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Qualche tempo fa guardavo una videointervista a Rainn Wilson. L’iconico volto di Dwight Schrute di The Office sosteneva che sarebbe stato impossibile realizzare oggi una serie come quella che lo ha consacrato al mondo dell’intrattenimento. E questo, a causa sia del tipo di ironia di cui The Office si è fatta portatrice, sia del modo in cui questa ironia è stata sviluppata attraverso la trama. Il suo ragionamento non fa una piega: non siamo più quelli che eravamo, né come società né come spettatori, e The Office resiste all’invecchiamento anche perché riusciamo a leggerla con gli occhi di chi eravamo. Gli occhi di chi ne ha riso e goduto cinque, dieci o vent’anni fa. Proprio in quanto pienamente d’accordo con Rainn Wilson, ho avuto un po’ di paura quando ho sentito parlare per la prima volta di The Paper.
Distribuita da Peacock a settembre negli Stati Uniti, The Paper – per adesso ancora meglio conosciuta come “lo spin-off di The Office” – è arrivata finalmente lunedì 26 gennaio anche in Italia, disponibile su Sky e NOW. Una serie che ha fatto discutere fin dall’annuncio perché, per quanto al giorno d’oggi spin-off, sequel e compagnia siano all’ordine del giorno, sia mai toccarci le serie tv che consideriamo tra i mostri sacri dell’intrattenimento. The Office, chiaramente, è uno di questi. Lo capisco, anche io sono così, tendo a guardare male ciò che potrebbe mettere in cattiva luce qualcosa che ho amato. Ma col senno di poi, dopo una visione in piena modalità binge watching dei dieci episodi della prima stagione, posso dirlo: questo esperimento è andato piuttosto bene. E, oltre a dirlo io, lo conferma anche il fatto che avrà una seconda stagione.
Quando spin-off non significa ‘brutta copia’

Come si dà nuova vita a un progetto iconico a vent’anni dalla sua creazione? Greg Daniels, ideatore di The Office e co-ideatore di The Paper, deve essersi posto questa domanda parecchie volte prima del primo “Ciak, si gira” della sua ultima creatura. Credo che in casi come questo non esista una ricetta magica, ma credo anche che un buon punto di partenza sia provare a trovare l’equilibrio tra la nostalgia, la voglia di ritrovare i personaggi di un tempo e la consapevolezza che il passato è passato. E per quanto temessimo che sarebbe andata diversamente, Daniels sembra essere riuscito nel suo intento.
Mockumentary contemporaneo, The Paper parte da un presupposto che conosciamo bene: siamo di nuovo nel pieno della produzione di un documentario, realizzato dalla stessa troupe che vent’anni fa aveva cominciato a seguire i dipendenti della Dunder Mifflin di Scranton, Pennsylvania. Questa volta però siamo nella ridente cittadina di Toledo e il gruppo di lavoro seguito è la redazione del Toledo Truth-Teller, storico quotidiano ormai in rovina. Quale storico quotidiano non è in rovina al giorno d’oggi?, vi starete chiedendo. Lo sono un po’ tutti, è vero. Ma per fortuna non tutti sono stati inglobati da un gruppo privato che produce – tra le altre cose – carta igienica e guanti pulenti. E, giusto per mettere i puntini sulle I, per fortuna non tutti condividono gli spazi dell’ufficio proprio con i venditori della suddetta carta igienica.
La redazione del Toledo Truth-Teller è completamente allo sbando.
Onestamente non sono neanche sicura che quella del principio si possa definire una redazione vera e propria. Il giornale viene assemblato da Mare, già giornalista nell’esercito, grazie al copia e incolla di notizie d’agenzia, e l’unico altro vero giornalista è un anziano che non scrive da una vita e passa il suo tempo a non voler fare nulla (ci manchi, Stanley). Sabrina Impacciatore, pienamente in linea come caratterista di un personaggio molto fuori dalle righe, interpreta Esmeralda, responsabile della versione online del giornale e temporaneamente alla guida di tutta la baracca. È – come ci tiene a ribadire – una madre single, ex partecipante di un reality sentimentale. In realtà è anche una giornalista egoriferita che va avanti a titoli clickbait e pezzi inutilmente sensazionalisti. Ma, come lei stessa si chiede, da quando le sensazioni sono una cosa brutta?

