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Vinyl, la serie sulla musica che si è persa proprio sul ritmo

Vinyl

Nell’ormai lontano 2015, quando la HBO ha lanciato il primo teaser di Vinyl, l’hype generale era alle stelle. Non solo per nomi del calibro di Mick Jagger, Martin Scorsese e Terence Winter (che ha sceneggiato i primi tre episodi). I fan di Boardwalk Empire non potevano che esultare all’idea che Gyp Rosetti, l’acerrimo nemico di Nucky Thompson/Steve Buscemi interpretato da Bobby Cannavale (qui un suo profilo) nella terza stagione, vestisse i panni del magnate dell’industria cinematografica Richie Finestra. E poi gli anni Settanta, Alice Cooper e David Bowie, la factory di Warhol. E ancora i fiumi di cocaina e la disco music, il punk pronto a esplodere. Insomma, per la HBO si trattava di un “ti piace vincere facile?”.

Ma la vittoria non c’è stata, anzi.

Vinyl è stata la serie HBO con gli ascolti più bassi di sempre per la prima stagione. Una bella sconfitta se si pensa che il costo della produzione è stato pari a 100 milioni di dollari.

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Nonostante ne fosse stato già annunciato il rinnovo, la serie è poi stata cancellata (ne abbiamo parlato qui). In molti si sono interrogati sui fattori che hanno influenzato i pessimi ascolti. Ognuno ha dato la sua versione ma è inutile girarci intorno.

La storia del lancio di Vinyl tra mille clamori e della rovinosa débâcle a livello di ascolti ha rivelato all’intera categoria degli autori – ma anche al pubblico e ai critici – un’amara e triste verità.
I millennials, ovvero la generazione dei nati tra i primi anni ’80 e il 2000, sono abituati a tempi narrativi che poco hanno a che vedere con quelli conosciuti e utilizzati fino allo scorso decennio.

Cresciuti a pane e Serie Tv, tra un pianto di Dawson e un sillogismo di Locke, hanno sviluppato una percezione del tempo narrativo che uno show come Vinyl, targato HBO e con un’ingente produzione alle spalle, non ha colto.

Il peggior difetto e quindi errore di Vinyl? L’apparenza.

Pasqua

Costumi impeccabili, ricostruzioni del modo di vivere dell’epoca impeccabili, persino la recitazione dei due attori chiave – Bobby Cannavale nei panni di Richie Finestra e Olivia Wilde nei panni della moglie Devon – è impeccabile. Ecco, forse è stato tutto troppo impeccabile.

L’impressione è che la produzione si sia concentrata in maniera eccessiva sul costruire l’apparenza e meno sul costruire la storia, che è ciò che davvero conta in una Serie Tv. Il pubblico può perdonare l’imprecisione storica – di cui tra l’altro non è detto che si accorga – ma non perdona quella sensazione che lo assale quando ciò che sta guardando non lo rapisce né lo annoia ma peggio, lo lascia indifferente.

Il pubblico di oggi ha visto di tutto. Per questo è abituato a un certo tipo di ritmo narrativo, al colpo di scena che non ti aspetti, all’imprevedibile. È quindi ironico che una serie del genere si sia persa proprio su un elemento fondamentale come appunto il ritmo. Richie Finestra che decide di vendere la società e poi ci ripensa in piena riunione con i potenziali acquirenti non è imprevedibile, così come non stupisce e non lascia col fiato sospeso il ritrovamento di un cadavere seppellito nella puntata precedente.

Il pubblico di oggi è abituato a professori di chimica che realizzano metanfetamine in laboratorio. Quindi il buon vecchio trio “sesso, droga e rock‘n’roll” da solo non può più funzionare.

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