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Baby – Queste povere, sfortunate parioline di 16 anni

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Baby si è conclusa. La febbre per una delle serie tv più attese dell’anno, più pubblicizzate e più discusse, si è finalmente assestata. I manifesti cominciano a essere rimossi, si fa spazio al nuovo. I lunghi corridoi della metropolitana di Roma, arredati dalle facce delle protagoniste di Baby, ritornano spogli. Persino la gigantografia di Ludo e Chiara all’ingresso della stazione Termini è stata rimossa. La febbre è finita, Baby è il passato, si guarda al futuro.

Per questo è il momento migliore per tracciare un bilancio di suddetta serie tv.

Cosa ci ha insegnato Baby? Cosa ci hanno trasmesso queste sei puntate distribuite da Netflix? Possiamo dire con quasi assoluta certezza che Baby non si propone di insegnare, spiegare, narrare o raccontare quasi niente. La vicenda delle baby squillo dei Parioli, balzata alle cronache nazionali pochi anni fa, è il pretesto per fare entrare nelle case degli italiani un ritratto generazionale che lascia l’amaro in bocca.

Non solo per le modalità con cui è stata risolta la trama, non solo per la recitazione decisamente sottotono di quasi tutto il cast, non solo per le voragini narrative in cui sprofonda la vicenda. Baby è il ritratto di una generazione perduta, irrecuperabile, allo sbando. E fosse solo quello il problema. Neanche il tessuto sociale in cui sono immersi i ragazzi è da meno. Baby, in sostanza, è un ritratto di quello che siamo. E non è per niente confortante.

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Ecco, direte ora. L’articolo moraleggiante su una serie che non ha pretese di fare del moralismo, che non pretende di insegnare nulla, ma solo di fare intrattenimento.

E avete ragione. Questo può essere il solito articolo moraleggiante uscito dalla penna di qualcuno che si sta avvicinando ai 30 anni, e che forse ha dimenticato come si sentono gli adolescenti. E quindi chi meno di una penna così può capire i tormenti di un ragazzo dei Parioli, pecora in un mondo di leoni?

La realtà è che questa serie non è stata fatta da adolescenti, e non è una serie per adolescenti. Non rispecchia nessun adolescente, vero o inventato, perché la realtà non è come la descrive Baby. La realtà è che Baby si rifà a quello che è stato un classico passato sottobanco dai ragazzi della mia generazione, Tre metri sopra il cielo, e ci dice, dieci anni dopo, che non è cambiato niente.

Le ragazze dei Parioli hanno ancora la fama di quelle che se la tirano, che camminano a tre metri da terra (o sopra il cielo). I ragazzi di borgata sono gente pericolosa. Gli adulti sono presenze evanescenti, troppo presi dalle loro tresche e dallo Xanax per stare dietro ai figli, che diventano grandi da soli, grazie al sesso, alla droga e allo smartphone.

Stereotipi, stereotipi fiaccamente portati da Baby sugli schermi di ogni abbonato Netflix.

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Stereotipi che cercano di farci provare empatia per questi ragazzi, figli della Roma benestante che, ci dice Baby, in realtà bene non se la passano. Con il risultato di ottenere l’effetto opposto. Quello che voleva proporsi come ritratto generazionale diventa una degenerazione grottesca, malriuscita, che suscita distacco, critica, ironia.

Il difetto di Baby, in sostanza, è uno solo: che il troppo stroppia. Che non ti puoi porre l’obiettivo di rappresentare in uno stesso calderone i problemi degli adolescenti di oggi, dei ricchi, dei borghesi, dei borgatari. E ancora lo scandalo delle baby squillo, l’incomunicabilità generazionale, i conflitti con i genitori, condendo il tutto con azione, storie d’amore, amicizia, un pizzico di affari loschi.

O meglio, puoi ma il risultato è un prodotto a metà, che non è né un ritratto generazionale, né una critica alla società, né tantomeno una cronaca dei fatti che tutti conosciamo e che ci aspettavamo di vedere rappresentati. Il risultato, in sostanza, è Baby per come la conosciamo.

Povere, sfortunate parioline di 16 anni.

Persino loro, salite agli altari dello stereotipo nazionale grazie a Tre metri sopra il cielo come paradigma del vizio, del capriccio, del tutto e subito, della superficialità, si meritavano un po’ più di rispetto. Se non altro una rappresentazione più veritiera, meno attenta ai luoghi comuni. O che almeno sapesse motivarli, andando a cercare alla radice perché queste povere ragazze privilegiate hanno questa fama. Quanto c’è di vero, quanto è costruzione mentale e stereotipo di mocciana memoria.

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Invece Baby è il prodotto che è. Non staremo a elencarne i difetti, vi rimandiamo a chi l’ha fatto con più competenza. Non staremo a cercare i pregi che ci sono e che salvano dalla visione chi cercava una storia e ha trovato dell’ottimo intrattenimento. Baby era l’occasione perfetta per raccontare l’adolescenza di oggi, andando al di là del paradigma “i ragazzi sono tutti materialisti, ipnotizzati dallo smartphone, capaci di vendersi per un vestito firmato, circondati da adulti inetti“. Ed è un’occasione persa perché, in sostanza, ha fatto proprio questo, riducendo a ciò che già sappiamo, o crediamo di sapere, qualcosa che invece può non essere come sembra.

E quindi povere, sfortunate figlie dei Parioli. Se affogheranno il loro dispiacere per essere state nuovamente dipinte come facili, superficiali, omologate in un gin tonic, o se invece alzeranno le spalle avvolte da una morbida pelliccia, non lo sappiamo. Non sdoganiamo stereotipi, noi. Non possiamo capire com’è quando tutta Italia ti dipinge come il cattivo.

E forse, in questo, per una volta siamo più fortunati noi, gente normale, a cui nessuno ha mai dedicato un romanzo o una serie tv.

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Written by Giulia Vanda Zennaro

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