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Eccoci qui, ancora un’ultima volta. Eccoci non davanti alla solita intro di Netflix, al più classico dei Tudum, ma all’intro che più di ogni altra abbiamo atteso con trepidazione per tutto il 2025 (ma a pensarci anche di più): quella che, con in sottofondo il verso di un demogorgone, ci porta dritti nel Sottosopra. A dodici giorni dal finale di Stranger Things, che ha diviso gli spettatori e fatto parlare di sé più di quanto i fratelli Duffer potessero immaginare, siamo di nuovo nel mondo della serie. Un mondo che abbiamo amato alla follia, nel quale siamo cresciuti e al quale pensavamo di aver detto addio definitivamente la notte di Capodanno. Questo almeno fino al 5 gennaio, quando Netflix ha annunciato un ultimo non-capitolo: il documentario One Last Adventure – The making of Stranger Things 5.
Se solo i fan della serie non avessero, dopo la distribuzione dell’ottavo episodio di Stranger Things 5, spinto l’acceleratore su una lunghissima serie di teorie cospirazioniste relative a un finale (fantasma) a sorpresa, sentire anche solo l’eco lontana di One Last Adventure avrebbe fatto drizzare i peli sulle braccia a chiunque. Un documentario sulla realizzazione dell’ultima parte di un’avventura durata quasi dieci anni proprio non ce lo aspettavamo. E fa un po’ male pensare che una parte del pubblico sia rimasta delusa dal fatto che l’annuncio non fosse di un fantomatico episodio 9 ma solo di un documentario. “Solo”, come se la scelta non sia molto più di una semplice documentazione della vita su un set: è l’ennesima conferma di quanto la narrazione di Stranger Things sia andata ben oltre i confini della serialità.
One Last Adventure: quando la narrazione si fa metanarrazione
Credevamo che ci avessero già pensato i profili social di Netflix e Stranger Things a portarci sul set di una delle serie del decennio. Non era così, almeno non totalmente. E quindi eccoci davanti a qualcosa che non è l’episodio 9: è molto meglio. È molto più giusto, sensato e coerente con la serie di formazione che Stranger Things è stata. One Last Adventure ci fa sbirciare tra i 237 giorni di riprese di Stranger Things 5. Come ultima tappa di un viaggio molto lungo, sono euforici e malinconici per definizione, caratteristica di tutte le cose belle che giungono al termine. Lo conosciamo bene, questo viaggio. Ne abbiamo fatto a nostro modo parte, ma ora lo guardiamo da una prospettiva diversa. E lo viviamo insieme – anche – a personaggi nuovi.

Se fino all’ottavo capitolo di Stranger Things, The Rightside Up, il viaggio al quale come spettatori avevamo assistito era quello di Eleven, Mike, Dustin, Will, Lucas e Max (so che dovrei nominare gli altri, ma non posso fare un elenco completo), ciò che abbiamo davanti agli occhi nelle due ore di documentario è il viaggio di Matt e Ross Duffer, percorso insieme a Millie, Finn, Gaten, Noah, Caleb, Sadie e a molti più creativi e tecnici di quanti ne possiamo immaginare. Una famiglia a loro modo, per quanto delle dinamiche interpersonali tra gli attori del cast, soprattutto dei conflitti, negli anni si sia parlato tanto. Forse anche troppo. One Last Adventure su questo non dice molto, oltre al fatto che ritrovarsi è sempre bello come un tempo. Ed è giustissimo così: cosa vi aspettavate, che si parlasse di litigi segreti tra gli attori?
Ciò di cui invece si parla in modo approfondito è la costruzione dell’avventura di Stranger Things 5 per chi l’ha vista ma soprattutto per chi l’ha creata.
One Last Adventure ci mostra questa costruzione scena dopo scena, millimetro dopo millimetro di scenografia. Vediamo i Duffer Brothers ancora alle prese con la scrittura della serie ben oltre il primo ciak e assistiamo alle table read, quando gli attori scoprono le sorti dei loro personaggi. Assistiamo anche all’ultima, con le battute lette tra una risata e un pianto. Costruiamo insieme alla troupe il piano sequenza dell’episodio 4, la scena più impegnativa e immersiva di tutto Stranger Things. Realizziamo insieme a scenografi e pittori il ventre del Mind Flayer, dove avviene la battaglia finale, e lo vediamo popolarsi di corpi e movimenti. Seguiamo i ciak, con Noah Schnapp che dà consigli a un nuovo giovane Will per le prime scene della 5×01 e Maya Hawke che regala un dettaglio di intima e profonda tenerezza alla scena della lavanderia nella 5×06.
Ma la costruzione alla quale la serie dà vita va ben oltre ciò che è successo durante le riprese di Stranger Things 5. È la costruzione della trama di personaggi che hanno avuto il tempo di evolvere e maturare, arrivando nella quinta stagione a essere la versione migliore di loro stessi. One Last Adventure mette sul piatto la ritrovata umanità di Eleven, la forza di Nancy, l’eroismo di Karen. Insomma, il documentario è la storia di come si costruisce una storia, tanto dal punto di vista umano ed emotivo quanto pratico e concreto. Perché poi è questo che una serie tv è: l’unione tra set e personaggi, trame e concretizzazioni delle stesse in scene. Nessuna azione sarebbe stata quella che abbiamo visto in un contesto diverso; nessuna ambientazione sarebbe stata davvero perfetta senza la storia giusta a prendere vita al suo interno.

