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Resident Evil: la Serie – La Recensione dell’ambiziosa nuova opera di Netflix

Attenzione! Il seguente articolo contiene spoiler su Resident Evil: la serie.

Resident Evil è prima di tutto un videogame di successo che, nel corso degli anni, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, sollazzando piacevolmente tutti gli amanti del genere zombie. Ne hanno fatta una saga cinematografica, tra pareri discordanti. I sei film, tutti scritti da Paul W. S. Anderson che ne ha anche diretti quattro, con protagonista Milla Jovovich, hanno parecchie licenze poetiche e dai videogiochi hanno preso le parti essenziali, come i mostri, accendendo gli animi. Da una parte i puristi che li hanno detestati. Quelli, cioè, che si aspettavano film basati esclusivamente sugli eventi narrati nei giochi. Dall’altra quelli che li hanno adorati, perché ricchi di azione, di combattimenti e di suspense.
Esiste anche una serie di anime molto ben fatti che ha preso in prestito i personaggi dei giochi e li ha inseriti in una serie di storie anche piuttosto interessanti. Infine, nel 2021, è uscito Resident Evil: Welcome to Raccoon City, un reboot scritto e diretto da Johannes Roberts (La foresta dei dannati e 47 metri) basato essenzialmente sui primi due capitolo della saga videoludica, con la capacità di ricreare le vecchie ma indimenticabili atmosfere dei giochi per consolle.

Giovedì 14 luglio 2022, è invece uscita la prima stagione di Resident Evil: la serie. Otto puntate della durata di circa cinquanta minuti l’una, scritte e prodotte da Andrew Dabb (già noto per Supernatural) in collaborazione con Garett Pereda (Ingobernable) Shane Tortolani (Ingobernable) e Lindsey Villarreal (Mad Men, Bates Hotel, Colony e Jessica Jones). Alla regia si sono alternati quattro registi tra i quali Rob Seidenglanz (Blindspot e Le terrificanti avventure di Sabrina) e Bronwen Hughes (Breaking Bad e Berlin Station).

Resident Evil: la serie è un prodotto più complicato che complesso, che difficilmente riuscirà a mettere tutti d’accordo. Come sempre accade quando vengono preannunciate queste serie tratte da franchising così popolari, le aspettative risultano sempre molto alte. Perciò, una volta visto il risultato, è facile rimanerne scontenti. A partire da quelli che dovrebbero essere i protagonisti: gli zombie, che sono troppo veloci, rispetto ai videogiochi, ma soprattutto troppo pochi, per una serie che dovrebbe mostrarne a vagonate.

Resident Evil

Ma andiamo con ordine. La storia si dipana seguendo due linee temporali diverse: una ambientata nel 2036 e un’altra ambientata nel 2022. Protagonista indiscussa di entrambe è Jade (Ella Balinska nel 2036, Tamara Smart nel 2022). Jade ha una sorella gemella, Billie (Adeline Rudolph nel 2036, Siena Agudong nel 2022). Entrambe sono figlie di Albert Wesker (Lance Reddick). Tutti e tre vivono, nel 2022, a New Raccoon City, roccaforte costruita dalla Umbrella Corporation, in Sud Africa. New Raccoon City è una cittadella fuori dal mondo e lontana dalla legge, governata dalla Umbrella la quale, in nome del profitto, è capace di qualsiasi cosa. Dentro New Raccoon City vivono i dipendenti della Corporation insieme alle loro famiglie in una inquietante modalità di apparente felicità che, naturalmente, è soltanto apparenza.

Jade e Billie, nel 2022, vanno al liceo. Sono nuove in città e quindi, una delle due in particolare, vittime dell’attenzione malsana dei classici bulli. Ovviamente hanno un legame speciale che le unisce quando devono disobbedire e le separa quando devono pagare le conseguenze delle proprie azioni. Niente di nuovo sotto il sole anche perché il padre è il classico scienziato che prende il lavoro un po’ troppo sul serio scordandosi di doversi occupare delle figlie.
In un ennesimo atto di ribellione nei confronti del genitore Jade e Billie si mettono nei guai grossi, enormi, scoprendo cose che non avrebbero dovuto scoprire. Una delle due viene ferita gravemente da un esperimento della Umbrella e comincia a sviluppare una serie di sintomatologie che le fanno credere di essere impazzita. Seguito a questo ferimento la facciata di apparente serenità comincia a sgretolarsi e gli eventi precipitano inesorabilmente, tra esplosioni e morti ammazzati, fino al 2036.

