Vai al contenuto
Serie TV - Hall of Series » The Bear » Ci voleva The Bear per fare un vero cooking reality

Ci voleva The Bear per fare un vero cooking reality

È sempre opportuno, anche a mesi di distanza dalla sua uscita, continuare a parlare di The Bear, una delle più grandi sorprese del 2022. La serie tv con protagonista Jeremy Allen White è stata una folgorazione, un fulmine a ciel sereno. Oltre a essersi affermata come una delle migliori produzioni di un anno particolarmente ricco, The Bear è stata una serie unica, nel senso letterale della parola, perché si è caratterizzata come qualcosa di mai visto prima e di cui gli spettatori avevano tantissimo bisogno.

Sono davvero molti i pregi di The Bear, vale sempre la pena rimarcarli, ma oggi vogliamo soffermarci su un aspetto in particolare della serie: proprio la sua unicità. La produzione Hulu si è affermata come quello che potremmo definire il primo, vero, cooking reality nel campo delle serie tv: un termine che è possibile ricondurre a programmi che portano gli spettatori all’interno del mondo della cucina, mostrandone il vero funzionamento. Non c’è, in realtà, un genere specifico che corrisponde a questa definizione nella produzione seriale, ma il termine è sicuramente calzante per descrivere cosa è riuscita a fare The Bear, una serie che, persino nella sua finzione narrativa, per la prima volta ci fa vivere veramente la cucina, togliendoci quel senso di finzione che permea da tutti gli altri programmi del settore. Un vero cooking reality, per l’appunto.

The Bear e la differenza con i cooking show

Qualche lettore potrà ribattere all’affermazione che fa da titolo all’articolo e alle considerazioni mosse nell’introduzione sostenendo che in realtà il panorama televisivo è pieno di papabili cooking reality, di programmi che vengono ambientati in cucina e per di più ci mostrano vere realtà del settore, a differenza di The Bear che alla fine si basa sulla funzione narrativa. Tutto vero, ma c’è una grande differenza di base che stravolge le carte in tavola.

Ormai siamo abituati a vedere moltissimi programmi culinari, tutti, almeno in teoria, imperniati sul realismo, visto che trattano di vere attività e affrontano scenari reali. Da Masterchef, il cooking show per eccellenza, ai vari programmi di assoluto successo di Alessandro Borghese, passando per Cucine da incubo di Antonino Cannavacciuolo e così via. Tutti grandi programmi, che ci mostrano però solo una parte, ben calibrata, della vita in cucina. Come si prepara un piatto, come si gestisce un locale, come si tratta il cliente: la maggior parte dei cooking show si sofferma su un solo aspetto, che è il focus della sua narrazione, senza però entrare a pieno titolo nel complesso e più ampio mondo della cucina. Inoltre, gran parte di questi programmi culinari sono anche game show, per cui il focus non è tanto sul realismo, ma sul gioco, e la direzione dei programmi segue quella della competizione, adottando un pesante filtro. Non c’è il puro realismo in questi show perché, in fin dei conti, non è ciò su cui si basano.

Come abbiamo detto, invece, la grandezza di The Bear sta nel restituire finalmente un occhio realistico sul mondo della cucina, cosa che di solito non avviene con i cooking show perché non è il loro focus primario. Questa è la grande differenza: non c’è, di base, un programma culinario la cui struttura sia orientata a far vivere allo spettatore la realtà della cucina e questa è una mancanza a cui The Bear riesce a sopperire.

The Bear
The Bear (640×340)

Immersione totale

Al contrario di quanto avviene con i cooking show che conosciamo, The Bear ci porta proprio nel cuore della cucina, ci mostra i suoi ritmi frenetici, i nervi tesi, le problematiche e le emergenze che si verificano. La serie di Hulu rimuove con forza quella patina con cui è sempre stata presentata la cucina, restituendoci un’immagine decisamente onesta delle varie sfaccettature che caratterizzano questo ambiente. Da qui, dunque, la definizione cooking reality, perché il punto nevralgico del racconto è proprio il realismo e questo viene restituito con una potenza inaudita.

Particolarmente efficace è lo straordinario piano sequenza che si vede nella settima puntata, il quale regala agli spettatori un’immersione totale nel mondo della cucina. Sembra quasi un’esperienza in prima persona, come quelle con la realtà aumentata, e questo passaggio è il simbolo perfetto della forza con cui The Bear insegue il realismo e il coinvolgimento dello spettatore nel proprio racconto.

Un’esperienza del genere è sicuramente un qualcosa di unico nel panorama e proprio per questo, tra i tanti pregi di The Bear, è bene sottolineare questa capacità di proiettare lo spettatore all’interno di un mondo, quello della cucina, che affascina tantissimo, a cui in molti s’interessano, ma che pochi, in fondo, conoscono veramente bene.

Ci voleva davvero The Bear?

A questo punto torniamo all’assunto di partenza, ponendolo però come una provocazione: ma davvero ci voleva The Bear per fare un cooking reality? Il paradosso di questa vicenda è che l’unico programma che ci porta veramente all’interno del mondo della cucina è uno dei pochi che si basa sulla finzione narrativa. È quantomeno sorprendente che, con tantissimi programmi culinari che popolano il panorama televisivo, il realismo possiamo percepirlo invece con una serie tv, non con un reality, né tantomeno con un cooking show.

Questa provocazione non è una condanna verso i programmi che ci sono, che come detto sono grandi, da Masterchef a tutta la batteria di Alessandro Borghese, ma piuttosto è una considerazione rivolta alla produzione in generale, che finora non è riuscita a colmare una palese esigenza degli spettatori. Il pubblico ama i programmi di cucina, ormai è chiaro, ma vuole anche vivere questo ambiente in ogni sua componente e il successo di The Bear in parte testimonia questa necessità. È paradossale che non si sia pensato prima a un cosiddetto cooking reality, a un programma che portasse gli spettatori davvero nel mondo della cucina, senza filtri, senza giochi, senza patine e senza focus diversi.

The Bear ha avuto il pregio d’intercettare questo bisogno e la straordinaria capacità di soddisfarlo, pur partendo dalla finzione narrativa e questo è un risultato straordinario. Un reality che non si basa sulla realtà: riuscire in un’impresa del genere era molto difficile, ma con la serie presente su Disney+ si abbatte totalmente quel velo che rende meno convincente il mondo della cucina. Sotto questo punto di vista, dunque, The Bear era una serie necessaria, che si è poi fatta straordinaria, e insieme ai moltissimi altri pregi che ha avuto si è guadagnata un posto di prestigioso tra le migliori produzioni non solo del 2022, ma in generale degli ultimi anni. Questo successo deve far riflettere, perché questa formula che abbiamo definito cooking reality funziona, piace e sicuramente poteva essere messa in atto prima e in maniera più diretta, ovvero senza finzione narrativa. E invece ci voleva The Bear, e per fortuna che è arrivata.