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#VenerdìVintage – La religione di Death Note

death note

Attenzione, l’articolo contiene spoiler su Death Note.

Basato sull’omonimo manga di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata, Death Note è un anime che è stato trasmesso per la prima volta nel 2015, da Nippon Television, ma che non ha ancora smesso di far parlare di sé. Le ragioni sono molteplici e sono le stesse per le quali Death Note non viene considerato come un anime qualunque, ma come qualcosa di profondamente speciale, che si staglia in maniera evidente sullo scenario di questa tipologia di prodotto. La ricchezza della storia di Light Yagami, Riuk e L, risiede non solo nel ritmo incalzante delle vicende, nella caratterizzazione approfondita dei personaggi e nella curiosità che viene destata continuamente nello spettatore, ma anche nelle tematiche trattate come il dibattito sull’esistenza della giustizia e su cosa sia la giustizia, l’eterna lotta tra il bene e il male analizzata da punti di vista differenti e per nulla banali, la riflessione sulla morte e sulla possibilità di controllarla. È chiaro che sono tutti elementi legati in qualche modo alla morale e indissolubilmente intrecciati al dibattito religioso: la morte, in primis, nodo centrale di tutta la trama ricopre un ruolo fondamentale all’interno delle varie religioni. E questo varie è da sottolineare perché la peculiarità di questo anime è quella di aver attinto – volutamente o meno, come vedremo – a diverse religioni e mitologie (shintoista, nipponica e cristiana), creando un simbolismo unico e ricco, che consente di sviluppare diversi piani di lettura.

Proviamo dunque a districarci tra i vari riferimenti religiosi che troviamo in Death Note e capire come potrebbero essere interpretati.

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Una delle colonne portanti dell’intero anime è Ryuk, ed è chiaro fin dal primo istante: lo shinigami è il primo personaggio dello show a comparire sullo schermo. Lo vediamo nel suo mondo, il mondo della morte, dove insieme agli altri shinigami si annoia, un comportamento che – affibbiato a un dio – può suonarci insolito. L’unico modo per ingannare il tempo è quello di scrivere i nomi dei propri compagni sul Death Note, anche se in realtà gli shinigami non possono essere uccisi. L’apparizione di Ryuk richiama l’attenzione su uno degli elementi religiosi più evidenti, ossia lo shinigami stesso, il dio della morte. Pare che l’origine di questa figura vada ricercata al Periodo Meiji (periodo storico del Giappone, comprendente i 44 anni di regno dell’imperatore Mutsuhito, 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912), e si tratta di una rivisitazione nipponica di un mito presente in molte altre culture: lo Psicopompo, ossia una figura pseudo-divina che ha il compito di accompagnare le anime dei defunti dal mondo dei vivi e quello dei morti.

Nell’anime non vediamo Ryuk portare fisicamente nessuno da nessuna parte, però lasciando cadere il Death Note sulla Terra, è come se lo shinigami aprisse un passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un passaggio che verrà poi orchestrato da Light Yagami, il ragazzo che raccoglierà il quaderno e ne scoprirà l’utilizzo. Nella scena finale dell’anime, Ryuk è in ogni caso piuttosto vicino a questa tipologia di compito, perché scrivendo il nome dello stesso Light sul Death Note, ne sancisce la morte e, di conseguenza, lo manda dal regno dei vivi all’aldilà.

Inoltre, l’introduzione del mito dello shinigami rappresenta anche uno dei tanti collegamenti di Death Note con la cultura occidentale, perché pare sia stato introdotto in Giappone grazie alla rivisitazione di una storia dei fratelli Grimm. Questo non è né il primo né l’ultimo ponte tra le due culture che troviamo nell’anime, infatti tra gli elementi religiosi che compaiono in Death Note molto spazio è occupato da quelli cristiani.

Tra gli elementi cristiani di Death Note, quelli che saltano subito all’occhio sono la croce e la mela – anche se quest’ultimo sembra non fosse un richiamo voluto.

Death Note

Per quanto riguarda la simbologia della croce, basta anche solo prendere in mano un paio di volumi del manga per accorgersi di quanto sia centrale: la croce latina, infatti, rappresenta lo sfondo di tutti e tredici gli episodi cartacei e, nella cover del dodicesimo volume, Light compare come se fosse crocifisso. Ma la croce non compare solamente nelle copertine del manga, bensì anche nell’abbigliamento di Misa Amane, in conseguenza del suo stile gotico, e nel braccialetto di Mello.

