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YAGA 1×03 – La serie su HBO Max cambia passo: la Recensione della terza puntata

YAGA

Attenzione: sono presenti spoiler sulla terza puntata di YAGA.

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Con il terzo episodio, YAGA (HBO Max) cambia decisamente passo. Dopo averci introdotto in un universo fatto di folklore slavo, misteri, seduzione e situazioni volutamente sopra le righe, la serie creata da Kat Sandler comincia a mostrare il lato più brutale della propria storia. E lo fa attraverso una svolta che modifica sensibilmente la percezione degli eventi. Di fatto, la morte di Logan non è soltanto un nuovo tassello nell’indagine sulla scomparsa di Henry Park, ma il primo segnale davvero esplicito di quanto la violenza maschile rappresenti il cuore tematico di questo racconto. Intitolato A Good Boy, l’episodio riprende dal ritrovamento del corpo di Logan, avvenuto alla fine della puntata precedente. Carson e Rapp devono fare i conti con un omicidio dalle caratteristiche inquietanti, mentre emergono nuovi dettagli sul rapporto tra il ragazzo e Henry.

La definizione di bravo ragazzo, che fino a quel momento sembrava accompagnare Logan come una rassicurante etichetta, assume progressivamente un significato molto più sinistro. YAGA abbandona così parte della leggerezza che aveva caratterizzato il suo esordio e comincia a interrogarsi apertamente sulla responsabilità individuale, sull’educazione alla violenza e sui meccanismi attraverso cui una società finisce per giustificare comportamenti maschili distruttivi (qui le serie più maschiliste). È proprio questa la direzione più interessante intrapresa da A Good Boy. Logan era stato raccontato dalla madre come un ragazzo fondamentalmente buono, finito sulla cattiva strada per colpa dell’influenza esercitata da Henry. Una ricostruzione che lascia intravedere un meccanismo familiare: quando un uomo commette qualcosa di imperdonabile, si cerca spesso qualcuno o qualcosa a cui attribuire la colpa, soprattutto se quel qualcuno è un altro uomo considerato più influente.


L’uomo “vittima” delle circostanze

La riflessione diventa ancora più esplicita quando emerge il riferimento alla necessità di proteggere i ragazzi dalla loro natura più istintiva. YAGA individua in questa convinzione una delle giustificazioni più ricorrenti della cultura patriarcale: quella secondo cui determinati comportamenti maschili sarebbero inevitabili, quasi biologicamente determinati, e dunque le donne dovrebbero semplicemente imparare a conviverci. Una posizione che la serie non ha particolare interesse a trattare con delicatezza. Il suo obiettivo è piuttosto quello di smontare una narrazione che, troppo spesso, finisce per trasformare l’aggressività maschile in una caratteristica da comprendere e la libertà femminile in qualcosa da sorvegliare. La brutalità della morte di Logan rende questa riflessione ancora più disturbante. L’autopsia rivela che il ragazzo è stato accoltellato all’addome, ha il collo spezzato ed è stato evirato. Una violenza che trasforma il suo omicidio in qualcosa di molto più complesso di un semplice regolamento di conti.

Non siamo davanti a un assassinio qualsiasi, ma a un gesto che sembra avere una precisa valenza simbolica e richiama la componente ritualistica già intravista nei precedenti episodi. Il corpo diventa così il luogo in cui si manifesta una violenza (un focus sulla violenza nelle serie) che la serie non vuole più lasciare sullo sfondo. La scelta di mostrare conseguenze tanto estreme segna anche un cambio di tono. YAGA aveva costruito il proprio immaginario attraverso una combinazione di ironia, sensualità e inquietudine, ma qui decide di spingersi decisamente oltre. Il risultato è un episodio più cupo, nel quale il grottesco non serve più soltanto a provocare o divertire, ma contribuisce a rendere ancora più sgradevole ciò che si nasconde dietro le apparenze. Anche la componente visiva assume un’importanza particolare. Non a caso, la sequenza dell’autopsia, realizzata attraverso un complesso lavoro prostetico, è volutamente disturbante e restituisce tutta la brutalità dell’accaduto.

