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Winning Time: da un grande sport può nascere sempre una grande Serie Tv

ATTENZIONE: Il seguente articolo contiene SPOILER sulla serie WINNING TIME

Era il 2 giugno, festa della Repubblica, quando Sky ha rilasciato tramite il loro canale Atlantic la Serie Winning Time in Italia: in contemporanea, nella Terra delle opportunità, era tutto pronto per l’inizio delle Finali NBA. Si giocava a San Francisco e il mondo intero era sintonizzato a guardare.
Per arrivare a questo punto storico, a questa potenza mediatica dello sport con la palla a spicchi è necessario fare un viaggio indietro nel tempo: saltare Lebron James, schivare con una finta Michael Jordan e passare la palla direttamente al mago, quel Earvin “Magic” Johnson protagonista dello show prodotto da HBO.

Winning Time inizia con l’accoglienza dell’ormai compianto Dr.Jerry Buss: imprenditore, visionario e soprattutto futuro proprietario dei Los Angeles Lakers. Era il 1979 e, per farci sentire a proprio agio, Mister Buss rompe la quarta parete e fa una breve presentazione introduttiva.
Siamo nella città di Hollywood, dove il sole splende tutti i giorni e fa caldo tutto l’anno, il basket non è al livello degli altri sport americani e ancora c’è una ingombrante supremazia bianca nei media e nei piani alti. Jerry, da gran giocatore di poker qual è, è pronto a cambiare le carte in tavola e mostrarci la sua mano vincente: ha bluffato fin troppe volte giocando con il fuoco, i Lakers sono il suo capolavoro.
Winning Time nella sua prima stagione, per farla breve, racconta il prologo di uno degli eventi chiave del basket NBA: la nascita dello Showtime all’interno del Forum di Inglewood. Lo fa con il classico stile del produttore esecutivo e regista Adam McKay, salutando come visto in precedenza la quarta parete e approfittando ogni qual volta di grafici, dati a schermo e flash forward nel nostro presente per offrirci notizie e chiarimenti. Il tutto presentato con un effetto pellicola anni ’70 e immagini volutamente sporche e sgranate per conferire un’atmosfera ancora più reale.

Condizioni per l’uso prima di immergervi nella Serie: Los Angeles era, è e sarà sempre unica nel suo modo di concepire lo sport: lo vive di pari passo con le stelle del cinema, con la bella vita, con i rischi che essa comporta e con le luci dei riflettori sempre addosso. Essendo ambientata nei primi anni 80, avrete un assaggio di ciò che significa.

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Non è compito di questo articolo parlarvi in maniera approfondita di questa “riproduzione”, se non siete esperti o appassionati del settore lascio a voi la piacevole scoperta.
L’obiettivo di questa introduzione è quello di sollevare un argomento di discussione che con gli anni si è fatto sempre più ricorrente, ossia il successo di tutte le Serie Tv basate su un grande sport.

Non è un segreto che Winning Time sia arrivata ai nostri schermi grazie alla fama globale di The Last Dance: scopriamo allora come e perché questi sport riescano a raccontare eventi iconici, unici nel suo genere e a riscuotere il favore continuo del pubblico.
Seppur alcuni dei momenti storici siano spesso circondati da un alone mistico, dal sapore di leggenda e dalla percezione di star assistendo a qualcosa di mai visto prima, non c’è magia dietro i loro show dedicati. Piuttosto c’è la consapevolezza di avere in mano una novità, di esplorare un territorio nuovo all’essere umano come se fosse un pianeta.
Partiamo quindi da The Last Dance: l’ultima stagione di Michael Jordan con la maglia dei Chicago Bulls, con retroscena mai visti, interviste esclusive e una prospettiva da insider che era impossibile avere nel 1998. Netflix ha fatto il botto con essa ma i meriti vanni ben oltre i suoi registi, va alla storia. La compagnia è stata intelligente a livello mediatico e di business: ha presentato al pubblico qualcosa di “nuovo” e ha sfruttato l’immagine del migliore di sempre per attirare sia il ragazzino che in Jordan vede un semplice paio di scarpe alla moda, sia l’appassionato che ha visto in diretta i suoi ultimi minuti su un parquet NBA.
Il segreto è questo: unire due tipologie di pubblico totalmente differenti sfruttando l’ondata di novità che lo sport porta con sé. Fantasy, noir, horror, ne abbiamo visti di ogni genere ormai. È lo sport e la sua autenticità che è sempre mancata nel catalogo delle piattaforme di streaming e solo adesso sta vedendo il suo numero incrementare in maniera esponenziale.

