“Solo una cosa te chiedo”
“Eh”
“De esse felice” (Zerocalcare e sua madre nella miniserie Due Spicci)
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Trova quella giusta per te →Nell’episodio n. 7 della sua nuova miniserie, intitolato Due spicci di responsabilità, Zerocalcare ci consegna una sua personale riformulazione di uno dei capisaldi del pensiero aristotelico. Infatti, nella scena del dialogo-monologo con sua madre in vista dei potenzialmente letali incontri che lo attendono, Zero reagisce con sgomento alla richiesta del genitore, che gli chiede “solo” di essere felice: il protagonista, nel suo monologo interiore, mette giustamente in evidenza che una richiesta simile è praticamente ciò che ogni individuo ha provato a perseguire da quando esiste l’essere umano sul pianeta Terra. Non una roba da poco, quindi.
Non a caso, persino il filosofo greco Aristotele era tormentato da questo pensiero: nell’Etica Nicomachea egli sviluppa sotto la lente dell’etica della felicità il tema della ricerca del Bene, cui ogni individuo deve tendere durante tutta la propria vita; secoli di storia hanno mostrato poi all’uomo che la ricerca della felicità è uno dei (se non il principale) più temuti spauracchi dell’esistenza dell’essere umano, così complicata, condizionata, necessariamente connessa ai compromessi cui si sceglie di scendere. Una ricerca che, tra l’altro, non solo ci poniamo dinanzi agli occhi ma che ci viene posta da altri, spesso opaca perché colorata dalle loro convinzioni.

Il filosofo Nigel Warburton in Il primo libro di filosofia (2007) ha provato a rileggere alcune delle categorie aristoteliche, soffermandosi in particolare sulla citata espressione “etica della felicità”: secondo l’autore, più profondamente connessa alla dicitura aristotelica è la formulazione “etica della fioritura“. Aristotele stesso, del resto, nel dividere tra virtù etiche (derivanti dall’abitudine) e dianoetiche (derivanti dall’esperienza), precisa che “la vera felicità è una fioritura dell’essere, perché è generata non da episodi – singoli accadimenti – bensì da un particolare modo di vivere la vita che ha in sé un’armonia e che tende di per sé al bene. La felicità è un tipo di attività dell’anima, è un movimento che parte sempre dall’interiorità e che gradualmente si esplica verso l’esterno – dall’io al tu. Essa dipende fortemente dalla capacità di saper coltivare le virtù, ovvero quelle disposizioni dell’animo che consentono all’uomo di poter fiorire”.
E allora diventa evidente come quando si parla di felicità – e quando nello specifico lo fa Zerocalcare – deve darsi atto della divaricazione netta che si crea tra l’io e il tu, o meglio tra l’io e gli altri. Questa divaricazione si esplicita bene nel binomio “felicità per me” contro “felicità per gli altri”. In tal senso, la conversazione tra Zero e Mamma Chioccia riecheggia senza dubbio nell’esperienza di chiunque si sia relazionato con un genitore premuroso, e mette il protagonista dinanzi a un bivio non esplicitato ma nondimeno presente: la felicità di cui parla la mamma…qual è?
I piani attraverso cui i livelli della conversazione si intrecciano sono almeno tre.
Il primo è quello su cui si muove la volontà del genitore – che vuole “solo” che tu sia felice – ma che si riflette in una fonte di responsabilità del figlio verso la madre: infatti, il monologo di Zero sulla (non) felicità si chiude con l’implorazione verso l’Armadillo (o meglio, verso quella parte di sé che ha intenzione di confessarsi) di non rivelare assolutamente a Mamma Chioccia quanto profondamente e forse irrimediabilmente sia ferito suo figlio. Del resto, poco prima Zero aveva con cura detto nel suo monologo interiore rivolgendosi a sua madre “Non è colpa tua, non hai sbagliato niente. Non è colpa di nessuno“. Questi due passaggi chiariscono senza lasciare dubbi quanto la felicità del ragazzo sia, da questa prospettiva, soltanto una proiezione di qualcun altro. E questo porta al secondo piano.
