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Cosa non ha funzionato nella prima stagione di American Gods

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Pensate di aver visto ogni genere di Serie Tv? Non ne siate poi così sicuri. American Gods è qualcosa di mai visto nell’universo seriale. Una nuova forma di show, che vi lascerà senza parole

American Gods

It’s eight episodes, the first season, and it’s astonishing. — Neil Gaiman

Cosa non ha funzionato nella prima stagione di American Gods?

Davvero una gran bella domanda. Sapreste rispondere? Perché scovare qualcosa al riguardo che non sia degno di meritare l’appellativo di eccezionale è, almeno dal nostro personalissimo punto di vista, una sfida a dir poco ardua.

Apriamo gli occhi. American Gods è più di una “semplice” Serie Tv. Riduttivo, persino offensivo definirla superficialmente tale. Siamo al cospetto di una vera e propria opera artistica.

Visionaria, vistosa, enfatica, vivida

American Gods è ciò che più si avvicina alla definizione di esperienza sensoriale, un trip — nell’accezione propria e tanto cara allo scrittore britannico Aldous Huxley — con destinazione un mondo dove la macchina da presa preme con forza sulle nostre percezioni, scolpendo una versione dell’universo seriale fino a oggi inesplorata.

BY NEIL GAIMAN

American Gods

No, non siamo dinanzi al primo adattamento televisivo di un’opera letteraria di successo. A dirla tutta ormai si tratta di un processo abusato. Eppure, per la prima volta, è quasi istintivo esclamare di trovarsi al cospetto di un prodotto che si distingue come un’unicità nell’intero panorama delle Serie Tv.

American Gods è un prodotto diverso. Forse proprio perché tratto da un romanzo. Forse proprio perché è figlio della fantasia di un uomo come Neil Gaiman.

E se fosse questa diversità, il fattore che impedisce ad American Gods di “funzionare” del tutto?

Se la penna di Neil Gaiman fosse il vulnus stesso?

Spieghiamoci. Chi conosce le sue opere, romanzi piuttosto che graphic novel, lo ama per l’incredibile capacità di catapultare  il lettore in un creato tra l’onirico e lo psicotropo. Un grottesco incubo a occhi aperti. Un’atmosfera opprimente e impalpabile in egual misura, dove spazio e tempo appaiono quali concetti divenuti desueti.

Se non capite di cosa stiamo parlando, allora vi consigliamo vivamente di leggere il suo The Sandman. Lì c’è tutta la visionaria follia di quest’uomo. Un autore in grado di far sentire il suo pubblico confuso, spiazzato, come caduto preda della sindrome di Stendhal, ma con l’aggiunta di una buona dose di sostanze stupefacenti.

E il marchio di Gaiman è pulsante, ben saldo e presente nell’idea che Starz si è proposta di portare sui nostri schermi.

Ma torniamo alla questione iniziale e riflettiamo su quali sono state le critiche più gettonate tra quelle rivolte al duo Fuller & Green

Elemento ridondante nei commenti partoriti dai detrattori (pochi a dire il vero) di American Gods è la parola “confusione”.

Lo accennavamo poc’anzi, un certo senso di spaesamento è tipico dei prodotti di Gaiman e American Gods, benché nella sua forma seriale, non fa eccezione. Ogni singolo episodio sembra respirare autonomamente attraverso visioni illuminate, andando a comporre un quadro astratto dove sono le sensazioni percepite, più che le immagini, a guidare lo spettatore.

Un approccio che definiremmo poco accessibile, soprattutto se paragonato a quello tenuto dalle Serie Tv più in voga degli ultimi tempi

Ci siamo, ecco cosa “non ha funzionato”

Perché tutto questo si riflette prepotentemente sul montaggio, sull’evoluzione stessa del racconto, oltre che, chiaramente, nell’esposizione della vicenda.

American Gods è una storia difficile. Difficile da interpretare, da seguire, da concepire come narrazione. Inoltre affidarsi all’occhio non basta, anzi si corre solamente il rischio di ritrovarsi ulteriormente disorientati. Un prodotto che meriterebbe di venire descritto ricorrendo a una serie infinita di attributi, eccezion fatta che per uno, l’aggettivo “lineare”.

