Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Quando Zerocalcare spunta su Netflix, lo fa perché ha sempre qualcosa da dire. Con Strappare lungo i bordi, la sua prima serie tv, voleva portarci da adulto nei suoi ricordi di ragazzo, ventenne alle prese con un dolore profondo. Con Questo mondo non mi renderà cattivo, di tutte le serie forse la più politica (ma non la sola, sia chiaro) ci ha fatti tuffare in una Roma complessa, fatta di solitudine e voglia di trovare dei colpevoli nei posti sbagliati. Ultimo ritorno – temporalmente sì, ma non per importanza – è quello con Due Spicci (qui la nostra recensione), con cui Zerocalcare ci racconta i problemi di un quarantenne che, tra un dramma e l’altro, deve affrontare l’unico problema a cui non c’è rimedio: fare i conti con il tempo che passa. Quello che passa per tutti, ma che per Zero sembra non passare mai.
A prescindere da quanto i fatti delle serie corrispondano o meno alla vita dell’autore, ognuno dei suoi racconti qualcosa di reale o per lo meno di realistico ce l’ha eccome. Fin dalla prima delle sue serie tv – esattamente come nei fumetti – Zerocalcare non è mai solo. Ad accompagnalo nelle sue vicende, oltre ovviamente ai suoi amici e a comparse varie ed eventuali, c’è sempre lui: l’Armadillo. Un personaggio che non si allontana mai, e compare sia quando Zero ha bisogno di lui, sia quando è l’ultimo di cui si sente la mancanza. Non lo lascia mai, proprio mai. C’è anche quando non si vede. E il motivo è semplice: l’Armadillo è in Zerocalcare. L’Armadillo è Zerocalcare.
No dai, forse questa uguaglianza così precisa tra il protagonista di Due Spicci e il suo accompagnatore dalla grossa armatura arancione è un po’ esagerata.
Diciamo pure che l’Armadillo è una parte di Zero. Potremmo definirlo la sua coscienza, una parte di lui situata parecchio in profondità, che lo conosce meglio di chiunque altro e proprio per questo, il più delle volte, passa dall’essere il suo migliore amico a diventare il suo peggior nemico. Proprio come il buon burattino Pinocchio aveva il suo Grillo Parlante a dirgli cosa fare e soprattutto cosa non fare, Zero ha il suo Armadillo. Sarà un caso questa assonanza di termini? Io non credo.

Ma mentre il Grillo di Pinocchio aveva come compito principale quello di allontanare il suo protetto dagli infiniti guai in cui per sua natura il giovane pezzo di legno sarebbe andato a cacciarsi, l’Armadillo di Zero il più delle volte ha una funzione uguale e contraria: quella di allontanarlo da scelte rischiose, sì, ma che potrebbero con ogni probabilità portarlo sulla strada giusta. La strada di chi riesce a vivere la sua vita davvero. Agendo, prendendola in mano pienamente. E finalmente, aggiungo io.
A differenza del Grillo di Collodi, la coscienza di Zero non è un aiutante che arriva saltellando dall’esterno.
L’Armadillo è il frutto delle esperienze di vita del suo protetto, del suo modo di reagire a ciò che ha vissuto nel passato e di una paura che lo mangia dall’interno: quella di farsi male, di spingersi troppo oltre e pentirsene. In una parola, di soffrire. Parlandogli all’orecchio mentre vive la sua vita, catturandolo nei meandri dei suoi pensieri mentre le cose semplicemente accadono – generalmente molto in fretta -, l’Armadillo con la voce di Valerio Mastandrea ricorda costantemente a Zerocalcare quali sono i muri costruiti con fatica che non deve permettere a nessuno di superare. Il rischio? Quello di farsi conoscere davvero.
Lo fa praticamente da sempre, almeno da quando Zerocalcare ci ha permesso di entrare nella vita del suo omonimo protagonista. E questo è il momento in cui elenco una serie di eventi esemplificativi ma di per sé non sufficienti a spiegare ciò che intendo. In Strappare lungo i bordi è l’amico che, seduto sul suo divano, gli consiglia cosa scrivere ad Alice per giocare sempre la sua partita sul filo del “se vuoi capire che mi piaci bene, ma non devo mai essere troppo palese, sia mai tu voglia dirmi di no”. In Questo mondo non mi renderà cattivo è colui che gli insinua il dubbio su come sia giusto o sbagliato comportarsi con chi ha una vita palesemente più complicata della sua. E la risposta a questi dubbi è generalmente una: Zero sta sbagliando.