YAGA
Credits: HBO Max

YAGA e il piano interpretativo

Il terzo episodio offre qualche elemento in più per apprezzare il lavoro del cast. Hudson Williams si trova al centro di una situazione particolarmente impegnativa, non soltanto per il doppio ruolo di Henry e Logan, ma anche per una sequenza che richiede un notevole lavoro di trasformazione fisica. La sua interpretazione merita attenzione soprattutto per il modo in cui riesce a mantenere distinta l’identità dei due personaggi, pur condividendone il volto. Henry e Logan sono legati da una somiglianza che continua a rappresentare uno degli interrogativi più interessanti della serie, ma il loro rapporto sembra nascondere molto più di una semplice amicizia. La stanza segreta e le registrazioni ritrovate durante le indagini suggeriscono infatti che Logan fosse profondamente ossessionato da Henry. Il ragazzo desiderava diventare come lui, ne subiva il fascino e sembrava averne fatto un modello da imitare.


Ma quanto di questa ammirazione era autentico e quanto nascondeva un’ossessione più profonda? Le registrazioni mostrano Logan impegnato a spiare la vita privata di Henry, raccogliendo conversazioni e momenti intimi attraverso un sistema di apparecchiature nascosto nella propria stanza. La scoperta modifica ulteriormente la percezione del loro rapporto. Logan non era soltanto un coinquilino affascinato dal proprio amico, ma qualcuno che lo osservava, lo seguiva e raccoglieva informazioni su di lui. La scoperta della stanza segreta rappresenta uno dei passaggi narrativamente più riusciti dell’episodio. Nascosta dietro una libreria, è piena di vecchie cassette e dispositivi di registrazione. Rapp e Carson capiscono progressivamente che Logan aveva organizzato un sistema per ascoltare ciò che accadeva nella camera di Henry. Tra le registrazioni emerge anche un riferimento a Pam, mentre alcuni dettagli suggeriscono che Logan volesse assumere sempre più il ruolo del ragazzo scomparso.

Ulteriori elementi nell’indagine

La presenza di sostanze allucinogene nel corpo di Logan, il DNA (la nostalgia nel DNA degli 883)umano ritrovato sotto le sue unghie e il frammento di un’antica lama rituale complicano ulteriormente il quadro. Katherine viene coinvolta per riconoscere l’oggetto e la sua conoscenza delle tradizioni antiche permette di aggiungere un nuovo tassello alla mitologia di YAGA. Il reperto viene identificato come una lama sacrificale di origine azteca, un dettaglio che sposta ancora una volta l’attenzione verso una dimensione ritualistica. La componente investigativa e quella soprannaturale continuano così a sovrapporsi, senza che sia ancora possibile stabilire dove finisca la spiegazione razionale e dove cominci qualcosa di più oscuro. Il rapporto tra Carson e Rapp si evolve parallelamente alle indagini. I due sembrano finalmente disposti a collaborare, riconoscendo che la scomparsa di Henry e la morte di Logan potrebbero essere strettamente collegate.


La loro dinamica conserva quella componente ironica e provocatoria che aveva funzionato nei primi episodi, ma comincia ad acquisire una dimensione più personale. Rapp continua a essere un investigatore imprevedibile, capace di alternare intuizioni interessanti a comportamenti decisamente discutibili. Il tentativo di baciare Carson, respinto dalla detective, aggiunge un nuovo elemento al loro rapporto e dimostra quanto il protagonista fatichi a interpretare correttamente i confini imposti dagli altri. Clark Backo e Noah Reid funzionano proprio perché riescono a mantenere viva questa tensione, senza trasformarla in una dinamica romantica convenzionale. Le allucinazioni di Rapp, intanto, diventano sempre più inquietanti. La presenza di Pam continua a manifestarsi nelle sue visioni, mentre i confini tra ciò che vede e ciò che accade realmente sembrano progressivamente assottigliarsi. Anche in questo caso, la serie lascia aperta la possibilità che le percezioni siano alterate dalle sostanze assunte in precedenza, ma non esclude completamente una spiegazione soprannaturale.

