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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul finale di IT: Welcome to Derry.
Cos’è IT? È difficile ripercorrere la linea tratteggiata di questa creatura che respira tra le pagine di uno dei maggiori capolavori di Stephen King. Un romanzo ampio, stratificato, impegnativo nella sua stessa scorrevolezza. Ne abbiamo divorato le pagine con la stessa voracità con cui IT divora le sue prede: ipnotizzati. Per questo estrapolare un prodotto televisivo da un romanzo simile è, di per sé, un progetto ambizioso, che si rivolge a un pubblico ancora più ambizioso. Ed è proprio così che IT: Welcome to Derry – la nuova serie TV targata HBO, disponibile in Italia su NOW e Sky – dimostra che l’ambizione, quando è consapevole, paga.
Il finale di IT: Welcome to Derry non fa altro che dipingere con il pennello rosso le linee di quella che si conferma – senza dubbio – uno dei migliori horror televisivi di sempre.

La serie TV dei fratelli Muschietti è partita con un pilot pazzesco: un episodio capace di sorprenderci in un’epoca in cui tutto ci sembra un rincorrersi ciclico di già visto. Si è poi distesa con calma, prendendosi i suoi tempi narrativi, affondando le mani senza timore in un’opera dalla filosofia stratificata e consolidata. È stato questo distendersi prima di esplodere che ha reso IT: Welcome to Derry uno dei migliori adattamenti televisivi di un’opera kinghiana.
IT, infatti, non viene utilizzato come spaventapasseri, come maschera fine al jumpscare. Non è la paura che IT vuole analizzare, ma l’umanità. Di conseguenza il pagliaccio rimane in bilico come un equilibrista nel suo circo. Ondeggia tra l’essere umano e il burattino, tra padre e illusione. Ancora più forte e radicato – soprattutto in questo finale – è il rapporto inscindibile tra IT e l’universo. Si tratta, infatti, non semplicemente di una creatura da sconfiggere. Non è solo un nemico da affrontare, ma è parte dell’equilibrio naturale delle cose, per quanto disdicevole possa sembrarci. La sua esistenza parassitaria non può essere cancellata con la semplice morte, sconfitta o uccisione.
Nulla, nell’universo di Stephen King, semplicemente inizia e finisce. Tutto è nebuloso come la Derry dalle sue gabbie aperte. Il caos che percepiamo come tangibile dal finale di IT: Welcome to Derry è materiale dell’arte tanto quanto le semplici dinamiche di antagonismo e protagonismo.

