ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS degli episodi undici e dodici di American Horror Story 13
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →American Horror Story ha un problema che, arrivati al penultimo appuntamento della tredicesima stagione, diventa impossibile continuare a ignorare. Non sa più cosa fare dei propri personaggi. Madison’s Happy Ending e Sisters in Arms (disponibili sul catalogo Disney+) dovrebbero rappresentare il momento in cui tutte le tessere del mosaico trovano finalmente una collocazione, preparando il terreno a un finale apocalittico degno della storia dell’antologia. Invece, assistiamo a una successione di rivelazioni, reunion e colpi di scena che sembrano concepiti per provocare reazioni immediate, senza preoccuparsi minimamente della loro tenuta narrativa.
Il ritorno di Jessica Lange, Frances Conroy ed Emma Roberts, insieme al recupero dell’universo di Coven e Asylum (la migliore stagione di AHS), dovrebbe essere una celebrazione della storia di American Horror Story. Diventa, al contrario, la dimostrazione più evidente di quanto la serie abbia ormai smarrito la capacità di costruire qualcosa di autonomamente interessante.
La nostalgia non è più un ingrediente della narrazione di American Horror Story 13, ma è diventata la narrazione stessa.

L’undicesimo episodio, Madison’s Happy Ending, rappresenta un punto particolarmente basso per una stagione che aveva già dimostrato una certa difficoltà nel gestire il proprio materiale (qui la nostra recensione degli scorsi episodi). La relazione tra Madison Montgomery e Ben DeSoto, l’Anticristo, dovrebbe contribuire a esplorare il conflitto tra destino e libero arbitrio, offrendo una prospettiva inedita sulla natura del male. La sceneggiatura preferisce invece trasformare tutto in una stucchevole storia d’amore, sacrificando qualsiasi ambizione tematica sull’altare di un romanticismo tanto frettoloso quanto poco convincente.
Ben, fino a questo momento presentato come una minaccia soprannaturale, cambia improvvisamente prospettiva e decide di opporsi al padre. La sua evoluzione non viene realmente costruita. Sembra piuttosto una necessità narrativa, un modo per rendere possibile l’alleanza con le streghe e introdurre una nuova dinamica sentimentale. Il personaggio passa da potenziale incarnazione dell’apocalisse a protagonista di una commedia romantica senza che la sceneggiatura si preoccupi di rendere credibile questa trasformazione.
Madison, dal canto suo, viene ulteriormente impoverita. Una delle figure più interessanti di Coven, caratterizzata da cinismo, narcisismo e una sorprendente capacità di autodistruggersi, finisce per essere raccontata attraverso la sua relazione con un uomo. Il suo percorso sembra trovare una conclusione nella possibilità di essere amata, come se il personaggio avesse bisogno di un lieto fine sentimentale per acquisire finalmente un valore.
È una semplificazione particolarmente irritante, soprattutto considerando quanto Madison abbia rappresentato, nelle stagioni precedenti, una figura femminile decisamente più complessa e imprevedibile.
Emma Roberts conserva il proprio talento comico e riesce ancora a restituire qualche scintilla alla protagonista, ma nemmeno la sua interpretazione può compensare una scrittura che sembra aver dimenticato cosa rendesse interessante il personaggio. Il titolo dell’episodio diventa così una promessa mantenuta soltanto in superficie. Madison ottiene il suo lieto fine, ma lo spettatore deve assistere a una storia che sembra aver rinunciato a qualsiasi forma di profondità.

Se l’undicesimo episodio rappresenta il fallimento sul piano sentimentale, Sisters in Arms porta la stagione a un livello superiore di confusione narrativa. La rivelazione secondo cui Fiona Goode e Constance Langdon sarebbero sorelle gemelle, entrambe figlie di Satana e Sister Jude Martin, costituisce uno dei tentativi più evidenti di collegare artificialmente le diverse stagioni dell’antologia.
L’idea di riunire Jessica Lange attraverso tre dei suoi personaggi più iconici di American Horror Story possiede certamente un potenziale suggestivo.
Il problema è che la serie sembra interessata esclusivamente all’effetto della rivelazione, senza preoccuparsi delle conseguenze che questa comporta per la propria mitologia. La parentela introdotta tardivamente riscrive il passato di Constance, mentre il collegamento con Sister Jude appare soprattutto funzionale a creare una nuova genealogia soprannaturale. Non c’è una vera necessità narrativa dietro questa operazione, se non quella di costruire un momento destinato a sorprendere il pubblico.
Ogni nuova rivelazione deve essere più grande della precedente. Ogni personaggio deve possedere un legame segreto con qualcun altro, ogni stagione deve necessariamente essere collegata alle altre. Il risultato non è un universo narrativo più ricco, ma un sistema sempre più ingombrante, nel quale la continuità diventa un ostacolo anziché una risorsa.
Jessica Lange rimane, naturalmente, una presenza magnetica. La sua capacità di distinguere Fiona e Constance attraverso sfumature interpretative continua a dimostrare quanto sia straordinaria. La sua performance meriterebbe una scrittura capace di sostenerla, non una successione di espedienti costruiti per sfruttarne il ritorno.
Nel frattempo, le streghe tentano di organizzare un piano per neutralizzare Satana, attraverso un’infiltrazione nel suo attico e un incantesimo destinato a privarlo dei poteri. L’operazione fallisce e Cordelia e Queenie vengono uccise, lasciando il gruppo in una situazione disperata proprio alla vigilia dello scontro definitivo. Il conflitto con Satana continua a soffrire di una gestione poco convincente. La minaccia dovrebbe rappresentare il punto culminante dell’intera stagione, ma le strategie delle streghe e le dinamiche che precedono lo scontro risultano spesso prive di una tensione proporzionata.
Il Diavolo è contemporaneamente una forza apparentemente invincibile e un antagonista la cui presenza viene continuamente ridimensionata dalle esigenze della trama.
Gli episodi 11 e 12 confermano una sensazione ormai difficile da ignorare. American Horror Story: 13 non è una stagione che fallisce per mancanza di idee, ma per incapacità di trasformarle in una narrazione coerente. Il materiale a disposizione sarebbe sufficiente per costruire un racconto ambizioso, capace di confrontarsi con il passato dell’antologia e di restituire ai suoi personaggi una nuova dimensione. Invece, tutto viene ridotto a una successione di richiami, rivelazioni e situazioni che sembrano esistere soltanto per essere consumate rapidamente.






