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L’ultima puntata di The Walking Dead è il rimpianto su ciò che poteva essere questa serie

The Walking Dead
The Walking Dead

“Perchè Glenn ha deciso di aiutarti, quel giorno, tanto tempo fa. Quella è stata la decisione che ha cambiato tutto. E’ iniziata con voi due, e si è allargata a tutti noi. Sacrificarci l’uno per l’altro. Soffrire e sopportare. Affiggersi. Dare. Amare. Vivere. Combattere l’uno per l’altro. Glenn ha preso la decisione, Rick. Io stavo solo seguendo il suo esempio”

Partiamo da qua. E premettiamo che questa non sarà una recensione dell’ultima puntata di The Walking Dead (quella la trovate in questo articolo) ma più che altro una serie di appunti sparsi e disordinati da parte di un fan che ha visto l’ultima puntata di The Walking Dead. Una serie che ho amato alla follia, che è stata il mio primo vero amore seriale, ma poi ha finito per deludermi in maniera quasi irrecuperabile.

Partiamo da quelle parole affisse ed evidenziate in alto. Sono le parole di Maggie Greene, di gran lunga il personaggio che esce più a testa alta da questa stagione abbastanza deludente di The Walking Dead. Sono parole che farebbero venire i brividi a chiunque abbia amato questa serie anche solo un minimo o anche solo per un periodo. E sono parole che contribuiscono a creare un finale estremamente emozionante per questa settima stagione. Perchè se c’è una cosa in cui The Walking Dead sa sempre eccellere, è quella di illuderti con inizi di stagione e finali di stagione quasi sempre stratosferici. Il problema, da due o tre anni a questa parte, è quello che c’è in mezzo.

Anche stavolta, dopo una season che definire blanda è dire poco, il trend non è cambiato: The Walking Dead chiude con una sedicesima puntata di altissimo livello, in cui c’è davvero di tutto. Azione, ritmo, emozione, sentimento, profondità. E questo, se vogliamo, fa ancora più arrabbiare, perchè la sensazione è che sia stato sprecato il potenziale per una grande serie che magari poteva chiudere oggi, consegnandosi alla storia come uno dei prodotti televisivi più belli di sempre.

Faccio in modo di non farmi fraintendere: non sto dicendo che chiudendo oggi, con questa puntata, The Walking Dead si sarebbe consegnata alla storia come una delle serie tv più belle di sempre. Sto dicendo che questa puntata, e soprattutto questo finale, lasciano il rimpianto per ciò che poteva essere, non è stato ed a meno di cose clamorose non sarà. Sto dicendo che il potenziale per fare un telefilm fantastico, meraviglioso, ed anche lungo, c’era tutto. Una serie con 7 stagioni al top, che è una cosa di cui quasi nessuno può vantarsi. Si poteva fare. Semplicemente riscrivendo in parte le ultime 3 stagioni, così da offrire al pubblico altre 47 puntate di questo livello. Ma di questo livello o comunque di un livello simile, negli ultimi 3 anni ce ne saranno state sì e no una decina. Ed in questa stagione specifica, soltanto due: la prima e l’ultima.

Fino alla quarta stagione, il gioco ha retto benissimo: il livello è rimasto sempre tendenzialmente alto, al netto di qualche puntata meno intensa che però fungeva sempre da effettivo completamento, e non semplicemente da riempitivo. Dalla quinta in poi, a mio parere, il gioco ha cominciato a scricchiolare. Il meccanismo rodato nelle prime 4 stagioni è stato portato all’esagerazione.

Perchè un conto era vedere un paio di puntate dedicate esclusivamente alla storia dello splendido e sfaccettatissimo personaggio del Governatore, un altro è vedere puntate per la maggior parte – se non in alcuni casi interamente – dedicate a Tara, Beth, Denise, Nicholas, Jessie, Noah, Sherry, Eugene o Dwight. Con tutto il rispetto per questi personaggi, se esiste la definizione di personaggio secondario c’è un motivo: significa che non è un personaggio che può reggere la scena da solo per più di un tot di tempo. Continuando a spezzettare la storia, sacrificandola sull’altare dell’approfondimento di questo o quell’altro signor nessuno, il risultato è stato quello di interrompere l’inerzia narrativa dello show, mandando in confusione buonissima parte del pubblico. Che comunque per la maggior parte è rimasto ugualmente incollato allo schermo, un po’ morbosamente attaccato al ricordo di ciò che era The Walking Dead, un po’ speranzoso di ritrovare prima o poi in maniera continuativa la vecchia serie che aveva amato alla follia, per poi ritrovarsi in molti casi a rimanere deluso. Con la consolazione di poter godere, giusto ogni tanto, di puntate come l’ultima uscita. 

Quando qualcuno muove una critica a The Walking Dead, chi lo difende a spada tratta – ed aggiungo giustamente, perchè ognuno ha i suoi gusti ed il mio rimane soltanto un parere soggettivo – fa sempre riferimento al fatto che la serie non viene capita, che non è una serie umani contro zombie, che non è una serie fatta necessariamente di azione ed uccisioni, che se si vogliono queste cose bisogna cercare altrove, perchè The Walking Dead è approfondimento psicologico dei personaggi, senso di gruppo e costruzione dello stesso, introspezione, scavare a fondo nell’animo umano. Ed il bello è che è tutto giusto, sono effettivamente questi i presupposti di The Walking Dead. Presupposti che però nelle ultime stagioni sono venuti meno: il troppo stroppia, la serie è diventata statica, poco dinamica, ha finito per diventare pesante, trasformando i suoi punti di forza sopra citati in un macigno che la sta lentamente ma inesorabilmente sotterrando.