È un muro portante della narrativa del Re, come visto anche in Cose Preziose e in tantissimi altri romanzi. IT è, era e sarà, ripercorrendo con la fragilità e la trasparenza di un cristallo la dualità della memoria: essenza semplice, velata e fallace.
Il male non smette di esistere solo perché la memoria umana è sottile come la carta velina. IT la squarcia attraverso tempo e spazio e l’essenza maligna – che è tanto carne quanto sostanza – si aggrappa a questo velo, usandolo a suo vantaggio. Non è un caso, infatti, che ad aprire la gabbia di IT sia proprio la testardaggine di un militare schiavo della sua dimenticanza: burattino inerme e colpevolmente inconsapevole.
Ancora una volta IT: Welcome to Derry ci impone di vedere oltre, e affida questo compito a chi per tutta la vita è passato inosservato. Ai fragili, spaventati da se stessi, che catalizzano il caos per diventare gli eroi che non sapevano di essere.
Alla morte – che a Derry ha un significato piuttosto singolare – viene mostrato il rovescio della medaglia. A Richie che muore a Derry con coraggio, per amore. Lui, cavaliere impavido con la sua spada di candore spezzata come un’anima troppo raggiante per il sudiciume della sua città. Ma nessuno qui muore veramente, e il miracolo non sembra impossibile neanche a chi dalla morte è sovrastato, come Dick Halloran. Altro eroe travagliato, schiacciato tra il dono che sa di dover utilizzare e le voci che non smettono di tormentarlo.
Proprio in questo frangente i Muschietti ci regalano un’altra perla kinghiana, da sempre ignorata in ogni trasposizione di IT: Maturin. Nella serie, la tartaruga antagonista di IT rimane un galleggiante easter egg, e il suo nome viene menzionato parlando delle erbe alla base della tisana preparata da Rose per sopire le voci nella testa di Dick. La tartaruga/essenza/radice esiste, come esiste il bene e la bontà, ma anche lei può aiutare fino a un certo punto (così come nel libro). Apre le porte del possibile proprio mentre il giovane Richie accorre ad aiutare i suoi amici, fino alla fine. Per piantare quel pugnale in fondo alla terra e saldare nuovamente una gabbia che si spera non si apra mai più.
Così ritorna il sonno, il sopirsi lento di una fame che comunque non si attutisce, che ferma il suo gorgogliare di stomaco ma che coesiste in un tempo troppo malleabile per noi esseri umani: virgole presuntuose in un’enciclopedia più grande di noi. Si chiude un ciclo, ma il tempo ci scorre intorno e persiste più forte della memoria.
In IT: Welcome to Derry ce lo dice Pennywise in persona, facendoci capire in modo esplicito che proprio Marge sarà la madre di Richie Tozier nell’IT del romanzo e dei film.

Così come Will sarà il padre di Mike, custode della memoria, colui che tiene insieme i due pezzi instabili tra il tangibile e l’intangibile. In una danza di possibilità e teorie che dipana tutta la bellezza di questo prodotto, chiuso – come un cerchio perfetto – con un cameo inaspettato.
La quiete dopo la tempesta a Derry non è mai da prendere alla lettera, e ciò che può sembrare sopito in realtà è più vivo che mai: scalpita nelle profondità della Terra e sorveglia impaziente i suoi pupilli mentre attivano, giorno dopo giorno, scintille diverse di male terreno: fertilizzante eccelso per IT. Per questo la battaglia è e sarà sempre sul piano dell’immaginazione, una gara a chi – tra bambini e creatura – riesce a manipolare meglio le giunture dell’esistente. Per ricollegare i puntini tra ciò che vediamo, ciò che tocchiamo e ciò che esiste ma prescinde da noi.
È tutto bello e nebuloso, come le porte aperte da questo finale di stagione in IT: Welcome to Derry.

Come l’intera narrazione squisitamente intensa e corposamente scorrevole. Proprio come il romanzo madre. Sperando che – almeno per questa volta – il rapporto di genitorialità tra un prodotto e l’altro sia meno complesso e controverso di quello che caratterizza la storia delle trasposizioni cinematografiche di Stephen King.
La vittoria su questo finale di stagione, infatti, è anche la chiusura del cerchio rispetto alle figure genitoriali e alla loro prole. I traumi della perdita riescono a trovare senso nella riconciliazione amicale, la colpa diventa redenzione e la prevaricazione diventa fiducia. Perché Will non è suo padre, forse non lo sarà mai, ma Will è custodia e memoria: è il pezzo del puzzle che riesce a ricollegare la volontà all’immaginazione. Allora, davanti ai nostri occhi pieni, tutto ritorna a dormire, e sonnambuli anche noi ci incamminiamo verso tutto ciò che i Muschietti vorranno. Per continuare a girare la ruota come criceti, per volare in altri lidi insieme a Dick e i suoi tranquillissimi hotel o – semplicemente – per salire di nuovo sulla carovana del circo, comprare i nostri popcorn e guardare l’ondeggiante altalenarsi degli acrobati e di questa storia che, come tutte le storie, ci fa dimenticare per un po’ di essere umani anche quando non facciamo altro che specchiarci nella nostra pozzanghera.
“Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro, e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota.” – Stephen King, IT