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Winning Time e The Last Dance parlano di basket, Drive to Survive si occupa di Formula 1 e lo fa come sempre con le telecamere posizionate nei posti più oscuri del paddock, raccontandoci il lato che noi non possiamo vedere, quello extra pista. Un altro successo da parte di Netflix che ha avuto il coraggio di lanciarsi in questa “docuserie” e dettare il passo per gli altri competitors.
Vincono tutti: il tifoso riesce a scoprire qualcosa di più sul suo pilota preferito, la Formula 1 espande le proprie radici mediatiche e Netflix dimostra di essere avanti a tutti un’altra volta.
Da questo punto di vista non ci sono lati negativi, eppure esiste una linea sottile, per alcuni invisibile che trasforma un prodotto tecnico, valido e di qualità in un drama di cattivo gusto.
Questo succede quando la realtà che ci viene mostrata a schermo viene stravolta, trasformata in menzogne volte a creare disaccordi inesistenti. Restando ancorati a Drive to Survive, nell’ultima stagione si è perso lo spirito originale che aveva riscontrato cosi tanta approvazione tra i fan e si è decisi di drammatizzare, tagliare e cucire a piacimento gli avvenimenti e forzare rivalità mai confermate.
Lo raccontava il campione del mondo in carica Verstappen alla fine del 2021, quando definiva la creazione Netflix letteralmente “Bull****” e poneva il veto per la sua partecipazione in essa. Resterà un modo geniale per attirare una nuova tipologia di spettatori e introdurre loro il complesso mondo della Formula 1 ma la direzione intrapresa è sempre più quella del reality show.

Queste “regole” d’ingaggio spariscono quando si vive la realtà di Los Angeles, anche quella del 1980. Winning Time ha il lusso di essere unica perché incaricata di raccontare il primo contatto tra lo Spalding e la città degli Angeli nel suo cuore pulsante.
Non è necessario esagerare o distorcere i fatti per ottenere una storia accattivante: Hollywood ha sempre avuto tutto il necessario per attirare le luci dei riflettori e nello show toccheremo soltanto la punta dell’iceberg rivoluzionario che ha avuto nella famiglia Buss un punto fermo. Un equilibrio impossibile da trovare, con una bilancia che pende sempre di più dalla parte dello spettacolo e si allontana dai risultati sportivi. “In Los Angeles, everyone’s a star” diceva Denzel Washington.

Giunti alla conclusione di questa analisi, c’è solo un ultimo punto da discutere: la durata di questo successo.
Arriverà un momento in cui l’ondata si assesterà? Solo di recente Amazon ha lanciato una serie dedicata alla Motogp (rivalità perfetta con Netflix) e un’altra sulla Juventus. Inoltre basta spostarsi oltre oceano per aspettare l’arrivo di The Black Mamba, opera incentrata sui 20 anni di carriera di sua maestà Kobe Bryant sempre per mano di Netflix. Il ferro si batte finché è caldo ed è esattamente ciò che sta succedendo adesso: non appena l’offerta surclasserà la domanda però arriverà il tanto annunciato calo. È sempre e solo una questione di mercato, le Serie Tv vengono trattate come tale nonostante le vicende che trattino siano ormai leggende scolpite sul campo. A proposito di mercato: non serve dire che Winning Time avrà una seconda stagione, vero?

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