ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS del film Together.
All’inizio, tre erano i generi degli esseri umani, non come ora due: maschile e femminile, perché ce n’era anche un terzo che era comune a entrambi e di cui ora resta il nome ma è scomparso. L’androgino in quel tempo era infatti un’unità, e una forma e un nome comune a entrambi: il maschile e il femminile.
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Che grande annata per il cinema horror. The Substance (disponibile con un abbonamento aggiuntivo su Prime Video), HIM (nuovo film in arrivo del regista Jordan Peele), Weapons, Presence, Bring Her Back e, adesso, Together. Titoli che hanno scandito i mesi di questo 2025 rendendo omaggio al genere in tutte le sue stratificate forme. Titoli che sono riusciti a farsi portavoce di temi universali, portando alla luce contestualmente i nostri incubi più reconditi. Il mito della bellezza, della fama, il terrore della maternità, la perdita dell’innocenza e l’amore.
Un anno di orrore che non si è ancora concluso e che, possiamo dirlo, risulta drasticamente meno spaventoso nell’incubo reale in cui ci troviamo immersi fino al collo. La carne, il sangue e il sudore sono tutti mezzi di comunicazione che trasmettono un messaggio sensoriale, che tentano di colpirci dritti al cuore per smuoverci, per svegliarci dal torpore delle nostre menti. Together, pellicola diretta da Michael Shanks, regge in alto lo stendardo del cinema horror d’autore fondendo il sottogenere del body horror con la filosofia platonica. Letteralmente.
Adesso invece non c’e altro che il nome, usato in senso dispregiativo. Inoltre, la forma di ogni uomo era un intero rotondo, con dorso e fianchi in cerchio, quattro mani, altrettante gambe, due volti su un collo cilindrico identici in tutto e per tutto; la testa per entrambi i volti messi uno opposto dell’altro era poi una sola, e quattro le orecchie e gli organi sessuali due, e tutte le altre cose come uno se le immaginerebbe partendo da questi cenni.
Il mito delle due metà
Nel cuore del Simposio di Platone, Aristofane racconta una parabola che è diventata — con tutte le sue ambiguità — il più noto mito d’amore dell’Occidente: la storia delle «due metà». Il mito spiega il desiderio umano come una ricerca di reintegrazione. Aristofane descrive gli esseri umani primordiali come creature sferiche, simmetriche, dotate di quattro arti e di un unico corpo: tre tipi (maschile, femminile e androgino) nate rispettivamente dal Sole, dalla Terra e dalla Luna. Queste creature, per la loro arroganza, vengono divise da Zeus in due metà, da allora ogni individuo vaga cercando la metà perduta. L’amore, nella versione aristofanea, è nostalgia. È un impulso ontologico che mira a ricostituire l’unità originaria. È poetico, plausibile e in fin dei conti consolatorio. Il suo scopo è rimandarci un’origine mitica per dare un senso al sentimento di mancanza che accomuna il genere umano.
Il mito svolge molteplici funzioni. Innanzitutto offre una grammatica del desiderio. Poi ha funzione rituale e, infine, è polivalente. Può legittimare idee romantiche, ma anche essere rivoltato in senso critico quando alimenta aspettative irrealistiche sul partner come “completamento” dell’io. Che è proprio l’aspetto sul quale Together decide di concentrarsi in chiave disturbante.
Il motivo della metà perduta non è esclusiva di Aristofane. In molte culture esistono immagini e vocaboli che parlano di affinità predestinate. In India l’iconografia di Ardhanarishvara — Shiva e Parvati fusi in una sola figura androgina — esprime l’unità dei princìpi maschili e femminili: non tanto «due metà che si ricongiungono», quanto l’idea che la totalità contiene e supera la differenza. Nell’ebraismo yiddish il termine bashert indica la persona «destinata», un concetto di fato con un’accezione processuale e comunitaria (il matrimonio come destino sociale).
Zeus dice: “Mi pare di averlo, l’espediente per far sì che gli uomini esistano e, divenuti più deboli, la smettano con la loro intemperanza. Ora infatti, – continuò, – li taglierò ciascuno in due, così saranno allo stesso tempo più deboli e più utili per noi, visto l’aumentare del loro numero.

Il rischio della «metà che completa»
Oggi il mito delle due metà sopravvive come narrativa popolare del soulmate. Utile, commovente ma talvolta pericolosa. Se coltivata come aspettativa che l’altro cancellerà le nostre mancanze, diventa fonte di frustrazione. Se reinterpretata come invito all’incontro creativo tra due interezze, può diventare una potente immagine di reciprocità. È una visione seducente perché offre una narrazione semplice e lineare. Siamo incompleti, vaghiamo nel mondo in una perpetua ricerca, e un giorno incontriamo chi può finalmente colmare quel vuoto che un nome ce l’ha. In termini mitici, è la promessa di ritorno all’armonia primordiale.
Eppure, la stessa forza narrativa diventa pericolosa quando la si prende alla lettera. L’idea di essere incompleti fino a quando non troviamo l’altra metà rischia di produrre dipendenza affettiva e aspettative irrealistiche. La vita reale difficilmente corrisponde a una simmetria perfetta. Le relazioni non pongono fine a tutte le mancanze, al contrario aprono spazi di negoziazione, conflitto, crescita. Pensare all’altro come alla «cura» per la propria incompletezza può condurre a delusione cronica o, peggio, a rapporti in cui la dipendenza viene scambiata per amore.
