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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul secondo episodio di IT: Welcome to Derry
Svegliati! È solo un incubo. È la dinamica più comune nei film e nelle serie tv: alla fine, tutto si riduce a un’illusione onirica. Ma non in IT: Welcome to Derry, la nuova serie TV targata HBO e disponibile in Italia su NOW e Sky. Qui gli orrori sono reali, il sangue scorre denso e non esistono vie di fuga. Non per i protagonisti del primo, terrificante episodio della serie ideata da Jason Fuchs e Brad Caleb Kane. Se il pilot ci aveva incuriosito, il secondo episodio è pura arte narrativa nella sua forma più essenziale.
È orrore, ma anche ritratto sociale. Ci ritroviamo davanti allo schermo a domandarci se facciano più paura le urla di tormento o il silenzio che copre la violenza sotto gli occhi di tutti, come un tappeto steso su polvere vecchia.
Trascinare su uno schermo la filosofia e l’universo narrativo di Stephen King è estremamente difficile, ma IT: Welcome to Derry ci riesce benissimo, e lo fa a modo suo.

In questo episodio di IT: Welcome to Derry la narrazione, ancora una volta, si distende: l’orrore si spalma su montagne russe di disgustoso body horror e una realtà inquietante, più subdola e silenziosa, ma tutt’altro che nascosta. Per anni siamo stati abituati a vedere trasposizioni cinematografiche di IT che hanno reso l’ormai celebre pagliaccio un’icona. Ma IT è molto di più: è un’essenza maligna che si annida tra le righe di un capolavoro senza tempo, difficile da riportare sullo schermo senza tradirne la profondità.
Quando mi sono avvicinata a IT: Welcome to Derry, sapendo che si trattava di una serie tv intenzionata a esplorare le origini della creatura maligna, mi sono chiesta come fosse possibile riuscirci. Soprattutto se si considera che IT è il male nella sua forma più pura: una creatura ancestrale e cosmica, antica più del mondo stesso. Eppure, IT: Welcome to Derry riesce a riportare in vita la vera natura mutaforma di IT, la sua capacità infima di nutrirsi delle paure e di rafforzarsi attraverso il marciume di una cittadina infetta.
IT è una storia di contenitori e contrasti, di cause e conseguenze. Il male non nasce da sé, ma si alimenta dell’essere umano che lo accoglie e lo amplifica; trova forza nel gruppo, nella collettività corrotta. Così, una cittadina apparentemente normale rivela tutte le sue brutture come Dorian Gray davanti al suo ritratto in soffitta. Razzismo, bullismo, omertà, corruzione: è un male diffuso che si insinua tra i cittadini e scorre, quasi ereditario, nelle loro vene. È una metafora potente, che intreccia la geografia con l’antropologia di Derry.
Se le fognature sono il labirinto prediletto da IT, anche il sangue e le vene dei suoi abitanti funzionano allo stesso modo in IT: Wecome to Derry.

Lo vediamo attraverso cognomi ben noti ai fan di Stephen King: da Clint Bowers, che incontriamo in divisa, schiavo delle dinamiche malate di una città che cerca colpe e colpevoli solo quando hanno il volto giusto, e il colore che le fa comodo. Non a caso, sarà proprio un Bowers, anni dopo, a diventare il miglior alleato di Pennywise. Ancora una volta il male si fa carne, e fa più paura della finzione. Assume le sembianze di una moralità corrotta, impura, trasformando le stesse istituzioni che dovrebbero proteggerci nello strumento del male.
Altrettanto interessante è la presenza degli Hanlon, famiglia cruciale nelle vicende future di IT, e di Dick Halloran, che i lettori di King conoscono bene grazie a Shining e non solo. Qui, come nel romanzo di IT, Dick (nel libro uno dei cuochi sopravvissuti all’incendio catartico di Derry) torna in divisa, con un compito ben preciso. La sua “luccicanza” diventa un ponte sottile con il male che serpeggia nei sotterranei della città, rendendolo una figura di equilibrio in un mondo ormai in bilico su se stesso. Halloran e Hanlon sembrano incarnare due facce complementari dello stesso archetipo: il guardiano e il custode, il sacrificio e la capacità di vedere oltre.
IT: Welcome to Derry è una metafora chiara: il male è tutto intorno. È struttura e società, e nessun posto è sicuro.

Il trauma è il filo conduttore della serie. Dai traumi generazionali alla guerra, dal lutto alle ferite più intime. Dalle mura di casa al labirinto di corsie di un supermercato, non c’è luogo che ispiri sicurezza: il male è sottopelle, si muove silenzioso e fa parte di una città che respira. Emblematica – e perfettamente strutturata in questo senso – è la scena del supermercato: inquietante, ipnotica, con protagonista ancora una volta la giovane Lilly Bainbridge (una magistrale Clara Stack). Per IT è più semplice camminare sui vetri rotti, perché i cocci tagliano meglio, e il male aderisce con più naturalezza ai bordi scheggiati delle cose. Così la morte e il senso di colpa si imbottigliano, si impilano in uno scaffale di sottaceti: la realtà si distorce, ti segue, ti sorride alle spalle. Mentre tutto continua a scorrere. Come la quotidianità che fa da sfondo al bullismo, come la paura della debolezza, confinata e imprigionata in un istituto grigio.
Lilly Bainbridge, infatti, porta con sé il peso del suo passato a Juniper Hill: struttura emblematica dell’universo di Stephen King. Come in un circolo vizioso, è proprio lì che ritorna, sotto lo sguardo freddo di una madre che tradisce la propria figlia.
Intanto un altro personaggio conquista la scena in IT: Welcome to Derry: Veronica “Ronnie” Grogan.

Una combattente, vittima a suo modo del razzismo sistemico che infetta la geografia di Derry. Ronnie non ha paura di parlare, non ha paura di urlare, ma resta prigioniera dei suoi stessi traumi. Ancora una volta è la figura materna a dominare la scena, e ancora una volta a tratti oscuri. La madre, simbolo di nascita e protezione, si deforma in un’immagine grottesca: diventa veicolo di colpa, ponte tra il reale e l’umano, ti entra sotto pelle e ti lascia tremare con te stesso anche sotto il lenzuolo bianco che ti ha sempre protetto dai mostri sotto il letto.
Lo fa la madre di Lilly, abbandonandola in un luogo ostile. E lo fa IT prendendo le forme della madre defunta di Ronnie, rinchiudendola nella falsa sicurezza della sua stanza, incarnando il senso di colpa, la nascita che si confonde con la morte. Due facce della stessa, sporca medaglia. Soprattutto quando nascere con un certo colore di pelle diventa di per sé motivo di colpa implicita, ancestrale, silenziosa, anche per una ragazzina che ha ancora il coraggio di urlare. Il parto è nuovamente protagonista ed è nuovamente disgustoso. Non c’è gioia, non c’è celebrazione, solo morte.
Il secondo episodio di IT: Welcome to Derry è un’opera narrativa minuziosa, delicata nel suo disgustoso adagiarsi davanti ai nostri occhi increduli. Non tradisce le aspettative e, anzi, alza l’asticella per una storia che resta – ancora – tutta da raccontare.