Anche in Due Spicci l’Armadillo non si esime dallo svolgere il suo ruolo.
Anzi: forse complici il tempo che passa, l’età che avanza e la sempre più profonda reazione difensiva di Zero nei confronti degli amici che si muovono nel mondo e del mondo stesso che cambia irrimediabilmente, in Due Spicci il suo ruolo è più forte che mai. L’Armadillo accompagna Zerocalcare nei meandri della sua stessa mente, portandolo sia a ricordare quanto sia complessa, sia ad allontanarsi dalla porta che svelerebbe tutta questa complessità a se stesso e al mondo. In Due Spicci erge mura sempre più alte, coerenti con l’età che avanza e con la voglia che lo status quo resti esattamente com’è. Ma c’è una cosa che l’Armadillo non considera: non far muovere Zero non significa che tutto ciò che lui ha attorno non continui il proprio giro.
Barriera dopo barriera, muro dopo muro eretto a protezione da ogni male, Zero – molto semplicemente – si ritrova indietro. Impossibilitato a raggiungere una felicità che sente più che mai lontana. E inconsapevole di aver fatto lui stesso dei passi nella vita, quelli che il moto perpetuo delle cose lo hanno obbligato a fare. Zero ha disegnato fumetti, scritto serie per Netflix, girato l’Italia, eppure nel calcolo delle esperienze si sente sempre indietro rispetto agli altri. È fermo, bloccato. Lo è rispetto a Sarah e alla sua storia d’amore complicata ma lunghissima; rispetto a Secco che ha avuto un bambino. Addirittura rispetto a Smeralda, che almeno le sue scelte attive le ha compiute.
Zero in Due Spicci si sente passivo.
È in attesa che qualcosa succeda senza rendersi conto di quante cose sono già successe. E soprattutto, di quante cose sarebbero potute succedere e potrebbero succedere ancora se solo lui si fosse dato (o cominciasse a darsi) la possibilità di dare loro spazio e modo di esistere. Così come non ha mai avuto il coraggio a vent’anni di dichiarare il suo interesse ad Alice, continua a non averlo con Smeralda. È in una relazione complicata, ha appena perso il suo compagno, non è il momento, non è il modo, non è il luogo: se le ripete tutte. L’Armadillo gliele ripete tutte, pur di mettere un altro muro – l’ennesimo – tra Zero e le sue ipotesi di felicità.

In tutto questo circolo vizioso Zerocalcare non riesce a darci delle risposte. Come si fa a superare la paura? Come si fa a sentire di star vivendo davvero? Zero questo non lo sa. Non ci dice come liberarci dalla voce dell’Armadillo, e nemmeno come abbassare il volume. Non ci dice neanche se sia giusto farlo. Eppure, anche solo mostrando la sua coscienza per ciò che è in Strappare lungo i bordi, Questo mondo non mi renderà cattivo e Due Spicci, Zerocalcare fa un grandissimo esercizio di consapevolezza. Non risolve i suoi problemi, ma mostra a tutti il suo meccanismo difensivo. E ci permette così di guardarci dentro e di essere un po’ più consapevoli dei nostri.
Eh già, i nostri. Perché un Armadillo interiore ce l’abbiamo tutti noi.
Subito dopo aver finito Strappare lungo i bordi ho scritto un testo che cominciava così: “La mia coscienza non è un armadillo, credo sia più una tartaruga”. La verità è che il nostro Armadillo nella testa ce l’abbiamo tutti. Ognuno ha la sua forma, qualcuno parla più forte di qualcun altro. Ma sono tutti lì, frutto delle nostre esperienze. Qualunque forma abbiano, sia quella di un animale antropomorfo o del corpo di un parente o chissà cosa, ci accompagnano sempre, pronti a fermarci o a spronarci all’occorrenza.
La mia tartaruga non è poi così diversa dall’armadillo di Zerocalcare: mi ha frenata molto più di quanto mi abbia aiutata a spingere sull’acceleratore. È fatta di meccanismi di difesa, protezione, paura. Di esperienze dolorose che io non voglio ripetere e dalle quali lei prova in tutti i modi ad allontanarmi. Ma per quanto sia difficile e spesso sembri quasi impossibile staccarcene, a volte è anche necessario. Fa paura, personalmente al solo pensarci tremo. Eppure la domanda che dobbiamo farci, proprio quando la temiamo di più, è una. Quanto sarebbe più bella la nostra vita se solo riuscissimo a viverla davvero?