Per il resto la redazione va avanti di pubblicità e di raccolta più o meno trasparente dei dati dei lettori. Da un giorno all’altro, però, qualcosa cambia: l’arrivo in redazione del nuovo caporedattore rivoluziona le carte in tavola. Ned Sampson, ex venditore da record, arriva a capo del Toledo Truth-Teller con la voglia di ribaltarlo completamente. Articoli originali e una redazione composta da persone realmente alla ricerca di notizie sono la base di questa (ri)partenza. Tutto bellissimo, certo. Se non fosse per il fatto che i soldi sono pochi, che la stragrande maggioranza della redazione è composta da volontari che in teoria dovrebbero fare altro e che Esmeralda non è poi così favorevole a tutti questi cambiamenti. E in questo è in buona compagnia.
The Paper: stessi strumenti narrativi, nuovo focus della narrazione.
A portarci nel bel mezzo delle dinamiche del Toledo Truth-Teller è una tipologia di narrazione che conosciamo già piuttosto bene: il mockumentary. Le telecamere che riprendono i protagonisti dentro e fuori dalle mura della redazione, le interviste ai singoli personaggi come commenti a latere delle vicende sono tutti strumenti con i quali i fan di The Office hanno parecchia familiarità e che ritroviamo anche in The Paper. Il tempo è passato, ma i cameramen sono pronti a fare quello che avevano già fatto: riprendere scene quotidiane e sguardi persi nel vuoto, focalizzarsi su dinamiche collettive e su piccole chicche che avvengono mentre nessuno se ne accorge. Struttura, questa, che fa da fil rouge tra la serie madre e il suo spin-off, riportando al presente qualcosa che dal 2013 a oggi ci è davvero mancato. E chi dice di no, mente.
D’altra parte, però, The Paper sposta completamente il focus della serie. Certo, abbiamo un luogo di lavoro tendenzialmente disfunzionale. Sì, abbiamo anche la contrapposizione tra personaggi consapevoli e personaggi totalmente fuori dal mondo. Ma ciò che più nel profondo caratterizza l’essenza delle due serie cambia radicalmente. Nei primi anni Duemila The Office aveva portato in scena un ambiente lavorativo folle, caratterizzato proprio dal fatto di essere totalmente senza senso. Era la rappresentazione di una piccola realtà professionale inadatta ad adeguarsi al mondo che cambia, come tante ce n’erano e tante ce ne sono ancora. Oggi invece The Paper porta sugli schermi la crisi del giornalismo contemporaneo e più in generale la disfunzionalità del modo in cui ci ostiniamo a comunicare.

Lungi dal perdere tempo, i protagonisti di The Paper provano davvero a fare qualcosa per raggiungere il loro obiettivo.
Ci provano e lo fanno, lavorando in opposizione a un sistema ben più grande di loro. Tra un episodio e l’altro la redazione affronta – in ordine sparso – la difficoltà nel trovare notizie valide e fonti attendibili, la minaccia dei blog e dei social, i catfish, la concorrenza dei titoloni clickbait, i dubbi esistenziali sulla possibilità di andare contro il proprio stesso Gruppo per perseguire la verità. Il racconto di questi mostri neri della comunicazione contemporanea viene affrontato con un’ironia che non è proprio a livello di quella che avevamo conosciuto e amato in The Office, ma che palesemente da quella trae profonda ispirazione.
Elementi e personaggi surreali, incapacità di leggere le situazioni, sforzi immani che non corrispondono ad alcun risultato sono sempre lì, dietro l’angolo. Ma quello spesso strato di ironico disagio che provavamo praticamente in ogni scena scompare in favore di un più sottile velo di cringe. Un velo cucito da una lunga serie di interazioni in parte altrettanto stravaganti – per non dire fuori di testa -, in parte più consapevoli.
Da questo punto di vista sono i personaggi a tenere le redini del racconto.
Lontani dall’essere pure macchiette di loro stessi, i personaggi di The Paper fanno un salto nel meraviglioso mondo della disillusione contemporanea. In ognuno di loro possiamo intravedere qualcosa di ciò che aveva caratterizzato i personaggi di The Office, ma in maniera meno netta. In Esmeralda riusciamo a cogliere il sentimentalismo (e la follia) di Kelly, in Ned la spropositata voglia di fare di Michael, in Mare l’essere realisticamente sognatrice di Pam. E nell’interazione tra i due, chiaramente, la chimica che abbiamo visto crescere tra Jim e Pam. Sappiamo in quest’ultimo caso come è andata a finire, e le nuove prospettive sono rosee.

La maggiore consapevolezza generalizzata di questi personaggi, che toccano tematiche come MeToo e Pride, rende impossibile mettere sul piatto un’ironia in pieno stile The Office. Un’ironia che era fatta per l’80% dall’incapacità dei personaggi di leggere le situazioni che vivevano. Amavamo le loro strane e problematiche interazioni proprio perché non si rendevano conto di averle. Con The Paper questo non accade, e per fortuna. Perché è proprio questa scelta a renderla una sitcom in grado di strizzare l’occhio alla sua serie madre senza voler sembrare la sua copia aggiornata. La presenza di Oscar e i riferimenti che grazie a lui i fan della prima ora riescono a cogliere (con la telefonata a Stanley stava per scendermi una lacrimuccia) rendono la serie un giusto omaggio a ciò che The Office è stato.
The Paper, però, è qualcos’altro.
È una sitcom piacevole e fruibile che anche chi non ha guardato la serie madre può guardare senza alcun problema. Certo, non ne coglierebbe alcuni riferimenti, ma il senso generale assolutamente sì. È un prodotto che sa parlare ai fan di The Office e a chi invece non lo è mai stato. Vuoi per scelta, vuoi per generazione. E forse non seguirà la strada della serie madre diventando un’icona assoluta, ma chi lo sa. Se ci pensate, la prima stagione della versione americana di The Office non ha avuto un’accoglienza positiva poi tanto generalizzata. I giudizi, poi, si sono evoluti diversamente.
Se è vero dunque che sbagli il 100% dei tiri che non fai, The Paper è un tiro fatto e per fortuna segnato. E spero che saperlo renda più semplice iniziarla a qualcuno tra chi, come me, la guardava con sospetto. Datele una chance: non ve ne pentirete.




