ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Great.
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Huzzah!
Da sempre, il dramma in costume porta con sé un dovere di reverenza. Dalle sale impeccabili di Downton Abbey fino all’austerità regale di The Crown, la storia è spesso trattata come un altare su cui non si può scherzare. Il passato, in queste narrazioni, è una teca di vetro. Lo si osserva da fuori, con rispetto, come se la distanza fosse garanzia di profondità. The Great prende quella stessa teca e la manda in frantumi, trasformando la corte russa del Settecento in un circo crudele e irresistibilmente moderno. Il linguaggio è tagliente, le situazioni grottesche, l’ironia dilagante. Un Settecento pop, satirico e spudorato, dove ogni gesto nobile è contaminato da un impulso volgare. È qui che la serie afferma la sua rivoluzione. Il vero tradimento della storia è l’eccesso di reverenza.
Seguendo la penna di Tony McNamara, The Great non cerca di restaurare il passato ma di riscriverlo come fosse un palcoscenico differente, in cui la verità non si trova nei fatti, ma nei toni. Così nasce un racconto in tre sole stagioni che ride della Storia per restituirle vitalità, che ne distorce i contorni per renderla più viva, più umana.
Ma come si costruisce una menzogna così veritiera? È qui che la serie diventa una lezione di scrittura: insegnando che solo l’irriverenza, paradossalmente, può concedere la libertà di dire la verità.
La scrittura di Tony McNamara e l’eredità di The Favourite
L’irriverenza, in The Great, non è improvvisazione né anarchia narrativa. È una costruzione meticolosa, calibrata fin nei suoi eccessi, e porta impressa la firma inconfondibile di Tony McNamara. Dopo aver reinventato il costume drama con The Favourite, lo sceneggiatore riprende la stessa grammatica di sarcasmo e disincanto per spingerla agli estremi. Dialoghi affilati come lame, ritmo teatrale, e un linguaggio che sembra barocco ma vibra di modernità. Se The Favourite era una satira di corte sulla fragilità del desiderio e del potere al femminile, The Great espande quel gioco fino a costruire un intero mondo governato dal paradosso. Un impero dove la serietà è ridicola e la farsa è la sola forma di sincerità possibile.
Il tratto più affascinante della scrittura di McNamara è la “irriverenza controllata”. Ogni provocazione è sorretta da un equilibrio rigoroso, da un senso preciso del ritmo e della misura. Gli anacronismi non nascono da leggerezza ma sono una scelta consapevole, un ponte tra epoche e sensibilità. Quando Caterina parla di “innovazione”, o quando un personaggio lancia un “Huzzah!” come se fosse un tormentone social, l’effetto non è gratuito. Il linguaggio diventa un campo di battaglia, un modo per far collidere il potere antico con la lingua del presente. È questo contrasto a rendere la serie immediata, quasi punk nella sua energia, ma mai priva di metodo.
The Great: l’ironia come disciplina

Nei dialoghi serrati tra Caterina e Pietro si percepisce quella tensione fra logica e follia che definisce la poetica di McNamara. L’insulto e la rivelazione convivono nello stesso scambio, la ferocia si traveste da eleganza. Persino nei momenti di brutalità o assurdo, il tono non sfugge mai di mano. C’è sempre un disegno dietro, una precisa costruzione verbale che fa da architrave al caos apparente. È la dimostrazione che l’ironia può essere una forma di disciplina narrativa, e che la parodia, se maneggiata con rigore, diventa critica autentica.
Così The Great si trasforma in una lezione di scrittura più che in una semplice serie storica. McNamara parte dal dato reale, Caterina come figura storica, l’imperialismo russo, le tensioni di corte, ma li usa come scintilla, non come catena. Il risultato è una narrazione autonoma, coerente nella propria follia, che dimostra come la fedeltà ai fatti sia spesso meno importante della fedeltà al tono. La sua è una penna che non teme la risata, perché sa che solo attraverso la risata si può dire qualcosa di serio sul potere. E in questo equilibrio instabile e geniale, risiede l’essenza di The Great. Cioè, la libertà assoluta dentro una forma controllata. L’irriverenza come architettura.
