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Riscattiamo la quarta stagione di Sherlock, criticata oltremisura

Per la gran parte dei fan di Sherlock, la quarta stagione non è stata assolutamente all’altezza. Tante sono state le critiche a essa rivolte: trovate esagerate, situazioni non spiegate, espedienti banali, soliti cliché, buchi di trama, scarsa cura e poco realismo – insomma, un drone esplode e nessuno si fa male, come fossimo in un film Marvel mixato con James Bond. Senza dimenticarci la facilità con cui un genio criminale alla Moriarty venga manipolato, alla maniera di un principiante qualsiasi. In più, il dramma è aumentato a dismisura, trasformando il protagonista più in una spia che in detective. Con tanto di emozioni. Anche se i due creatori hanno sempre specificato che questo prodotto è un drama a tinte crime, il cui obiettivo è indagare i rapporti tra i personaggi più che la risoluzione dei casi; infatti, tanto realistici non lo erano nemmeno nelle altre stagioni.

Eppure, pur non negandone i problemi, non è tutto da buttare. Perché adesso il punto è un altro. Non è più solo un gioco, non si tratta soltanto di Holmes che fa deduzioni e risolve crimini o del detective intelligente che mostra il suo smisurato talento, indossando quel buffo cappello.

La quarta stagione parla di come Sherlock Holmes è diventato Sherlock Holmes.

Sherlock

Questa esplorazione del protagonista inizia già col primo episodio della quarta stagione. Apparentemente, The Six Thatchers non ha niente di significativo, se non la morte di Mary, oltre a presentare diversi dei problemi precedentemente elencati. E allora, viene da chiedersi, perché realizzare una puntata del genere? La risposta è tanto semplice quanto complessa: perché qui inizia la trasformazione di Sherlock. La rinuncia di Mary alla propria vita per salvare quella del personaggio di Benedict Cumberbatch ha fatto sì che quest’ultimo realizzasse quanto la sua esistenza fosse importante, cominciando a sentirsi più umano. Non è quel buco nero di emozioni che vorrebbe, soprattutto se a essere in pericolo è John Watson. Già l’aveva dimostrato in passato, soprattutto con le minacce di Moriarty. Ma ora raggiunge un altro livello. Perché per lui, per riportarlo alla normalità, arriva a un passo dal baratro. Fisico e mentale.

Succede in The Lying Detective, un episodio che può essere considerato un inno all’amore puro, quello che completa e che arricchisce una persona. Che sia romantico, amicale o di fratellanza.

Lì Sherlock vede in faccia la morte per mano di uno dei cattivi più inquietanti ed efficaci dell’intera serie tv, ovvero Cluverton Smith. E permetteteci di aprire una piccola parentesi sulla recitazione di Toby Jones, che sembra nato per questo ruolo e che ci ha fatto desiderare un maggior sviluppo di questo spaventoso e intrigante villain. Senza contare che abbiamo anche visto un lato diverso della mitica signora Hudson, che, come ripeteva sempre ai suoi due inquilini, non è solo una governante. Però, a strappare il plauso è Martin Freeman: sentiamo tutta l’angoscia e la rabbia che il suo Watson riversa contro l’uomo di Benedict Cumberbatch, prendendolo a pugni, maledicendolo, ma forse così sfogandosi e tornando in sintonia con l’altra parte di sé, perché lui e Sherlock sono la stessa anima in due corpi diversi; percepiamo il suo dolore e il nostro cuore stritolarsi, mentre lacrime copiose rigano il nostro volto, in quel dialogo con una Mary invisibile. La donna che ama, che non c’è più e che lo spinge a essere quello che ha sempre desiderato. Un uomo migliore.

The Six Thatcher non ha solo posto le basi per la trasformazione del protagonista, ma ha introdotto anche la terza Holmes, Eurus.

Riesce a manipolare così bene John da spingerlo a tradire emotivamente sua moglie, venendo meno ai suoi principi. Si finge la sua psicologa, per scoprire i segreti suoi e del fratello, rapendo Watson nel momento giusto. Si presenta, poi, a Sherlock stesso, interpretando la figlia di Culverton e aiutandolo a risolvere il caso. I creatori, grazie a una grandissima Sian Brooke, hanno giocato con noi, sia nascondendoci Eurus in bella vista, sia lanciando frecciatine al detective di Benedict Cumberbatch, come “Il Grande Fratello ti sta guardando”, che però non è stato capace di cogliere; segno di come le droghe stessero danneggiando la sua brillante mente. Suggerimenti che sono continuati in The Final Problem, ad esempio con affermazioni del tipo:

“Un uomo che vede attraverso tutto è esattamente l’uomo che non si accorge di quando non c’è niente da vedere”.

Sherlock non era mai stato spinto così al limite come ha fatto Eurus, donna dai mille volti che maschera la paura per poi mostrarla con crudeltà dietro l’innocenza di una fanciulla. In fondo, tutto ciò che lei vuole sono delle attenzioni. Quelle che Mycroft non le ha mai riservato, nonostante sia più umano di quanto appaia; quelle che trova infine nel personaggio di Benedict Cumberbatch, nell’amore che le dimostra e nella sua musica, l’unica comunicazione che un genio incontenibile come lei trova interessanti. E il detective suona per lei nonostante Eurus l’abbia messo spietatamente faccia a faccia con quelle emozioni che non riesce a nominare, descrivere o razionalizzare. Lui, uomo dall’intelletto sopraffino, è crollato più volte, ha ammesso di non sapere che cosa fare, era estremamente vulnerabile. Raramente l’abbia visto in quel modo, così come raramente abbiamo intravisto un Mycroft così terrorizzato.

Sherlock

In questo giro sulle montagne russe emotive dei fratelli Holmes, possiamo vedere come un trauma infantile e il conseguente disturbo da stress post-traumatico influiscano su un cervello in crescita, indipendentemente dal quoziente intellettivo. Mycroft non si è mai dimenticato di quell’evento, Eurus ha continuamente ricordato e Sherlock, invece, ha prima rimosso e poi sovrascritto. Rimanendo praticamente a metà strada tra i due.

Ed è qui che si inserisce John Watson, dove comprendiamo la sua grande importanza in Sherlock.

Lui è l’umanità che gli rammenta che un genio non è una persona infallibile, in grado di fermare tre attacchi terroristici in un’ora, ma è la straordinarietà che si adatta alla normalità. E pensare che c’erano arrivati tutti, eccetto lui: Lestrade gli ha sempre detto che era un brav’uomo, John ha trovato il compagno per la vita e Mrs Hudson il figlio che non ha mai avuto, mentre Molly il suo amore impossibile. Ecco che il personaggio di Benedict Cumberbatch, scegliendo John, sceglie tutti noi, semplici e fallibili umani. L’ha fatto istintivamente, seguendo il suo cuore, facendo vincere le emozioni invece della lucida e cinica razionalità. E ciò ha dato un senso a quello che, più il tempo passa, più si conferma essere il finale di serie. Pieno di scelte discutibili certo, ma che non si riduce all’assenza/presenza di quel vetro, che ha anche momenti di suspense (come la quasi-morte di Mycroft) e di commozione (come il ti amo di Molly). Anche se potevamo avere di più, la quarta stagione ha risolto il caso più importante dell’intera serie tv: Sherlock Holmes. E allora, tutto il resto ha davvero così tanta importanza?