YAGA
Credits: HBO Max

Il magnetismo della star di YAGA

Carrie-Anne Moss, dal canto suo, continua a essere una presenza imprescindibile. Katherine rimane avvolta da un’ambiguità che la serie non ha ancora intenzione di risolvere e ogni sua apparizione sembra aggiungere nuove domande. La professoressa conosce molto più di quanto lasci intendere, soprattutto quando si tratta di folklore e tradizioni antiche. Il suo coinvolgimento nell’indagine non è soltanto funzionale alla ricerca di informazioni: Katherine sembra avere un rapporto personale con la mitologia di Baba Yaga e con le vicende che stanno sconvolgendo Whittock. Moss interpreta questa complessità con una sicurezza notevole, alternando momenti ironici a improvvise incursioni in una dimensione più inquietante. La sua figura continua inoltre a mettere in discussione il modo in cui gli altri personaggi la osservano. Katherine è una donna adulta che non rinuncia alla propria sessualità e non sente il bisogno di chiedere il permesso per esercitare il proprio fascino.

La serie sembra divertirsi a collocarla in una posizione scomoda, lasciando che siano soprattutto gli uomini a proiettare su di lei paure, desideri e sospetti. In questo senso, il personaggio rappresenta perfettamente il cuore della riflessione di YAGA: una donna che non accetta di essere definita attraverso le aspettative altrui. Ciò detto, è però il finale a rendere A Good Boy un episodio particolarmente significativo. Dopo aver scoperto la stanza segreta, Rapp nota una traccia di sangue vicino al letto di Henry. Spostando la struttura, trova sul pavimento un simbolo a forma di triskelion, realizzato con il sangue e accompagnato da piume bianche. Un’immagine che richiama direttamente la mitologia (le migliori serie sulla mitologia greca) di Baba Yaga, ma non solo. Il simbolo assume un significato ancora più interessante se collegato alla tradizione della triplice figura femminile, rappresentata dalla fanciulla, dalla madre e dalla vecchia.


Com’è diventata Baba Yaga?

Per quanto riguarda la voce narrante di Baba Yaga, che fino a questo momento aveva accompagnato gli eventi con ironia e distacco, adesso acquista una dimensione più minacciosa. Il soprannaturale non è più soltanto una suggestione, ma una presenza che sembra intervenire concretamente nelle vicende della comunità. Con A Good Boy, YAGA dimostra di avere un’idea abbastanza precisa del racconto che vuole costruire. La morte di Logan diventa il punto di partenza per una riflessione sulla violenza e sulle responsabilità individuali. Mentre il mistero di Henry si arricchisce di nuovi dettagli che promettono di modificare ulteriormente gli equilibri della storia. Il terzo episodio è più compatto e incisivo rispetto ai precedenti, perché riesce a collegare le suggestioni tematiche a un evento concreto e a una serie di scoperte investigative.

Rimane qualche incertezza nella gestione del ritmo. La quantità di elementi introdotti è considerevole e non tutti ricevono ancora lo spazio necessario per svilupparsi. Il folklore, le dinamiche familiari, le relazioni, le indagini e la riflessione femminista convivono in un racconto che rischia occasionalmente di disperdere le proprie energie. Anche la componente soprannaturale continua a essere volutamente criptica e la serie dovrà dimostrare di saper trasformare le proprie suggestioni in uno sviluppo narrativo davvero incisivo. Per il momento, tuttavia, la curiosità prevale sulle perplessità. Dopo A Good Boy, YAGA appare più consapevole della propria identità e la strega non è necessariamente il mostro della storia, ma la risposta a un mondo che ha sempre preferito proteggere i veri responsabili. Allo stesso modo, anche l’orrore più grande non nasce sempre e solo dalle torbide leggende. Alle volte, può avere le sembianze di un uomo che tutti continuano a chiamare bravo ragazzo.