The Great: una “storia” senza verità. Ma con senso
“An occasionally true story“. La formula d’apertura di The Great vale come dichiarazione poetica più che come avvertimento. L’autore la usa per rovesciare le aspettative di chi cerca nella fiction storica un’illustrazione dei fatti. Qui, la verità cronologica non è l’obiettivo, ma un punto di partenza per scoprire quanto la Storia, alla fine, assomigli a una farsa ben scritta.
Accuratezza e autenticità non coincidono.
L’accuratezza riguarda le date, i costumi, le battaglie vinte o perse. L’autenticità, invece, è quella che vibra dietro i gesti: la tensione tra desiderio e potere, la paura di perdere se stessi dentro un ruolo. L’ambizione che trasforma la visione in dominio. The Great rinuncia consapevolmente alla prima per inseguire la seconda, e in questo scambio costruisce la sua verità più profonda. Non racconta come sono andate le cose, ma come potrebbero accadere ancora, perché il potere resta una recita e il suo palcoscenico non cambia mai.
Riscrivere il passato per parlare del presente
In questo senso, la serie è quasi una riflessione meta‑storica. Non tanto su Caterina, quanto sul nostro rapporto con la Storia stessa. Viviamo in un’epoca che riscrive continuamente il passato per renderlo leggibile, più accessibile, più nostro. I biopic si moltiplicano, i miti vengono decostruiti, le figure marginalizzate tornano in primo piano. The Great si inserisce in questa ondata di revisionismo con un gesto radicale. Non corregge gli errori del racconto storico, ma lo ridefinisce da dentro, usando il paradosso come bisturi. Caterina non è più un ritratto da museo ma un corpo luminoso e contraddittorio, in cui il presente trova le proprie domande: quanto del potere che vogliamo è ancora contaminato dal sogno romantico che lo fonda?
La libertà con cui McNamara piega e reinventa i fatti apre così un orizzonte più ampio. In un’epoca ossessionata da ciò che è “basato su una storia vera“, The Great rivendica il diritto di distorcere per rivelare. L’ironia diventa lo strumento critico attraverso cui la verità si manifesta. Ridendo delle deformazioni storiche, lo spettatore riconosce i meccanismi stessi della manipolazione del potere, allora come oggi. Quando la serie mostra Pietro che governa come un bambino capriccioso o Caterina che trasforma la corte in laboratorio di idee e ambizione, non parla della Russia del Settecento ma dell’arroganza contemporanea, della teatralità costante del potere politico e mediatico.
Ecco perché The Great non ha bisogno di “rispettare” la Storia per renderla vera. Lo fa trasfigurandola, trovando la sua autenticità non nella ricostruzione ma nella risonanza. È un racconto in costume che si toglie il costume, rivelando che dietro le trame di broccato c’è la stessa nudità di chi prova a scrivere, o riscrivere, il proprio mito.
Caterina la Grande secondo Elle Fanning: un’eroina contemporanea travestita da imperatrice

La Caterina di The Great è un paradosso vivente. Un’eroina rivoluzionaria che conquista il potere sognando l’Illuminismo, ma lo esercita con la stessa spietata ironia del mondo che vuole riformare. Nelle mani di Elle Fanning, la giovane principessa tedesca che arriva in Russia piena di ideali diventa una figura di sorprendente modernità. All’inizio è un personaggio da romanzo d’educazione: ingenua, fervente, innamorata delle idee più che del marito. Poi, man mano che la corte la umilia e il potere le rivela la sua natura tattica, Caterina impara a manipolare lo stesso linguaggio che voleva cambiare. La trasformazione è totale, ma non cinica. Dietro ogni decisione spietata resta l’impulso utopico di costruire qualcosa di giusto in un mondo irrimediabilmente storto.
È un arco che dialoga in modo diretto con le protagoniste femminili della serialità contemporanea: la lucidità tagliente di Fleabag, l’ambiguità ferita di Shiv Roy in Succession, la determinazione autodistruttiva di Rhaenyra in House of the Dragon. Come loro, Caterina non è un modello, ma un prisma di contraddizioni. The Great la tratta come una figura in costruzione, non come un monumento. Assistiamo alla nascita di un mito, alla “fabbrica” della leggenda, con le sue crepe, i suoi inciampi, le sue improvvisazioni.
