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Il punto debole di Sherlock

Sherlock è una Serie certamente pregiata sotto moltissimi aspetti. Un prodotto televisivo brillante, una rielaborazione intelligente di un classico immortale.

Eppure, come la stessa Serie ci insegna, niente è privo di punti deboli. Il punto debole in Sherlock non potrebbe essere più lontano dal condannare la Serie. Qualunque prodotto della mente umana ne ha uno, ma ciò non significa che non possa comunque piacere, con tutte le sue debolezze. Semplicemente, crediamo che Sherlock abbia esposto un fianco che potrebbe aver condotto ad alcune scelte che sono state trovate discutibili in termini di coerenza e/o efficacia.

Sherlock parte con un’energia disarmante, un carisma irresistibile, una forza travolgente. Un’intelligenza acuta, svelta, a tratti sbarazzina. Sherlock è una Serie che pullula di idee e creatività. Traspone nel contesto contemporaneo la sua origine e somma ispirazione con equilibrio, riuscendo a costituire sia un omaggio elaborato e raffinato sia un prodotto originale e capace di reggersi in piedi da solo.

Sherlock è una Serie che già nasce adulta, ben sviluppata, organicamente costruita. Una Serie che parte già piena di consapevolezza su ciò che vuole essere, pronta a catturare lo spettatore nel suo universo iperattivo e accattivante.

L’intelligenza acuta della Serie non ha tanto a che fare con i casi presentati in sé. I misteri da risolvere non sono che occasioni per portare avanti un’indagine umana. La presentazione del gentleman vittoriano come un moderno “sociopatico altamente funzionale” potrebbe far aggrottare qualche sopracciglio, ma si rivela un aggiornamento prezioso per poter offrire una rappresentazione della società e dei comportamenti più assurdamente umani attraverso lo sguardo (apparentemente) privo di filtri pregiudiziali emotivi del suo protagonista.

Sherlock

 

Sherlock, diventa abbastanza rapidamente evidente, trae il suo nome non solo da una modernizzazione che possa essere più vicina allo spettatore moderno. Non solo perché è più “catchy” rispetto a un più “classico” titolo del tipo “Le Avventure di Sherlock Holmes”. È proprio perché Sherlock è in un certo senso incentrato proprio più su Sherlock che sulle sue avventure in sé. L’avventura per lo spettatore è un po’ proprio l’immersione nella mente infinitamente affascinante protagonista. E attraverso la mente di Sherlock la Serie dà modo di valutare dilemmi morali e sociali ponendo un confronto il punto di vista lucido e impavido del suo protagonista e quello dei personaggi più vicini al nostro modo tradizionale di relazionarci agli altri e al mondo.

Le prime due stagioni di Sherlock sono una perla. La crescita da una stagione all’altra è naturale ed efficace.

Malgrado l’associazione quasi spontanea fra “debolezza” e “quarta stagione” quando si parla di Sherlock, non intendiamo soffermarci qui solo sull’odi et amo che caratterizza le risposte alla quarta stagione (dei cui problemi abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo).

Sherlock ha conquistato una fedelissima audience nelle sue prime stagioni per la sua esuberanza, la sua originalità e la sua consapevolezza. Ma questi pregi aprono anche la porta dei problemi. Perché Sherlock diventa rapidamente consapevole del suo stato di icona, ma lo fa troppo, troppo presto.

Forse, semplicemente, le prime stagioni erano talmente forti, talmente interessanti, costituite da un mix di elementi così ben funzionanti, che hanno impostato degli standard troppo alti anche per la Serie stessa.

E qualcosa inizia a non quadrare già dalla terza stagione. È qui che i riferimenti a momenti passati iniziano ad abbondare. Le battute iniziano a sembrare ridondanti. Anche nei singoli episodi inizia a percepirsi un seccante “già visto”. A volte i colpi vanno perfettamente a segno. Sfuggono sorrisi, momenti passati vengono illuminati da una luce nuova. Ma più spesso, per una serie che fino a quel momento consta di 6 episodi principali, è davvero troppo presto perché l’ennesima musica incalzante in presenza del cappello possa non far ruotare gli occhi.

Pensiamo al primo episodio della terza stagione: “The Empty Hearse”. Malgrado le plurime visioni, l’episodio è facilmente riassumibile con quattro parole chiave. “Sherlock”, “morte”, “John”, “Drama” (che merita la maiuscola). Ora, che nella terza stagione Sherlock si sia voluto avvicinare di più al drama è evidente. Siamo sicuri che ad alcuni è piaciuto, ma è una scelta che genera anche qualche seccatura. In “The Empty Hearse” il mistero da risolvere potrebbe essere eccitante. E invece diventa solo un’altra occasione per parlare di morte, di Sherlock e John e del loro rapporto. Se ciò arrivasse a uno sviluppo o approfondimento sostanziale ne saremmo grati. E invece questo conflitto continua a perdersi in nulla.

Più volte l’episodio ripercorre, con momenti alternativi, la presunta morte di Sherlock. Vedere le reazioni dei vari personaggi al suo ritorno è più vagamente divertente che strettamente interessante. Ma l’episodio ci mostra poco altro. E presto sentiamo davvero di voler prendere le difese di John. Non importa tanto come ce l’abbia fatta. Almeno non tanto quanto sembra presumere l’episodio.

Lo spettatore può condividere solo fino a un certo punto lo shock per la morte di Sherlock e la sorpresa per il suo ritorno.

Ancora più importante è che la sopravvivenza di Sherlock a uno scenario simile è perfettamente verosimile e coerente con il tipo di personaggio creato. È stupendamente accettabile che noi lettori o spettatori, come gli altri personaggi, non arriviamo a comprendere come Sherlock ce l’abbia fatta.  Perché Sherlock è sempre dieci passi avanti rispetto a chiunque altro.

Anche qualora non avesse letto nessuna delle opere originali né visto alcuna trasposizione televisiva o cinematografica, tutto questo lo spettatore già lo sa. Benedict Cumberbatch fa un lavoro eccezionale con il personaggio (e abbiamo dedicato un articolo alla sua interpretazione assolutamente impeccabile). C’è quindi da aspettarselo che sia riuscito a fare l’impossibile laddove nessuno riesce a capire come. E data la tempistica di questo apparente suicidio, e il contesto della nuova stagione di Sherlock, tutti questi possibili scenari stancano molto presto. Certo, l’idea che Anderson adesso diriga un “gruppo di sostegno” che si riunisce per discutere di questi scenari con tanto di fanfiction strappa un sorriso per la consapevolezza della recezione della Serie nel nostro contesto contemporaneo.

Written by Maria Elbereth Picone

Maratoneta mediatica per vocazione. Condivido il mio luogo d'origine con Tony Soprano, ma sostanzialmente abito nel "dark playground" della procrastinazione. Mi piace assorbire storie attraverso ogni mezzo possibile. Cerco di pensare che l'insonnia cronica mi porti ad approcciare la vita letteralmente "come se non ci fosse un domani". Uno dei miei sogni nel cassetto preferiti è di svegliarmi un giorno e scoprire di essere Dale Cooper.

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