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Perché non mi piacerebbe essere Sherlock

Sherlock

Sherlock è un vero capolavoro e credo che tutti – o quasi – possiamo essere d’accordo su questo. A renderla una serie perfetta contribuiscono un cast stellare e un reparto tecnico invidiabile, ma la verità è che basterebbe la scrittura sublime. E i personaggi. Personaggi costruiti così bene da sembrare veri. Umani. Persone più che personaggi.

Sherlock BBC
Sherlock BBC

E Sherlock spicca su tutti. Un uomo di un’intelligenza superiore alla media, senza peli sulla lingua, e… solo. Incredibilmente solo. Sherlock è un personaggio facile da amare ma pensate per un momento di essere come lui. Figo, vero? Fare deduzioni, fare sfoggio di intelligenza, farsi ammirare. Questo per i primi due giorni. Perché poi viene il resto. E non parlo della solitudine, o almeno non solo. Parlo soprattutto dell’incapacità da parte di Sherlock di farsi capire dalle persone che ha intorno. Escluso John, ovviamente. Ma John è meno ordinario di quello che comunemente si crede e forse è proprio per questo che lo capisce così bene.

Analizziamo Sherlock nel dettaglio. Ha evidenti problemi a relazionarsi non solo con gli altri, ma anche con la propria famiglia. Tratta i genitori con sufficienza, evitandoli il più possibile, mentre con Mycroft ha scatenato una vera e propria faida infantile che conosce tregua solo quando ci sono problemi più gravi (ad esempio, Moriarty) e che poi riprende imperterrita.

E la droga influisce sul suo modo di comportarsi, di pensare, di relazionarsi. La droga – secondo lui – lo aiuta nel suo lavoro, perché lo fa immergere nel Mind Palace ed estraniarsi dal resto. Non gli importa di quello che fa al suo fisico e anche alla sua mente, non gli importa se la gente che gli sta intorno si preoccupa per lui o forse crede che a loro non importa abbastanza di lui. In entrambi i casi, comunque non ascolta gli altri e fa di testa sua, non ammettendo nemmeno per un secondo di aver sbagliato.

Che non gli importa del suo fisico si nota anche dagli evidenti disturbi alimentari. Sherlock mangia in maniera sregolata (quando si ricorda di mangiare) e il più delle volte salta i pasti. Il che per un drogato è anche peggio. E Sherlock probabilmente non ha mai smesso di drogarsi, comunque non del tutto, cosa che sembra evidente in The Abominable Bride, ma anche dalle suggestioni delle precedenti stagioni.

Passando a cose più ‘leggere’ è incapace di fare complimenti. Prendete la povera Molly. Secondo Sherlock il rossetto le dona. Invece di dirglielo semplicemente, quando se lo toglie la rimprovera per avere la bocca troppo piccola. Insomma, un vero signore! Oppure quando vuole aiutarla con Jim l’informatico le dice semplicemente ‘gay’ e le spiega perché lo è, senza nessun riguardo per i sentimenti feriti della ragazza. Insomma, questo non è essere imbranati, questo è proprio non avere idea su come relazionarsi con gli altri.

Del resto anche il suo comportamento con John parla chiaro: non sa come instaurare un rapporto con il coinquilino, quindi, approfittando del fatto che è un medico e un ex soldato, lo invita a risolvere omicidi. E per fortuna che John ama la guerra e vuole viverla, altrimenti penso che la convivenza sarebbe durata poco. E sì, il fatto che Sherlock lasci testa e dita mozzate nel frigo, che la casa puzzi spesso per i fumi dei suoi esperimenti, che non compri mai il latte e più in generale non faccia la spesa c’entra molto. Perché non so se voi vivete con dei coinquilini – io sì! – e se noi fossimo così, vi assicuro che ci sbatterebbero fuori a calci.

Insomma, Sherlock Holmes è un personaggio stupendo e incredibilmente umano, facile da amare, ma una persona fondamentalmente insopportabile se ci si ha a che fare nella vita reale.

Quindi davvero vogliamo essere come lui? Davvero vogliamo essere dei ‘sociopatici ad alta funzionalità’? Io sicuramente no e spero neanche voi!

Written by Olimpia Petruzzella

Tra un'indagine con Sherlock Holmes e un viaggio e l'altro col Dottore, sono anche riuscita a laurearmi in Archeologia (River, grazie ancora per quella dritta... e per avermi presentato Euripide!) e fare un master in sceneggiatura alla Silvio D'Amico. Perché siamo tutti storie, alla fine. Ed è meglio farne una buona, no?

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