Il genitore vuole che tu sia felice ma, in quanto essere umano fallace e fallibile, sarà inevitabilmente condizionato dalla sua idea di felicità, dalle sue aspettative verso il figlio, per quanto possa essere puro l’amore che prova verso quest’ultimo. Tale relazione genitori-figli è per forza di cose toccata dalla distanza generazionale che vi è tra il figlio e il genitore, dalla quale non può sfuggirsi e che neanche il genitore un tempo ha potuto evitare, in un ciclo naturale e infinito che disegna alla perfezione la dialettica tra il “ti chiedo di essere felice” e il “cosa significa essere felice”.
Il terzo piano, infine, è il frutto delle domande pocanzi poste: Zero lo dice chiaramente, come faccio ad accontentare la tua richiesta, mamma, se essere felice non è una cosa che dipende da me? E soprattutto, quanto è colmabile la distanza tra l’idea di felicità dell’io e quella dell’altro? Cosa è, in definitiva, questa felicità?
Zero ha ragione quando in Due Spicci dichiara apertamente il distacco straniante che si vive pensando alla sensazione di felicità (così intima, unica, personale) e l’estraneità delle cause della stessa rispetto al proprio io.

Questa dialettica impone di distinguere tra la felicità e la contentezza, spensieratezza, serenità, tutti concetti che hanno una loro autonomia rispetto alla felicità ma che devono esserci tutti contemporaneamente per plasmare la felicità stessa: essere amati dalla persona che amiamo, fare il lavoro che abbiamo sempre sognato, testimoniare il bene nella sua purezza di affetto o di passione, sono tutti spicchi di una felicità che abbiamo già vissuto, che vogliamo rivivere o che speriamo un giorno di assaporare per la prima volta.
Ma allora, qual è il nucleo di quella conversazione in Due Spicci, in cui Zero abdica alla responsabilità della propria felicità (ma non a quella della madre)? In realtà, Aristotele aveva intuito una risposta secoli fa: non si può essere felici da soli, poiché per poter fiorire davvero servono diverse tipologie di beni (esteriori, interiori, sociali), tra cui gli amici. Si fiorisce, sì, ma solo insieme. E questo almeno in parte spiega quel groviglio di emozioni che Zero ha suscitato in sé e in chi lo ha ascoltato quando ha affermato che essere felice non è una cosa che dipende da lui. Serve l’altro: la felicità è quel particolare modo di vivere la vita che parte dall’io ma arriva al tu.
Con Due Spicci Zerocalcare solleva una riflessione interessante sul tema perché rinuncia a dare improbabili e retoriche risposte sull’essenza della felicità o sul dovere di perseguirla, ma indugia invece sui primi due piani poco fa illustrati: la volontà del genitore e l’aspettativa del genitore si fondono in un messaggio comune verso l’esterno, verso il figlio, e scatena in Zero la necessità di giustificare a sua madre la sua non-felicità, perché secondo lui dirle “tutto” potrebbe significare renderla infelice. Un figlio cerca sempre di immedesimarsi nelle aspettative del genitore, ma la paura di deludere chi ci ama spesso prevale sulla “cosa giusta”, che forse nella scena della miniserie in cui ci siamo immersi sarebbe stata quella di dire alla madre come si sentiva davvero. Il punto è che, come dice l’Armadillo: “ma che, secondo te non lo sa?”.
Emerge tutta, in questa scena vista al microscopio, la pregevolezza del pensiero di Zerocalcare, in grado di far fiorire il generale dal suo particolare vissuto in ogni frangente e frammento in cui prova a raccontare e a raccontarsi, mettendosi a nudo (coi fumetti prima, con le serie tv poi) e avendo trovato forse in noi lettori e spettatori dei confidenti atipici che, in fondo, male non fanno.
A noi di certo fa bene.

