Ogni giorno raccontiamo le serie TV con passione e cura. Se sei qui, probabilmente la condividi anche tu.
Se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, DISCOVER è il modo per sostenerci.
Il tuo abbonamento ci aiuta a rimanere indipendenti. In cambio: consigli personalizzati, contenuti esclusivi, zero pubblicità.
Grazie, il tuo supporto fa la differenza 💜
Quando smetterà Shrinking di sfidare i nostri limiti? Soprattutto, qual è il limite oltre il quale smetteremo finalmente di piangere? È incredibile come la serie creata e prodotta da Jason Segel, Bill Lawrence e Brett Goldstein riesca continuamente a evolversi e a cambiare, lasciando sempre un segno indelebile. Ha una capacità unica di sconvolgere le carte in tavola proprio quando la vittoria sembrava vicina. Il bello è che riesce a fare tutto questo con una maestria ironica e brillante, senza mai oltrepassare dei limiti prefissati. Il tutto, senza allontanarsi mai da se stessa e rimanendo coerente e focalizzata sull’obiettivo. Ora, è abbastanza chiaro già dalle prime stagioni che uno degli obiettivi era quello di far riflettere su temi anche molto grandi e soprattutto di commuovere, laddove rappresenta una quotidianità attraverso cui tutti passano prima o poi.
Shrinking lo ha fatto con la prima stagione e il grande tema dell’elaborazione del lutto, con la seconda e l’importanza del perdono; con la terza ha deciso di straziarci definitivamente e introdurre una narrazione che vira su una serenità apparente, che nasconde delle insidie enormi.
Proprio come volesse spingerci al limite, per vedere fin dove possiamo sopportare. La risposta, per il momento, è che il limite lo abbiamo oltrepassato da un pezzo e che ci sono finite anche le lacrime.

Siamo nel mezzo della terza stagione di Shrinking, nel punto focale dove tutto inizia a diramarsi e a prendere forma. Abbiamo seguito Liz alle prese col figlio, Alice prepararsi al college, Sean e Paul prendere coscienza che una vita diversa è possibile. E abbiamo anche già “litigato” con Jimmy che ci sembrava di nuovo fuori rotta. Pensavamo che il peggio fosse passato, che da lì in poi ci sarebbero state solo tante belle lezioni sulla vita da imparare. Con qualche lacrima, certo, quando si parla di vita è inevitabile.
Ma Shrinking non può limitarsi; al contrario nostro, sembra avere talmente tante cose da dire che il ritmo comincia a salire proprio ora. Il battito comincia ad accelerare sul serio nella 3×07.
Una delle puntata con il finale più terrificante e allo stesso tempo inaspettato di tutta la serie. Creiamo un contesto intorno, prima di arrivare al punto: siamo alla settima puntata, Liz e Derek sono alle prese con la presenza della madre di lui in casa, Gaby sta cercando di dare forma al suo futuro fuori dallo studio di Paul, Jimmy e Alice affrontano il compleanno di Tia assieme a Brian. E assieme al graditissimo ritorno di Louis (Brett Goldstein).
Come spesso accade in Shrinking, c’è un grande tema che allinea tutte le storie. Lo intuiamo per la prima volta con Gaby e Paul. Il terapeuta sta cercando di smettere di lavorare, ma allo stesso tempo trova un sollievo non indifferente nelle sedute di gruppo che fa con altri uomini/pazienti con la sua stessa condizione. Ma inizia a ragionare sulla sua eredità, sul lascito che dovranno gestire gli altri nel momento in cui non sarà davvero più in grado di lavorare. Prende la decisione di lasciare lo studio a Gaby, con la speranza che il suo approccio terapeutico sopravviva alla sua malattia. Ma Gaby, determinata a seguire una strada tutta personale, declina l’offerta in maniera molto onesta. Nella sua testa c’è un centro tutto suo, fatto di progetti più ampi e approcci più innovativi.

