3) Cobra Kai

Altra serie tv che era stata accolta con grande diffidenza. Sembrava la solita, stanca, operazione nostalgia. Il solito revival buono solo per ravvivare i ricordi del pubblico rimasto legato agli anni Ottanta e, in particolare, a uno dei film più iconici del decennio: Karate Kid. Sì, sembrava. E inizialmente non se n’era manco parlato granché: Cobra Kai era nata in un’area periferica del panorama televisivo, persino nascosta per il grande pubblico. Poi, però, è venuta fuori alla grande. Con la forza del tempo che ha saputo sì strizzare l’occhio a chi ricorda i bei tempi andati, ma con uno spirito del tutto autonomo. Molto più autoironico, ma non per questo meno intenso sul piano emotivo.
Parallelamente, il franchise di Karate Kid ha trovato per strada un pubblico più giovane, grazie anche alla struttura di una serie multigenerazionale e perfetta per combinare l’azione più esplosiva con la comicità più disimpegnata. I personaggi si sono allontanati dalle dinamiche binarie di quarant’anni fa e si sono evoluti con chiavi tridimensionali sorprendenti: la serie è riuscita così a centrare il risultato delle sei stagioni con grande freschezza. Poi sì: è una serie imperfetta che esagera, soprattutto nelle ultime due stagioni. Si spinge sempre al limite e talvolta lo oltrepassa, ma l’esperienza che ne deriva è comunque eccezionale. Al di là delle storture, è una serie che ci mancherà parecchio. E che rappresenta un ottimo spunto per lo sviluppo di sequel del genere.