One Last Adventure non è un documentario incredibile o innovativo in sé per sé.
La narrazione viene portata avanti in prima battuta da Matt e Ross Duffer, i Duffer Brothers. Il racconto parte dalle origini della loro passione, da quella videocamera regalata loro quasi per gioco da due genitori che neanche nei loro sogni più remoti avrebbero immaginato dove li avrebbe portati. Si passa poi alle prime esperienze di direzione e scrittura, fino ad arrivare all’avventura di Stranger Things. Un’esperienza che si è evoluta negli anni e che i Duffer raccontano con orgoglio e tenerezza (la chicca di scritturare la propria insegnante di teatro nel ruolo dell’insegnante di Holly è disarmante). Siamo con loro in sala con gli sceneggiatori, mentre espongono i loro dubbi sulla scena dello scontro finale, mentre si preoccupano di non aver scritto ancora la parola fine anche se la pressione di Netflix si fa sentire. Ci siamo anche noi, e un po’ ci sembra di essere sempre stati lì.
A quelle di Matt e Ross si alternano le voci di coloro che alle loro idee hanno dato forma. Ci sono chiaramente gli attori, tra cast storico e ingressi giunti negli anni. Non tutti parlano, e questo è chiaramente un peccato, ma la vita sul set e le scene della serie che si alternano non fanno sentire troppo la mancanza di chi non è riuscito a dire la sua. E poi ci sono Shawn Levy, produttore e regista, costumisti, cameraman, tecnici di ogni tipo e registi che hanno regalato ai Duffer ciò che di più prezioso hanno avuto: il tempo per scrivere. Nulla di incredibile, come dicevo, dal punto di vista narrativo e strutturale del documentario. Nulla di diverso dai tanti documentari che già ci sono stati e ancora ci saranno. Anzi, addirittura un po’ più lungo di come avrebbe potuto essere.
Incredibile e innovativo però One Last Adventure lo è comunque. Eccome se lo è.
Lo è negli intenti, come parte di un racconto più ampio, come punto d’arrivo di un’avventura. Se prendiamo come riferimento il documentario sulla saga di formazione millennial per eccellenza, Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts, ce ne rendiamo conto ancora meglio. La vera differenza tra i due documentari non sta nella struttura degli stessi – un mix tra scene, costruzione delle stesse ed esperienze di chi ci ha lavorato -: sta nei 20 anni che in questo caso non sono passati. Sono passati sì e no 15 giorni. One Last Adventure non è il risultato della nostalgia dovuta al tempo passato: è un volontario e pensato passaggio di testimone.

Proprio come Mike chiude la porta del seminterrato di casa Wheeler dove ha appena visto entrare Holly e i suoi amici, la nuova generazione pronta a vivere la propria avventura, Stranger Things chiude se stessa e si prepara a lasciare spazio a ciò che verrà dopo. Qualsiasi cosa sia, che si tratti di nuovi pezzi del franchising o di una saga tutta nuova, continuerà a essere anche nostra, ma mai del tutto. Perché noi ormai, proprio come i protagonisti che posano i loro manuali, siamo cresciuti. Toccherà a qualcun altro vivere ciò che verrà con l’immaginazione e la fantasia che noi non abbiamo più.
E questo lo abbiamo ampiamente dimostrato proprio con tutte le teorie e le critiche che hanno accompagnato la quinta stagione di Stranger Things.
Una stagione non perfetta e con i suoi buchi – fa sorridere vedere i Duffer che si struggono sulla scelta di mettere o meno demogorgoni, cani e pipistrelli nell’Abisso, cosa che tanto ha fatto parlare dopo la distribuzione del finale. Ma anche una stagione costruita per dare una degna conclusione alla trama di ogni singolo personaggio. E mica è poco, considerando la serie corale che Stranger Things è. Il vero problema siamo noi, che abbiamo perso la magia della formazione in favore di un bisogno di consequenzialità che appartiene più a noi che alla narrazione.
Ciò che è anche vero, però, è che negli ultimissimi minuti di Stranger Things un nodo alla gola l’abbiamo sentito tutti. E con gli ultimissimi minuti di One Last Adventure eccoci qui, a provarlo di nuovo. Forte e chiaro. Stavolta insieme ai nostri nuovi compagni di avventura. L’ultimo giorno di riprese è una festa dolceamara esattamente come lo sono stati per noi l’attesa e la visione del finale di stagione. È come l’ultimo giorno di scuola: lo abbiamo aspettato con ansia e poi vissuto con il magone, come chi sa che è la fine di un’era. Mettere un punto non è mai facile, ma è sempre doveroso. Ed eccoci qui, ancora un’ultima volta, davanti a una tv ormai nera. Stavolta è finita sul serio.
Martina Mastellone