Fanning interpreta questo processo con un equilibrio raro. Alterna la lucidità cangiante di una giovane Cate Blanchett alla durezza glaciale di una Lady Macbeth in miniatura. I suoi sguardi ingenui diventano armi, la delicatezza un mezzo di controllo. Ogni esitazione si trasforma in strategia, ogni vulnerabilità in potere performativo. Le sue contraddizioni, idealista e crudele, romantica e calcolatrice, la rendono più vera di qualsiasi biografia.
In questo stanno la forza e la novità di The Great. Mostrare il potere non come conquista lineare, ma come negoziazione permanente tra desiderio e compromesso. Caterina non diventa un’icona di emancipazione perché è perfetta, ma perché inciampa, sbaglia, tradisce i suoi stessi ideali e li reinventa a ogni caduta. È un’eroina contemporanea travestita da imperatrice settecentesca, una donna che scopre, nella dissonanza fra sogno e dominio, la forma più autentica della libertà.
Nicholas Hoult e la follia del potere maschile

Il Pietro III di The Great è un re che somiglia più a un ragazzo intrappolato nel proprio giocattolo che a un sovrano. Nicholas Hoult lo interpreta con una sfrontatezza calibrata, mescolando demenza e fascino, cattiveria e vulnerabilità. È una caricatura consapevole del maschio al potere. Infantile nella vanità, ossessionato dal consenso, incapace di distinguere il governo da una festa privata. Ma dietro la comicità corrosiva del personaggio c’è qualcosa di più amaro e tragico. La disperazione di un sistema allo sbando, un vecchio mondo che si decompone mentre a corte si continua a brindare.
Hoult gioca costantemente sul filo tra parodia e tragedia. Le sue esplosioni di egocentrismo, le risate improvvise, la crudeltà senza consapevolezza sembrano gag da commedia, eppure ogni eccesso nasconde un senso di vuoto. Pietro è una maschera della decadenza. La Russia pre‑riforme diventa, attraverso di lui, un regno di immobilità e assurdo dove il potere è pura superstizione. Niente di ciò che fa ha logica politica, ma tutto obbedisce a un rituale di autoconservazione che rassicura i cortigiani e soffoca ogni slancio di cambiamento.
In questo equilibrio di opposti, la dinamica con Caterina è centrale. La loro relazione è al tempo stesso matrimonio, guerra e specchio. Un duello erotico e ideologico dove i ruoli si invertono in continuazione. Se Caterina rappresenta la possibilità di un futuro ordinato dalla ragione, Pietro è la resistenza animalesca del passato che rifiuta di morire. Ogni loro scambio è una battaglia di tono. Dove lei teorizza, lui interrompe con una battuta oscena; lei sogna un impero illuminato, lui lo riduce a gioco personale.
Eppure, The Great non lo trasforma mai in un mostro. Dietro i suoi gesti inconsulti pulsa un’umanità sghemba, malata. I momenti in cui cerca l’approvazione del padre morto, o confessa alla moglie un affetto infantile e disarmato, rivelano la sua fragilità. Hoult riesce così a far convivere nella stessa scena l’arroganza e il dolore, la risata e la tragedia.
Alla fine, Pietro non è distrutto: è svuotato. Resta in piedi come un pupazzo in cerca di applausi, simbolo di un potere patriarcale che sopravvive solo nella sua stessa parodia. The Great lo lascia lì, tra un brindisi e un delirio, come un’idea del passato che non sa più come smettere di recitare.
La forma e il tono: estetica, ritmo e linguaggio
L’irriverenza di The Great non passa solo dai dialoghi, ma da come l’intera serie si presenta visivamente. È una bellezza studiata per esplodere dall’interno. I palazzi scintillano, i tavoli traboccano di cibi, i vestiti di Caterina e della corte sembrano usciti da un sogno barocco ipersaturo, eppure dentro questa eleganza si consumano torture, umiliazioni, sesso usato come arma, violenza trattata con un ghigno. La forma è sontuosa, il contenuto brutalmente comico. Proprio in questo cortocircuito l’idea stessa di “dramma storico” viene ribaltata.
