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Netflix è l’unica ad aver bisogno della seconda stagione di Squid Game

Mentre imperversano i dibattiti dovute all’enorme successo riscosso e alle polemiche suscitate dall’effetto della visione sui più piccoli, una domanda aleggia insistentemente attorno a Squid Game, la serie coreana lanciata da Netflix il 17 Settembre e divenuta in breve tempo il prodotto più visto dell’intero catalogo: la storia ideata da Hwang Dong-hyuk è autoconclusiva o i giochi mortali torneranno a mietere vittime?

L’idea di un secondo capitolo è stata oggetto di interviste in cui l’autore si è espresso in questi termini in merito alla possibilità.

“Non ho piani al momento per Squid Game 2, trovo faticoso anche solo pensarci. Se dovessi farlo, non lo farei da solo. Preferirei usare una writing room e farmi aiutare da più sceneggiatori e registi con esperienza. All’inizio della mia carriera mi bastava bere una mezza bottiglia di soju – un liquore coreano – per stimolare la mia creatività, ma adesso le cose sono cambiate. Ora non potrei più farlo.”

Parole che esprimono cautela, ma che non rappresentano una chiusura rispetto all’eventualità, e che hanno avuto come suggello un’ipotesi su quelli che potrebbero essere gli spunti da sviluppare.

“La storia dell’ufficiale di polizia che porta avanti le indagini e di suo fratello, il Front Man. Se alla fine farò una seconda stagione, mi piacerebbe esplorare quella trama. Cosa è successo tra i due fratelli? E poi potrei anche approfondire la storia del reclutatore che fa il gioco di ddakji con Gi-hun e gli dà la carta nel primo episodio.”

Un altro tassello utile alla composizione di questo puzzle è fornito dalla valenza attribuita da Hwang Dong-hyuk all’ultima scena della serie, scena in cui il protagonista, in procinto di prendere un volo per gli Stati Uniti, si ferma di colpo e rinuncia all’imbarco.

“Con la scelta di Seong Gi-hun volevo dare un messaggio: non dovresti essere trascinato dal flusso competitivo della società, ma dovresti iniziare a pensare a chi ha creato l’intero sistema. E se c’è qualche possibilità di cambiarlo devi voltarti e affrontarlo.”

Squid Game

Un messaggio lanciato forte e chiaro dal momento in cui Seong Gi-hun scorge il reclutatore da cui è stato adescato intento ad attirare nella trappola dei giochi altri soggetti ignari del pericolo. È questa la visione che stravolge i suoi piani per il futuro e che lo induce a rinunciare alla partenza. Si tratta di un risvolto psicologico a cui il regista ha dato grande importanza e che, di conseguenza, ha il potenziale per trasformarsi nel motore di una seconda tranche di episodi.

Alla luce di queste premesse la realizzazione di una seconda stagione di Squid Game sembra altamente probabile. Quello che ci siamo domandati è se sia altrettanto necessaria.

La conclusione a cui siamo giunti è che costituirebbe una buona scelta solo ed esclusivamente per le casse di Netflix, sempre pronta a esigere ulteriori deposizioni dalle sue galline dalle uova d’oro. Se mettiamo da parte i lauti interessi posti dietro al fenomeno mediatico di turno e assumiamo la prospettiva legata al senso della storia, la valutazione cambia completamente. Per quale motivo? Perché la prima stagione di Squid Game lo ha già ampiamente esaurito.

Squid Game è un saggio sulla miseria umana, un manifesto della disperazione a cui perviene l’uomo masticato dal sistema quando è sputato fuori dalle sue fauci impietose. È la storia degli ultimi, dei reietti, di coloro che arrivano a vedere in una competizione potenzialmente mortale l’occasione di riscatto che gli viene negata altrove. “Volevo realizzare un’allegoria o una favola sulla moderna società capitalistica” ha dichiarato Hwang Dong-hyuk, confermando un sottotesto di critica tutt’altro che difficile da cogliere.

Ciò a cui abbiamo assistito assolve pienamente al compito che la storia si prefiggeva: quello di raccontare questo stato di cose sfruttando i giochi come pretesto. Mandarla avanti significa imboccare due possibili direzioni: raccontare una nuova edizione con nuovi partecipanti a concorrere oppure l’iniziativa personale di Seong Gi-hun, che affronterebbe il gravoso compito di sgominare un’organizzazione criminale estesa in tutto il mondo, lasciando la gara fuori dall’equazione.

Nel primo caso si rischia di dar vita a un’appendice ridondante, nel secondo di snaturare una storia che ha avuto nella dinamica dei giochi la sua impalcatura narrativa e una peculiare esemplificazione della messaggio che intendeva trasmettere. Un altro pericolo è quello di smarrire la portata esistenziale della riflessione da cui la serie prende le mosse. Il singolo che imbraccia le armi contro il nemico da cui è stato leso non richiama più i presupposti di un action americano che quelli di un’opera di stampo filosofico come Squid Game si propone di essere?

Squid Game

Nella migliore delle ipotesi la seconda stagione di Squid Game darà vita a un supplemento non necessario e nella peggiore a uno stravolgimento che trasformerà la serie in tutt’altro, facendola diventare una nuova 13th reasons why.

Quando uno show ha già espresso quanto aveva da dire mandarlo avanti non equivale a compiere un atto creativo, ma a un incremento del numero di episodi fine a se stesso e senza alcuna funzionalità. Abbiamo già visto Netflix commettere errori come questo nel corso della sua storia, ma si sa, quando perseverare implica un guadagno è raro che non si diventi diabolici.

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