Perchè anche nelle prime stagioni c’erano introspezione, approfondimento psicologico, senso di gruppo e costruzione dello stesso, ma erano sapientemente centellinate e ben distribuite, in mezzo ad altri elementi come azione, mistero, ricerca della verità, ritmo narrativo e tantissime altre cose: in poche parole, erano valorizzate e non banalizzate. 

The Walking Dead sarebbe potuto finire oggi, in maniera egregia. O magari si sarebbe potuto prolungare anche per un’altra stagione, dirò di più, mantenendo comunque altissima l’asticella. Sono poche le serie che hanno la possibilità di mantenere un livello straordinario nonostante un’ampia longevità. Sarebbe bastato semplicemente fare più o meno ciò che è stato fatto nelle prime 4 stagioni: ridurre al minimo i riempitivi, valorizzando quindi anche quelli, e non ergendoli a parte principale della storia così come è stato soprattutto in quest’ultima stagione. E sostituire questi riempitivi con la vera storia, perchè una vera, lunga ed interessante storia da raccontare effettivamente The Walking Dead ce l’aveva e ce l’ha: dai cannibali ad Alexandria ed Hilltop – eliminando ad esempio l’inutilissima saga dell’ospedale – passando per Wolves, Negan, Re Ezekiel e tutto quello che ancora dovrà succedere – perchè di cose da narrare, stando al fumetto, ancora ce ne sono -, sviluppando nel frattempo il percorso di Rick e del suo gruppo. Un percorso evolutivo che sarebbe comunque passato per nascite, crescite, morti, cambiamenti ma senza la pesantezza di dover guardare ogni singola virgola di ogni singolo personaggio secondario – spesso per dargli un tono teso a far percepire allo spettatore una qualche importanza nel momento della morte del personaggio secondario stesso, che in genere arriva poco dopo – durante ogni singolo episodio.

Personaggi che poi molto spesso, lasciatemelo dire, sono tutt’altro che interessanti o emozionanti. The Walking Dead non è riuscito a creare un meccanismo di sostituzione adeguato. I vari Dale, Andrea, Hershel, Shane, Lori, Merle non sono stati rimpiazzati da personaggi dello stesso spessore. Lo stesso Negan, presentato in pompa magna come il Re dei Cattivi, non ha soddisfatto appieno ed ha a tratti fatto rimpiangere Il Governatore, character più complesso e meno macchiettistico.

Non sto dicendo che Negan sia un brutto personaggio, anzi è ovviamente uno dei 2-3 personaggi di un certo livello usciti fuori nell’ultimo periodo, ma per come era stato presentato ci si aspettava molto di più. Decisamente di più. Se ci pensate, i personaggi forti sono rimasti sempre gli stessi, quelli che c’erano pure nelle prime due stagioni e sono sopravvissuti: Rick, Daryl, Carl, Morgan, Maggie e Carol. Con l’aggiunta di Michonne, arrivata a fine seconda stagione. E di Glenn, presente dal principio e morto all’inizio della settima. L’unico altro personaggio davvero ben costruito e con un livello complessivo paragonabile ai vari Shane, Lori, Merle, Dale, Andrea ed Hershel è Abraham Ford, arrivato nella quarta stagione e sacrificato all’inizio della settima. Dopodichè, più o meno il nulla cosmico, con sprazzi di Sasha (vittima di quest’ultima puntata) e poco altro (in questo poco altro, ci metto pure Gareth: uno strambo villain che prometteva benissimo, ed è stato fatto fuori inspiegabilmente nel giro di 3 episodi per dare spazio all’inutile epopea del Grady Memorial Hospital).

Insomma, il tanto chiacchierato approfondimento dei personaggi secondari, sull’altare dei quali è stato sacrificato il ritmo narrativo, è risultato essere inutile in quanto questi sono o morti più o meno subito, o rimasti comunque nell’ombra degli ottimi protagonisti esistenti fin dal principio, i quali un tempo avevano vicino a loro personaggi altrettanto forti. Che spiccavano senza la necessità di dovergli dedicare miriadi di puntate specifiche, in quanto evolvevano e venivano in evidenza in maniera naturale all’interno di un contesto di gruppo. Semplicemente perchè ben scritti e ben costruiti sin dall’inizio, senza dover ricorrere a forzature narrative per provare a conferirgli valore.

In definitiva, quest’ultima puntata di The Walking Dead è stata una bella puntata. Una puntata che non ha fatto altro che accrescere in me il rimpianto per quel che poteva e doveva essere, ma non è stato e probabilmente non sarà mai più. Il discorso finale di Maggie Greene, definitivamente salita in cattedra con fierezza e merito, è stato da brividi. Il riferimento a Glenn e a Rick, a quel giorno di tanto tempo fa che ha cambiato tutto, mi ha strappato un sorriso triste ed amaro. Perchè mi ha fatto passare davanti agli occhi tutta questa storia, e mi ha ricordato quanto in realtà sarebbe potuta essere meravigliosa. 

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Written by Vincenzo Galdieri

Sostanzialmente scrivo baggianate, ma gli dò un tono talmente epico che a volte rischiano pure di sembrare cose interessanti

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