I costumi e le scenografie non cercano il “vero” ma il significativo. Il lavoro sulla palette, sulle proporzioni, sull’eccesso rende il lusso una caricatura di se stesso. La corte russa diventa un teatro in cui ogni parrucca, ogni broccato, ogni uniforme è un atto di potere che si prende troppo sul serio, e proprio per questo è perfetto da far crollare a colpi di ironia. Questo vale anche per la regia e la fotografia, che scelgono di evitare il solenne swoop da period drama classico per un’impostazione più diretta e contemporanea, come se la macchina da presa fosse intrappolata anche lei in quell’appartamento‑palazzo pieno di follia.
Un Settecento che parla al presente
A cementare l’identità del mondo di The Great ci sono poi le parole che ritornano, le formule che diventano quasi un inno privato. “Huzzah!” è il tormentone che scandisce vittorie, fallimenti, decisioni politiche prese come brindisi alcolici. È un gesto linguistico che chiude il mondo su se stesso, trasformando la corte in una bolla autoreferenziale dove tutti fingono entusiasmo per non vedere il disastro.
Anche la musica segue la stessa logica di ibridazione. Lo score orchestrale di Nathan Barr, con i suoi richiami russi e i tocchi ironici, convive con incursioni pop e scelte sonore che dialogano con il presente, sottolineando il carattere giocoso e anacronistico della serie. È un Settecento che suona come un collage, dove il passato è filtrato da orecchie contemporanee.
Insieme, questi elementi costruiscono una dimensione volutamente fuori dal tempo. Non un museo ricostruito, ma un universo autonomo dove forma e tono dicono la stessa cosa della scrittura. La bellezza non serve a glorificare il passato, ma a smascherarne l’assurdità.
The Great come manifesto di libertà narrativa

The Great non è interessata a fare storia nel senso scolastico del termine. È, prima di tutto, un discorso sul potere travestito da racconto in costume. Non cerca il realismo, cerca la rivelazione. Prende Caterina, Pietro, la corte russa e li fa esplodere in un teatrino feroce dove ogni gesto è esagerato, ogni dialogo è troppo brillante per essere reale, proprio per mostrare quanto il potere stesso sia sempre una messinscena. In questo senso, la serie non sta mancando di rispetto al passato. Gli sta togliendo la polvere, lo riporta a una dimensione umana e ridicola, quindi riconoscibile.
L’irriverenza diventa allora una forma paradossale di rispetto. Perché si può ridere solo di ciò che si conosce bene, di ciò che si è studiato abbastanza da poterne distorcere i contorni senza perderne il senso. The Great non si limita a usare la storia come scenario decorativo, la interroga, la smonta, la ricostruisce secondo la propria logica narrativa. Il risultato è una libertà di racconto che suona quasi scandalosa se confrontata con la rigidità di certo period drama da manuale, impaurito all’idea di prendere una deviazione dal documento per paura di essere smentito da Wikipedia.
L’irriverenza come forma di rispetto
In questo, la serie funziona come una dichiarazione d’indipendenza del genere. Dimostra, cioè, che si può parlare di potere, di genere, di violenza simbolica e materiale senza il vincolo della fedeltà filologica, e anzi proprio grazie alla sua violazione. L’anti‑storico rivendicato da McNamara e da Hulu diventa un modo diverso di prendersi carico della storia, non più come elenco di fatti, ma come campo di forze e di immagini che continuano a risuonare nel presente.
Alla fine, The Great è davvero un’ode alla libertà di riscrivere. Una serie che mostra come la Storia possa essere piegata, deformata, perfino ridicolizzata, senza per questo essere svuotata. Anzi, più la si tratta come materia viva, più rivela ciò che ancora ci riguarda. The Great ci ricorda che la storia non si contempla, si riscrive. E ridere di lei è forse il modo più sincero per amarla.
Huzzah!






