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Six Feet Under non segue alcuna logica, proprio come la vita

La morte non è anomala.
Tale diventa quando ricoperta di censura, nascosta dal terrore dietro morbide parole senza coraggio.
Quando chiamarla “la fine della vita” ci illude di poterla allontanare, e farci sentire imbattibili mentre sudiamo minuti sprecati dietro lo scudo della nostra retorica, così convinti di rendere mortale un concetto immortale, sempiterno.
È ironico scoprire invece che non c’è nulla di più immortale della morte.

La morte vive, da sempre, in un infinito procedimento di trasformazione universale che non serve certo che venga accettato, così come non serve che ci si impegni ad accettare la vita.
Una logica eraclitea che di logico ha ben poco.

Siamo soltanto alla prima stagione, e Claire si veste da narratore diegetico per presentare al suo pubblico quella che si rivelerà una delle grandi verità di Six Feet Under:

“Credete che il mondo segua delle logiche? Ma per favore!”.

Anzi, col suo stile narrativo Six Feet Under ha messo le cose in chiaro ben prima, sin dall’atipico e onirico – a tratti sconnesso – episodio pilota: non c’è assolutamente nulla di logico nell’esistenza, e vedere la morte come antagonista della vita è estremamente, banalmente ed erroneamente logico.
È in questo che la serie di Alan Ball si distingue da ogni opera trattante lo stesso tema, ossia la necessità di non scindere vita e morte, figuriamoci renderle l’una l’opposto dell’altra.
In Six Feet Under, vita e morte sono vicendevoli presupposti che non necessitano di religione per poter coesistere anche in un futuro che succede la nostra scomparsa. 

I morti nella serie sono sempre presenti in un’opera di esorcizzazione che tuttavia non si traduce mai in “aldilà”.
A partire dalla sentenziosa e costante presenza di Nathaniel, padre della famiglia Fisher.
Six Feet Under non incoraggia ne suggerisce la vita oltre la morte, semmai rende la morte stessa un infinito battito di metronomo che si prolunga oltre l’ultima battuta di uno spartito che racconta la nostra breve esistenza.
Una misura che scandisce la vita e vi è complementare, e che rimane l’unico suono ancora udibile al termine della melodia.
Lo stesso Nate, con volto disteso quasi al punto da non distinguerne le parti, alla domanda “perché dobbiamo morire?”, sorriderà e risponderà senza paura “per dare un senso alla vita”.

Una certezza, quella di Nate, che nulla ha a che vedere con l’epicurea convinzione che la nostra morte non faccia male solo perché non vivremo per contemplarla.
Al contrario, Six Feet Under ci racconta che la morte si può contemplare in vita, e che è proprio questo il mezzo per comprenderla come parte necessaria allesistenza.

“Vita e morte”, e non “vita poi morte”.
È per questo intreccio essenziale che mi piace pensare a Six Feet Under come un catartico e rassicurante funerale ghanese: l’esorcizzazione di un’idea prettamente occidentale di “fine della vita”, con quelle intro di puntata che mostrano come la morte permei la vita ogni singolo giorno, mentre intanto si assiste alla grande festa fatta di gioie e drammi della famiglia Fisher.
Una festa che continua, un metronomo che tocca il ricordo dei vivi come un’aleatoria presenza costante che ha i tratti di chi siamo stati, inamidati e sospesi nel tempo, anche quando la melodia è svanita.
E di melodie ne svaniscono tante in Six Feet Under. Diciamo almeno quante sono le puntate che la compongono.

Anche se tutto nella serie è così drammaticamente reale, anche se il nero su bianco di nomi completamente estranei alla nostra esperienza sembrano marcare in rilievo le impronte digitali di un mondo che – appunto – agisce senza logiche, il boccone più amaro ci viene offerto in uno dei finali più belli della storia televisiva

La violenta mano che rende il finale di Six Feet Under uno schiaffo così crudele non è la morte dei protagonisti in sé, bensì il repentino restringimento del tempo che abbiamo a disposizione nella serie e, metaforicamente, nella vita.


“Non puoi scattare una foto a questo momento, è già passato”

Così le parole di Nate aprono i riflettori di una luce offuscante che rappresenta momenti futuri, e fa da filtro a un timelapse spietato che diventa metafora di quanto le nostre vite divengano tutto a un tratto brevi nel momento in cui spieghiamo le ali e “lasciamo casa”, inafferrabili come un’auto che sfreccia lungo la strada e che nemmeno Nate può più raggiungere.

Siamo vittime di un tempo che adesso ha fretta, eppure sembra che per Six Feet Under questo non basti a rappresentare quanto vita e morte siano un’unica nostalgica realtà: a differenza di Nate la cui morte si configura come l’unica tra quelle principali canonicamente televisiva e parte di un sublime romanzo filosofico (perfino quella di Lisa non è stata mai nemmeno presentata on-screen), i protagonisti ora diventano persone qualsiasi, mere comparse scritte in lettere su fondo bianco una dopo l’altra, come fossero quelle “insignificanti” morti che abbiamo visto aprire ogni singola puntata, e che ora ci sembrano d’un tratto così importanti.

Tanto importanti che vorremmo averle rispettate di più, proprio come il tempo di cui ora, secondo dopo secondo, il finale di serie sembra indebitamente appropriarsi mentre corre veloce quanto Claire.
D’un tratto i protagonisti sono così vulnerabili. Così mortali.

Ed ecco quindi che il racconto diventa uno spietato susseguirsi di realtà, e mentre le note di Breathe Me ci ricordano che siamo “small and needy” lo spettatore diventa mortale, assiste inerme all’inevitabilità della morte dell’intero gruppo di protagonisti, gli stessi che gli erano sempre sembrati così lontani dalla morte stessa, cinematograficamente immuni alla caducità umana

Il tutto rapidamente, sul finale e senza possibilità di replica, morendo ognuno quando di fatto non potremo più sentirne la mancanza, eppure quando fa più male.
Perché? Perché dopo quell’ultima scena ci sarà il nulla.
Proprio come dopo la morte, forse?

È per questo che il finale di Six Feet Under è come morire, ma restando vivi.
Per questo fa stare male.
Per questo fa stare bene.

In un mondo privo di logiche.
Dove non c’è nulla di male a star male, proprio come non c’è nulla di male a star bene.
E dove non c’è nulla di male a morire, proprio come non c’è nulla di male a vivere.

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Scritto da Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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