È qui che Shrinking ci lascia intuire quanto possa essere importante saper dire di no, anche di fronte a proposte allettanti, quando si ha un obiettivo ben chiaro in mente.
Per Gaby il no è uno strumento di autorealizzazione, è una liberazione da qualcosa che l’avrebbe resa soltanto l’esecutrice dell’idea di qualcun altro. Gaby ci dimostra come sapere dire di no, per quanto possa spaventare, è necessario di fronte ai propri obiettivi.
E poi c’è il no di Liz, la presa di posizione che prende con la suocera che le critica il modo di educare i figli. Liz, ormai lo sappiamo, non è certo una donna disposta a farsi dire cosa fare. Eppure, di fronte ad una suocera apparentemente gioviale, sembra cedere alla paura. Fino a che, spinta a sua volta dal no dello stesso Derek che è stufo di sentire le due donne litigare, anche Liz prende la sua posizione. E non è solo una posizione di potere, quanto piuttosto una presa di coscienza personale che Liz rivendica su se stessa. Per arrivare infine a Jimmy, che prende il coraggio a due mani e si sforza in tutti i modi di dire di no alla tristezza. È il compleanno di Tia, il secondo dopo la sua scomparsa, e sa che dovrà tenere il morale alto se vuole passare una bella giornata con la figlia.
Ma la lotta di Jimmy contro la tristezza più pura è un emblema di come Shrinking abbia davvero tantissimi modi di mostrare le sfaccettature delle emozioni umane.
Jimmy sa che sarebbe giustificato ad essere triste, o quantomeno malinconico, ma sa anche che ci vuole molto coraggio a fare esattamente il contrario: essere presente emotivamente per Alice.
Quindi si lascia andare al ricordo di una canzone che cantavano insieme ma trasforma quel ricordo agrodolce in una festa per tutti (con una versione davvero commovente di A Thousand Years di Christina Perri). Ancora una volta, Shrinking fa comportare Jimmy come il perfetto umano difettato, quello che prova mille emozioni diverse in un secondo e che, però, alla fine riesce a trovare la quadra. Questa volta, il suo no deciso alla tristezza è addirittura funzionale alla lezione che Shrinking ci sta dando: non si possono combattere le emozioni, né è giusto reprimerle, ma certe volte bisogna avere il coraggio di dire di no a ciò che ci fa stare male. Certe volte, quel “fake it until you make it”, fai finta finché diventa reale, serve a sopravvivere.
Questo vale più o meno per tutti, forse vale meno per chi è più fragile. Forse il limite di questo anatema è la solitudine. Forse funziona davvero solo se si può condividere quella finzione. E saper dire di no è coraggioso e potente, fino a che non si arriva a dire quel no assoluto. Fino a che non arriviamo a Maya.

Maya che di no ne ha detti tanti in questa terza stagione di Shrinking e che adesso, proprio quando non ce lo aspettavamo, ha superato quel limite invisibile di finzione.
All’inizio della settima puntata della terza stagione di Shrinking, Maya non si presenta alla seduta con Gaby e iniziamo a farci qualche domanda. Soprattutto perché alla fine della puntata precedente l’avevamo vista prendere consapevolezza della sua solitudine in maniera molto angosciosa. Nella 3×07 Maya è nuovamente protagonista del finale di episodio, ma in maniera molto più tragica. Non sappiamo ancora cosa le sia successo nel dettaglio. Sappiamo, dalle parole di Gaby, di averla persa. Shrinking, di nuovo, ha affondato il dito in quella piaga già da tempo aperta e che, in realtà, non si è mai chiusa. Maya sembra aver detto troppi no, sembra aver finto troppo a lungo e la sua finzione non è riuscita a diventare realtà. Qualunque sia la sua sorte, sappiamo che Maya ha oltrepassato il limite di sopportazione, quel limite non scritto che rende l’essere umano un animale sociale.
Maya, di nuovo, ci fa riflettere sulla fragilità dell’essere umano e sul bisogno di curare una malattia silenziosa e letale come la solitudine.
Che serpeggia ovunque e che attacca proprio quando tutto sembra tranquillo, mentre ci curiamo di problemi che ci sembrano insormontabili, mentre ci preoccupiamo delle questioni di tutti i giorni. La solitudine arriva e trova il coraggio di dire il suo no.