Il 2036 è, invece, caratterizzato da un mondo popolato da poche centinaia di milioni di persone sane sparse qua e là sul globo, dedite alla sopravvivenza e agli istinti più beceri. Jade si trova a Londra per cercare di capire come si stia evolvendo il virus che ha infettato miliardi di persone. La situazione, ovviamente, precipita implacabile obbligandola a mille peripezie per cercare di raggiungere il suo gruppo, inseguita dagli sgherri della Umbrella che le danno la caccia con uno spiegamento di forze degno di un esercito.
Jade, naturalmente, non è cambiata di una virgola rispetto a quando era ragazzina. Sebbene nel 2036 sia una ricercatrice e scienziata continua, imperterrita, a comportarsi come la solita adolescente che infila un errore dietro l’altro mettendo in pericolo se stessa e chi le sta attorno.

Resident Evil: la serie, almeno per questa prima stagione, è così: un continuo salto avanti e indietro nel tempo. Tra passato e futuro allo spettatore viene svelato come mai il mondo sia andato in frantumi. La faccenda, di per sé, non è nemmeno troppo complicata, si riesce a seguire bene, senza sentire il bisogno di tornare indietro per prendere appunti.
Il problema è che è tutto molto, troppo scontato. Non ci sono colpi di scena eclatanti, di quelli che ti fanno saltare sulla sedia e quelli che ci sono risultano tutti già ampiamente anticipati. Oppure, come nel caso di Albert Wesker, piuttosto stucchevoli. Sì, perché Resident Evil: la serie non si capisce bene cosa voglia essere.

La serie è piena di citazioni e omaggi alle storie di zombie che l’hanno preceduta. Si va da 28 giorni dopo a The Walking Dead, passando per Z Nation e World War Z. Il problema è che le citazioni non riguardano soltanto il tema morti viventi. Infilate qua e là si trovano situazioni e personaggi che, in certi casi, lasciano uno strano senso di smarrimento. A un certo punto compare un gigantesco lucertolone marino che ricorda, incredibilmente, il mosasauro di Jurassic World. Nei sotterranei del Tunnel della Manica sbucherà fuori una lontana parente di Shelob. Per non parlare del vermone dai colori sgargianti che non spaventa, né tanto meno preoccupa, e che ricorda il simpaticissimo Heimlich di A Bug’s Life.
Il mondo che ci viene mostrato, al di là della tragedia del virus che ha reso tutti un po’ più strani del solito, è un incrocio tra Mad Max: Fury Road e Doomsday – Il giorno del giudizio, passando per Codice Genesi: un mondo dove vige, esclusivamente, la regola del più forte.

Resident Evil: la serie è un prodotto che, molto chiaramente, vuole discostarsi da tutto quello che lo ha preceduto trovando una nuova strada non ancora percorsa. Al tempo stesso, utilizzando elementi storici tratti dai videogiochi, cerca di attirare a sé tutti i fan della celeberrima saga prodotta dalla Capcom. Il risultato è un grande calderone dentro il quale vengono messe tante, forse troppe, idee che, per il momento non sembrano avere uno sviluppo armonico. Persino il montaggio appare confuso e il passaggio tra un’epoca e l’altra risulta sovente senza alcun legame.
L’impegno c’è, è palese. L’intenzione di voler fare qualcosa di diverso, innovativo, anche. Il risultato però, al momento, non è chiaro e l’impressione che rimane è quella di aver visto un prodotto piuttosto lontano dal poter essere considerato maturo. Di certo indietro anni luce da Non siamo più vivi, altro prodotto targato Netflix messo in onda a inizio 2022, il quale affrontava importanti argomenti (qui vi diciamo quali).

Dal teen drama scolastico delle due gemelle al personaggio cattivo che da obeso bolso diventa uno spietato soldato delle forze special; dalla vecchia pazza che alleva gatti per sfamare il marito rinchiuso nel bagno al francese cattivissimo con manie religiose; dalla bambina prodigio ai soldati dell’Umbrella che vengono sacrificati come fossero briciole di pane inutili; dalla nave asilo ai droni da combattimento in Resident Evil: la serie c’è veramente di tutto. Persino la linea comica (citazione da Boris, chiaramente) che a certo punto fa venire il dubbio che si tratti di una parodia e non di un prodotto serio (ma per le parodie devi chiamarti The Asylum!). Addirittura la celebre aria della Regina della Notte dal Flauto Magico di Mozart, montata male in una scena nella quale non c’entra assolutamente niente.

Insomma, queste prime otto puntate si lasciano dietro un grande punto interrogativo e la sensazione di aver voluto strafare per accontentare tutti, col risultato di non accontentare nessuno, è molto forte.
Per guardare Resident Evil: la serie non è necessario essere fan del gioco né dei film con la Jovovich. Ma se siete fan degli zombie purtroppo resterete con l’impressione di avere ancora fame. Il vostro desiderio di divorare non verrà saziato da queste otto puntate, anzi. Perciò, procuratevi una bella dose di popcorn, nel caso, in attesa di scoprire se ci sarà un seguito con la speranza che ci sia un repentino cambio di rotta.

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