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Homeland colpisce dritto al cuore, lì dove sta la solitudine

serie tv

Attenzione: questa recensione contiene spoiler per chiunque non abbia visto la 6×07 ‘Imminent Risk’ di Homeland.

Avrei voluto prendere a padellate tutti in questa puntata di Homeland: la donna dei servizi sociali, Astrid, la Presidente eletta, Quinn, Franny, DAR ‘GENIACCIO’ ADAL, tutti!

La scorsa puntata (potete leggerne la recensione qui) ha dato il via a una paranoia di massa, tra i sospetti di Quinn sull’unica persona che ha cercato di proteggerlo, Carrie che sorveglia la figlia con una pistola in mano e Saul che finalmente apre gli occhi su quel geniaccio di Dar Adal.
In questo episodio le paranoie aumentano, di numero e di intensità.

Come prima cosa vorrei insignire Dar ‘geniaccio’ Adal del premio ‘MAPORCAMISERIAQUANTOSEISTRONZO DELL’ANNO’.

Nella puntata di settimana scorsa non si è fatto vedere e ne abbiamo gioito, ma in questo episodio ha tirato fuori tutto se stesso, come se già non si fosse capito quanto sia subdolo e quanto vorrebbe far fuori Carrie.

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E Franny, Franny!!

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(la preferivamo così)

Invece di piangere e chiamare la mamma, spiffera tutto a una donna che neanche conosce. Meraviglioso, adesso anche la figlia (che in due stagioni avrà detto sì e no quattro frasi) è contro Carrie. Ma alla fine capiamo il perché di tutto questo teatrino, chi c’è dietro?

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Non può che esserci Dar Adal. Ha sempre dovuto il suo potere ai giochetti subdoli e terrificanti che più di tutti è in grado di pianificare. Regalategli un animale domestico, trovategli un passatempo, fate qualcosa! Fatelo sfogare in qualche altro modo.

Ma concluse (per modo di dire) le critiche, passiamo alle delusioni.

Astrid!

È stata una dei miei personaggi preferiti nella scorsa stagione, speravo potesse tornare, ma non così!

Ma quale tipo di ormone secerne Dar Adal per farsi seguire così da tutti?

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L’unica spiegazione che forse potrei accettare è che Dar Adal la stia ricattando, altrimenti non riesco a spiegarmi come sia possibile fare una cosa del genere a Carrie e a Quinn.

Capitolo Peter Quinn

Dal primo episodio di questa sesta stagione, per ogni passo avanti fatto a fatica è costretto a farne dieci indietro. E quindi siamo sempre al punto di partenza. Noi, che ci aspettavamo una sua rinascita, siamo stati fortemente delusi da questa ‘evoluzione’ dei fatti.
Adesso ci si è messo anche (ANCORA?!) Dar GENIACCIO Adal ad alimentare i suoi sospetti su una Carrie già in procinto di avere un crollo nervoso. E torniamo sempre lì.

Dar Adal!

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Un po’ lo capisco, non ha niente da fare, la CIA è il suo lavoro, di conseguenza qualcosa deve pur inventarsi. Ma essenzialmente è un personaggio, a mio parere, inutile, da quando è apparso per la prima volta in Homeland.

Oramai sembra essere tutto nelle sue mani, controlla Peter, Astrid, la donna dei servizi sociali (di cui non voglio ricordare neanche il nome, per ripicca), Astrid, Carrie e Franny (di cui vorrei tanto dimenticare il nome, ma purtroppo, mi risulta impossibile).

Gli unici due che ancora non riesce a controllare sono la Presidente eletta, che merita una critica individuale (di cui mi occuperò tranquilli!), e Saul (che, per carità, fai qualcosa!)

Saul, potrebbe evidentemente essere l’ago della bilancia, ma in questa stagione sembra avere 30 anni di più e la cervicale. Non so a voi, ma a me è sembrato che nell’interrogatorio con Rachel si sia persino appisolato.
È l’unico a poter sovvertire il trono di Dar Adal, potrebbe abilmente distruggerlo con uno schiocco di dita. Ma non lo fa.

Perché?!

No, seriamente

PERCHE’??

Cosa lo trattiene?

È giunta l’ora di chiamare Carrie, allearsi con lei, mettersi i parastinchi e l’elmetto, andare in Iran, tornare indietro e attaccare!

Manca l’azione, sembrano essere tutti potenzialmente in grado di far esplodere New York, ma nel concreto sono tutti troppo passivi. Ma secondo me è colpa di Dar Adal.

E veniamo a Carrie. La nota dolente.

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Sta pian piano perdendo la figlia (che però non fa nulla per aiutarla, anzi la tradisce come può), non ha più Quinn (che ormai adieu) e ricomincia a bere.
Allora decide di fare la cosa che avrebbero fatto tutti in quelle condizioni, chiamare aiuto.

Letteralmente!
Chiama l’aiuto che potrebbe salvarla, almeno per un po’. Ma niente, l’aiuto risponde ma rimane indifferente.

Ebbene, vorrei consegnare anche il premio ‘MENEFREGHISTA DELL’ANNO’ alla Presidente eletta, che per carità avrà avuto le sue ragioni, ma non vedo come l’affermazione di Carrie

Lei ha perso un figlio

possa averla ferita più di tanto, visto che ormai ha cominciato a sbandierare la vita di suo figlio su tutte le emittenti televisive.
E adesso scordati pure i consigli di Carrie sull’Iran, sul nucleare, ecc… ecc…

Carrie è sola.

Adesso non ha veramente nessuno, se non Max, ma a meno che non diventi il nuovo Peter Quinn o uccida Saul e ne prenda le sembianze, non può essere così utile alla causa.
Il piano del geniaccio ha avuto successo, ma come tutti gli antagonisti succedutisi in Homeland, non ha la più pallida idea di cosa significhi togliere la cosa più importante a Carrie. Sperando che finalmente riesca a svestirsi dei panni di mamma orsa e cominci a combattere per quello che ama, la speranza del ribaltone è sempre lei, come lo è stata dall’inizio.

Dopo le ultime puntate all’altezza della fama di Homeland, con quest’episodio l’asticella si è leggermente abbassata, manca ancora qualcosa, manca un po’ più di azione, di aggressività, di alleanze.

Suggerirei di alzare il volume delle sveglie, perché nessuno si è ancora svegliato (solo Dar Adal, ma quello lì non ha niente da fare e se lo può permettere).

Appuntamento alla prossima puntata…

…E COMPRATE UN CANE A DAR ADAL!

Leggi anche: Homeland ci regala la puntata più bella della stagione

Written by Alana Santostefano

Si fa fatica a vivere la realtà quando si è capaci di sognare, si è così tanto legati all'astratto che si pensa di dover costruire cose assurde nel presente dell'esistenza unicamente per convincersi di essere vivi.
Sono una sognatrice, una di quelle che si guarda attorno e immagina un'altra vita, una di quelle che non vede l'ora di andare in un posto chiamato 'se stessi' per poter guardare lontano e immaginarsi coperti di nuvole a volare sul tempo.

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