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Nel panorama sempre più affollato delle produzioni seriali contemporanee di Netflix, non è semplice trovare una serie capace di distinguersi davvero per tono e ambizione narrativa. Ogni settimana arrivano nuove storie sulle piattaforme. Molte cercano di catturare l’attenzione con trame veloci e formule ormai riconoscibili. Poche però riescono a inserirsi nel dibattito culturale con una certa forza. È proprio qui che si colloca Vladimir, la miniserie Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Julia May Jonas. La serie sceglie una strada precisa e racconta un’ossessione sentimentale all’interno di un ambiente che dovrebbe essere razionale e controllato: quello accademico. Il risultato è un racconto che oscilla continuamente tra introspezione psicologica, ironia e provocazione morale.
Fin dai primi minuti la serie chiarisce le proprie intenzioni. Non vuole essere una semplice storia romantica e non vuole nemmeno trasformarsi in un thriller psicologico (ecco la classifica dei migliori thriller psicologici) tradizionale. Piuttosto prova a costruire un ritratto complesso di una donna che vede la propria vita sgretolarsi lentamente. Un racconto che parla di desiderio ma anche di identità. M, la protagonista è una professoressa universitaria di letteratura. È intelligente, brillante e profondamente consapevole del proprio ruolo culturale. Tuttavia, la sua esistenza entra improvvisamente in una fase di crisi, in quanto il marito, anche lui docente universitario, è coinvolto in uno scandalo legato a relazioni con studentesse. Pertanto, lo scandalo scuote il dipartimento, ma soprattutto incrina la stabilità emotiva della protagonista.

Nel momento più fragile entra in scena Vladimir
Il nuovo collega è interpretato da Leo Woodall ed è giovane, carismatico e sorprendentemente sicuro di sé. Sembra possedere tutto ciò che M sente di aver perso nel tempo, come vitalità, fascino e una certa leggerezza intellettuale. All’inizio l’interesse della donna appare quasi innocente, una semplice curiosità verso un collega brillante. Ma la serie suggerisce subito che dietro quell’attenzione c’è qualcosa di più profondo. La curiosità diventa fascinazione che si trasforma lentamente in desiderio. Ad un certo punto, però, quest’ultimo finisce per diventare un’ossessione (qui la recensione della serie Ossessione) che comincia a infiltrarsi in ogni spazio della sua vita. È proprio tale progressione psicologica a rappresentare il cuore della serie. Di fatto, Vladimir non racconta soltanto una relazione, ma il modo in cui una mente brillante può essere travolta da una fantasia sempre più invasiva.
La protagonista osserva il collega, lo analizza e lo immagina continuamente. Ogni gesto dell’uomo diventa un segnale da interpretare e ogni conversazione viene riletta e rielaborata nella sua mente. In questo processo Vladimir smette quasi di essere una persona reale, per poi diventare uno spazio di proiezione. Un contenitore di desideri, frustrazioni e paure. M costruisce una versione idealizzata dell’uomo, che spesso sembra avere poco a che fare con la realtà. Lo show, dunque, sfrutta questa dinamica per giocare costantemente con l’ambiguità tra realtà e immaginazione. Molte sequenze sono filtrate attraverso il punto di vista della protagonista e lo spettatore entra nella sua mente, condivide i suoi pensieri e anche le sue fantasie.
Immersione in una dimensione estremamente soggettiva
Non sempre è chiaro ciò che accade davvero e alcune scene sembrano appartenere più alla fantasia che alla realtà. La narrazione costruisce quindi un rapporto particolare con lo spettatore, tale da coinvolgerlo ma allo stesso tempo metterlo in dubbio. Possiamo davvero fidarci dello sguardo della protagonista? Accanto alla dimensione psicologica emerge anche un altro elemento centrale della serie: la satira del mondo accademico. L’università (ecco serie che aiutano a scegliere l’università) non è soltanto lo sfondo della storia, ma un microcosmo sociale molto riconoscibile. All’interno del campus si riflettono molte tensioni contemporanee, come le relazioni tra docenti e studenti, le questioni legate al consenso, le rivalità professionali tra colleghi e i conflitti generazionali tra professori affermati e giovani ricercatori. Tutti questi elementi emergono nella narrazione, spesso attraverso dialoghi ironici oppure situazioni volutamente grottesche.
Detto ciò, Vladimir suggerisce una riflessione piuttosto chiara: il mondo accademico si percepisce come uno spazio di razionalità e superiorità morale. Tuttavia, è anche attraversato da dinamiche di potere molto simili a quelle di qualsiasi altro ambiente sociale. Tanto che desiderio, ambizione e competizione emergono continuamente. Inoltre, gran parte della forza della serie deriva dalla performance di M, interpretata da Rachel Weisz. L’attrice domina letteralmente la scena e il personaggio che costruisce è complesso. A volte brillante, a volte profondamente inquietante. Si tratta di una donna lucida e perfettamente capace di analizzare il comportamento degli altri, ma, di contro, fatica a riconoscere fino in fondo le proprie debolezze. Questa tensione interna rende il personaggio estremamente umano.

Vladimir esplora la psicologia dell’ossessione
La serie mostra come la bramosia possa trasformarsi lentamente in una forza destabilizzante, nonché via di fuga da una crisi identitaria più profonda. Il Vladimir interpretato da Leo Woodall rimane, non a caso, molto sfuggente. È un personaggio volutamente enigmatico e la narrazione lo mostra quasi sempre attraverso lo sguardo della protagonista. Questo contribuisce a trasformarlo in una figura ambigua, come se fosse quasi una fantasia. Pertanto, questa scelta narrativa ha diviso pubblico e critica. Così, mentre alcuni spettatori hanno trovato interessante il modo in cui la serie utilizza Vladimir come simbolo delle pulsioni della protagonista, altri hanno percepito una certa distanza emotiva dalla storia. Ciò detto, anche la critica internazionale ha reagito in modo piuttosto contrastante. Molti recensori hanno lodato l’interpretazione di Rachel Weisz, definendola magnetica e sofisticata, e hanno apprezzato anche il coraggio della serie nell’affrontare temi complessi come il desiderio femminile e la crisi di mezza età.
Altri commentatori, invece, sono stati decisamente più severi, dichiarando che la serie fatica a trovare un equilibrio tra i diversi registri narrativi. Alle volte sembra una satira accademica, poi un dramma psicologico e, infine, assomiglia quasi a una commedia ironica. In definitiva, asseriamo che Vladimir non è costruita attorno a una trama ricca di colpi di scena. Parliamo di un’analisi psicologica che si sviluppa attraverso pensieri e ossessioni. Da un lato, quindi, questo flusso è estremamente coinvolgente e nasce per entrare davvero nella mente di M. Dall’altro, il ritmo può apparire troppo dilatato e alcune dinamiche emotive sembrano ripetersi nel corso degli episodi. Nonostante queste imperfezioni, però, lo show prova a raccontare qualcosa di diverso e, anzi, sembra quasi divertirsi nel mettere a disagio (qui le scene disagianti delle serie) chi guarda. A tal proposito, è proprio questa volontà di rischiare a renderla una visione che merita attenzione.