Ed ecco che Together dà voce e volto proprio a quelle aspettative irrealistiche, a quel bisogno talvolta morboso e ossessivo del non rimanere da soli. Perché da soli ci sentiamo sbagliati, incompleti, spezzati a metà.
Una paura tanto reale e presente perché d’altronde alimentata da immagini idilliache in cui la felicità si realizza sempre in due. Ne siamo costantemente bombardati. Pubblicità, film, serie tv, social e musica. Da soli si sta male, insieme la vita è più sopportabile. Ben venga, purché si riconosca la metà che è giusta per noi. E poi siamo noi giusti per l’altro? Tim e Millie si trovano a un bivio nella loro relazione. Lui è un musicista di poche speranze, lei un’insegnante molto brava nel suo lavoro. La classica coppia da profilo in comune su Facebook, quella che non esce mai con gruppi diversi, quella che condivide tutti gli hobby, tutte le vacanze, tutti i segreti, i traumi e i sogni.
Quella coppia dove ormai è impossibile scindere l’uno e l’altro, tanto che il body horror non poteva che essere il sottogenere horror più azzeccato per raccontare questa storia di dipendenza affettiva. Pronti a iniziare un nuovo capitolo della loro vita, Mille e Tim sono in realtà profondamente in crisi, incapaci di ammettere che, per quanto l’amore ci sia ancora, non sono più fatti per stare insieme. Risentimento, imbarazzo e gelosia covano dentro di loro, insinuandosi nella loro pelle alla pari dello strano male che di lì a poco distruggerà la loro esistenza.
In quella grotta nel fitto della foresta, l’orrore che si attacca loro addosso serve solo a esacerbare ciò che già stava crescendo come una edera velenosa. Mille e Tim non sono due metà, ma due esseri distinti incapaci di definirsi nella loro individualità.

Ma quando la natura originaria fu tagliata in due, ciascuna metà, desiderando l’altra metà di sé, le andava incontro e gettandole le braccia al collo e intrecciandosi l’una all’altra, entrambe prese dal desiderio di fondersi, morivano di fame e di inerzia perché non volevano fare nulla separate le une dalle altre.
La relazione tossica sotto forma di body horror in Together.
Più i loro corpi si uniscono, fondendosi in scene di raccapricciante disgusto (seppur mai come in The Substance), più cresce la loro incapacità di staccarsi davvero emotivamente. L’orrore fisico in Together, che raggiunge il suo apice forse con la scena del bagno a scuola, accompagna in un climax la rovina di questa coppia. Che prima di tutto si realizza nel non sapersi più riconoscere al di fuori della coppia stessa. Persino il culto che venerava la forza sovrannaturale nel pozzo, e di cui non ci viene mai data una spiegazione esaustiva, è solo un espediente per comprendere cosa fa davvero paura. Non è tanto la presenza (aliena? sovrannaturale?) che si attacca ai corpi e li trascina in un desiderio famelico, quanto l’interpretazione che se ne vuole dare.
Il culto ha deciso di ammantarla di senso divino, riconoscendola come il mezzo da parte di Zeus per riunire le due metà costrette a vagare nel mondo. Ancora una volta l’essere umano è in grado di raccontarsi le frottole più ingegnose per gettare acqua al suo mulino. Tant’è che, nel caso di Millie e Tim, l’infezione, se così vogliamo definirla, non li colpisce simultaneamente. Solo dopo un’intromissione esterna, Millie cade vittima dell’attrazione irrefrenabile e carnale nei confronti di Tim.
Together è brutale, surreale, gore. È l’accanimento di una relazione tossica che non vuole ammettere che sia finita.
Persino il “lieto fine” altro non è che l’amara vittoria della dipendenza affettiva. Mille e Tim non sono liberi, rimangono intrappolati l’uno nel corpo dell’altro. Le due metà tornano a costituire un intero, ma è davvero così romantico? Dave Franco e Alison Brie (protagonista della serie tv GLOW), felicemente sposati nella vita reale, funzionano alla grande nella pellicola e meno male. La loro chimica è palpabile, esplodendo in ogni singola interazione e nelle scene puramente horror.
Ciascuno di noi è quindi una mezza tessera d’uomo, quel che chiamiamo simbolo, perché è stato tagliato come le sogliole: da uno due. Ciascuno quindi cerca sempre l’altra mezza tessera, l’altro simbolo di se stesso.
Il mito delle due metà resta un racconto efficace perché parla del dolore di sentirsi incompleti e della promessa consolatoria di trovare nell’altro una risposta. Leggerlo come mito del folklore significa rispettarne la carica simbolica e al contempo interrogarne i limiti. Il fascino dell’anima gemella è eterno, la sua realizzabilità pratica è soggetta alle leggi della psicologia e della vita sociale. Invece di immaginare la perfezione perduta, possiamo pensare l’amore come un lavoro di creazione reciproca, un «simposio» permanente in cui ciascun incontro ci cambia e ci rende più consapevoli della nostra stessa interezza.