Ancor più evidente, però, è la mela. Il frutto in questione è ricorrente in quasi ogni episodio dell’anime, perché ormai sappiamo che gli shinigami mangiano solo mele. In realtà, la mela è un frutto che può simboleggiare diverse cose e i collegamenti che ne scaturiscono sono talmente tanti che nel 2020 Rancore, rapper romano, li ha racchiusi in una canzone intitolata Eden con cui è arrivato decimo a Sanremo e sì, nella canzone (e anche nel video) ci sono riferimenti a Death Note. Ma come immaginiamo dal titolo stesso della canzone, Eden, il collegamento più lampante è proprio quello alla religione cristiana.

La mela è il frutto proibito della conoscenza che se mangiato permetterà all’uomo di elevarsi a divinità. Nell’anime è Ryuk a mangiare le mele, e lui non ha bisogno di diventare un dio perché lo è già, ma se accostassimo la mela a Light? Il protagonista è di fatto una persona che grazie all’utilizzo del quaderno si eleva a divinità, perché cerca di controllare qualcosa – la morte – che è sempre stata prerogativa, almeno nell’immaginario collettivo, di qualcuno o qualcosa di superiore. Allora Light ci sembra quasi un Adamo, che vuole sfuggire alla sua natura di uomo per diventare altro. E ci riesce, fin troppo: negli ultimi episodi di Death Note Light sembra tutto fuorché umano, ma non è nemmeno un dio, sembra un mostro. Non riesce nel suo intento, così come Adamo non riesce nel suo, in quanto punito da Dio.

Una lettura senz’altro interessante, ma come detto prima non voluta, perché Tsugumi Ōba ha dichiarato che si tratta di un parallelismo involontario: la scelta della mela come cibo prediletto di Ryuk è del tutto casuale. Questo però non toglie il fascino di questa interpretazione che ben si incastona nel mosaico di riferimenti religiosi.

I richiami al cristianesimo, infatti, non finiscono qua.

Possiamo infatti notare nella sigla dell’anime alcuni richiami alla Pietà di Michelangelo, al Giudizio Universale e al Cristo con le mani aperte connesso al Padre Nostro. A questo si aggiunge il brano della colonna sonora intitolato Kyrie, che recita la Kyrie elesion, una preghiera in cui si invoca la pietà del Signore.

Ma se vogliamo smarcarci dal mero simbolismo, possiamo trovare riferimenti religiosi – o che comunque conducono alla religione – anche a livello più ampio. Le tematiche citate nell’introduzione, ad esempio, sollevano interrogativi a cui spesso la società tende a rispondere con la religione o comunque includendo anche essa. La questione della giustizia, intrecciata a quella della morte, porta a un dilemma molto discusso: l’uomo può arrogarsi il diritto di decidere riguardo la vita (e la morte) di un’altra persona? Quello che fa Light è. di fatto, il ricorso alla pena di morte, perché nel suo ideale tutti i criminali devono essere giustiziati. Ed ecco che ritorna la parola giustizia. È davvero giusto uccidere un’altra persona, anche se lei stessa è un’assassina? La religione cristiana risponde no.

E l’eterna lotta tra il bene e il male che fa da sfondo alle vicende di Death Note? Non la ritroviamo forse nella religione, non soltanto cristiana in questo caso? Si tratta dell’elemento fondante di religioni, ma non solo. Troviamo questo scontro nella mitologia, nelle storie che narriamo o leggiamo, nella vita di tutti i giorni.

Perché è questo il punto forte di Death Note, anche quando parla di religione non la rende l’unica chiave con cui aprire la porta. L’anime, spesso, parte da questioni religiose e poi fa un passo in più, proponendo riflessioni che chiunque può ritrovarsi a fare, persona religiosa o meno. Sono questioni che riguardano la morale. Poi sta a ogni spettatore decidere se usare la lente della religione per analizzare oppure no, se partire da essa per poi viaggiare in un’altra direzione.

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Scritto da Alice D'Arrigo

Mi piace far giocare le parole tra di loro finché non formano storie. Quando non scrivo libri, mi diverto a tuffarmi negli strabilianti mondi delle serie tv, lasciandomi conquistare da dialoghi e colonne sonore.

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