CHE CONFUSIONE SARÀ PERCHÈ TI AMO

American Gods

You already dead, asshole. At least die a sacrifice for something worthwhile. Let the motherfucker burn! Let it all burn! Mr. Nancy

Quindi qualcosa “non ha funzionato” effettivamente, ma, che piaccia o meno, stiamo parlando dell’essenza stessa di American Gods.

Così alcuni scenari e storie  appaiono slegate rispetto alle vicende di cui si compone la trama cardine dello show, mentre certi personaggi, sin troppo enigmatici e guidati da intenti oscuri mai totalmente dichiarati, si dilungano fino a perdersi in dialoghi tra religione e misticismo, al limite del vaneggiante. Addirittura alcuni di loro, divinità africane, sumere, appaiono dal nulla monopolizzando il palcoscenico per poi sparire, riapparendo successivamente nei panni di ruoli strumentali, se non marginali.

Una dichiarazione di un disperato amore al superfluo, insomma

Lo stesso protagonista, Shadow Moon, incarna contemporaneamente lo spirito di American Gods e lo sguardo di ogni spettatore.

Smarrito, confuso, inghiottito da un mondo così distante dalla realtà, isolato

Un microcosmo che non vive di alcuna interazione con l’esterno, chiuso in se stesso, intento a specchiarsi e compiacersi di cotanta bellezza. E probabilmente Shadow è proprio un elemento dolente di questa Serie Tv: una figura a lunghi tratti preda dell’ignavia e dell’ignoranza, la quale assiste fino all’ultimo all’inesorabile serie di eventi che lo coinvolgono, in un crogiolarsi inspiegabile di quesiti, tra fede e fiducia.

QUEL CHE SI DICE ESSERE “COMPLICATI”

American Gods

Damn right I’m a hustler. Swindler, cheater, and liar. That’s why I need assistance. Mr. Wednesday

Per alcuni autoreferenziale, per altri sin troppo pretenziosa

Quello che non ha funzionato nella prima stagione di American Gods è complessivamente connesso alla sua scarsa accessibilità, figlia della fisiologica esigenza di esprimersi in tutta la sua gargantuesca diversità.

Tutto questo è andato riflettendosi su elementi propri della Serie Tv e, ovviamente, su come  una certa fetta di pubblico non sia riuscito a godersi appieno un prodotto sperimentale che, dietro ai colori saturi e una forma esaltante, andava nascondendo un contenuto a tratti fragile, autentico punto debole (ma non insanabile) di questa Serie Tv, come potete leggere qua.

Anima e tallone d’Achille di American Gods coincidono dannatamente

Un prodotto di nicchia. Un titolo che vuole, esige, di elevarsi rispetto agli altri. Uno show che intrattiene con la sua magia visiva, tormenta con la sua violenza, ci rapisce con tinte dense e tese che paiono pronte a esplodere.

Un prodotto fiero di essere fine a se stesso, autocelebrativo, a cui non interessa coinvolgere il pubblico, se non alle sue condizioni.

Costringere lo spettatore ad avere fede in American Gods, venerarlo, senza compromesso alcuno

Un gioco, per certi versi, rischioso. Perché se noi abbiamo concesso il nostro credito a quest’opera, faticando nel trovarne un malfunzionamento tecnico o strutturale, c’è chi non ha prestato la propria devozione alla causa e, anzi, ne ha sottolineato la boria e un nucleo subordinato allo stile.

American Gods è un prodotto che si emargina spontaneamente, inneggiando al culto di una bellezza per pochi eletti, o al contrario, per qualche ottuso edonista. Chissà se la seconda stagione vedrà aumentare il numero di seguaci, oppure questo egoismo seriale porterà i fan a dimenticarsi di questa Serie Tv, così come accaduto per altre che si erano spinte sin troppo oltre.

LEGGI ANCHE: AMERICAN GODS – La Serie Tv  di Starz ci ha regalato il finale che speravamo

 

Written by Paolo Tomassoli

Di giorno giurista, di notte serialista. Tra Italia, Giappone e Russia, con le Serie Tv mi sento a casa ovunque mi trovi.

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