza, un crucciarsi costante e malamente mascherato. Enea conosce Eva, la ragazza bella che potrebbe riaccendere la vita e darle uno scopo. Ma intanto traffica con Valentino, un tormentato pilota in erba che sorvola la città all’alba, consegnando la droga del boss locale, una delle figure più paradossalmente assennate di tutto il carosello di personaggi. Ma perché un trentenne con i soldi dovrebbe sporcarsi le mani per racimolare altri soldi?

È tutta una questione di potenza (e non di potere).

Le persone sono come pezzi di vetro: luminose quando c’è la luce, oscure e indecifrabili quando il sole si nasconde. Il potere rende grassi e arroganti, la potenza smuove l’energia che c’è nel mondo e tenta di darle una direzione. Enea vuole essere potente, non addomesticare il potere. Ma la potenza conduce al declino ed Enea è solo un antieroe tragico di un’epica rovesciata, che va incontro al suo destino tracciando i contorni sfocati di un mito moderno. Uno dei tanti. In Enea c’è però anche qualcosa da salvare, al contrario di quanto alcune scene cruente ci facciano pensare. La speranza è ovunque, persino nello schianto drammatico di un aereo che cerca la libertà. Castellitto sceglie di parlare con il proprio stile, che è fatto di un linguaggio diretto (comprese le bestemmie, che ci riportano all’accostamento con la bellocchiana L’ora di religione), ma anche di tante immagini. È uno stile in via di esplorazione, ma che si va già raffinando. È il prodotto di un cinema moderno, costruito da registi giovani che parlano a una generazione nuova, anche se qualcuno può avvertirlo ancora come distante. Il regista romano offre il suo punto di vista, la sua visione del mondo filtrata attraverso la sua personale sensibilità. Si tratta di un cinema vero più che verista, che una parte della critica cinematografica fa fatica a capire ed apprezzare. Castellitto lo rende molto personale e lo dimostrano i riferimenti alla sua famiglia reale (le foto di repertorio della cena di Natale sono prese direttamente dall’album di famiglia) e il coinvolgimento diretto di suo fratello e suo padre, specie nelle scene di ordinaria quotidianità. Sergio Castellitto si conferma uno dei numeri uno assoluti del cinema italiano. È lui che dà una mazzata incredibile all’ipocrisia, spaccando in mille pezzi le prigioni di vetro che ci siamo costruiti addosso. Spetta a lui il ruolo di collante (ma anche di punto fermo) all’interno della storia. Congiunzione ed elemento di raccordo tra l’esaltazione smodata e la resistenza. Tra il vecchio e il nuovo. Tra la verità e l’ipocrisia. Tra il volo e la caduta.

Nel cast, oltre ai tre Castellitto, troviamo Benedetta Porcaroli (già vista in Baby, 18 regali e La scuola cattolica) nei panni di Eva, la giovane di cui Enea si innamora, Giorgio Montanini (già apparso nell’altro film di Pietro Castellitto, I predatori), a cui tocca la parte dello scrittore corrotto, ammanicato e assetato di potere, Adamo Dionisi (Suburra, Brutti e cattivi, The Shift, Dogman) come il boss della droga che finisce ammazzato, Matteo Branciamore, distante dal ruolo di bravo ragazzo de I Cesaroni, un complessissimo Giorgio Quarzo Guarascio nei panni di Valentino, l’amico di Enea, e Chiara Noschese, la madre insoddisfatta e frustrata del protagonista. Un insieme di visi noti e meno noti che hanno il merito indiscusso di portarci all’interno della storia con una naturalezza tale che diventa quasi distacco. Enea è una storia da vivere – o piuttosto osservare, in posizione quasi defilata -, senza preoccuparsi troppo di collegamenti e spiegazioni. Non ha bisogno di illustrazioni, mediazioni, voci narranti, esplorazioni particolari di personaggi. Enea è un pezzo di vetro che si stacca dal quadro e si illumina, brilla o si confonde con l’asfalto a seconda di quanta luce ci sia nei paraggi. Ottima la seconda opera (notoriamente la più complessa) di Pietro Castellitto: datele una chance e giudicate con le sensazioni che vi lascia addosso mentre la guardate.