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Proviamo a rispondere a questo quesito, affermando che Finding Her Edge – Passione sul ghiaccio è una serie che sembra avere una paura costante: quella di cadere. Ogni sua scelta narrativa, estetica e tematica appare calibrata per mantenere l’equilibrio, per evitare accelerazioni improvvise, per non spingere mai troppo sul pedale dell’intensità. È una serie che pattina bene, con compostezza, ma che rinuncia consapevolmente al salto. Ed è proprio in questa rinuncia che va cercato il suo significato più profondo. A uno sguardo superficiale, Finding Her Edge sembra inserirsi senza attrito nel filone dei teen drama sportivi Netflix. Di fatto, abbiamo una giovane protagonista segnata dal passato, una disciplina artistica e competitiva che diventa metafora di crescita, un ritorno forzato in un mondo che si credeva di aver lasciato alle spalle, un triangolo sentimentale che promette conflitto.
Tutto è al posto giusto, tutto è riconoscibile. Ma questa riconoscibilità non è pigrizia creativa, ma una scelta precisa, quasi programmatica. Il pattinaggio artistico, qui, non è mai davvero spettacolo. È linguaggio emotivo. Non serve a impressionare, ma a raccontare uno stato d’animo. Ogni allenamento, ogni coreografia, ogni competizione è meno importante di ciò che avviene nel volto di Adriana Russo prima di scendere sul ghiaccio. La serie è interessata alla sospensione, non all’atterraggio. E questa impostazione rivela immediatamente la sua natura: Finding Her Edge non è una storia di ambizione (ecco i personaggi divorati dall’ambizione), ma una storia di esaurimento del sogno.

Adriana non desidera ardentemente qualcosa
Lei è una protagonista che ritorna, che resiste, che prova a non deludere. Porta addosso il peso dell’eredità familiare, della madre assente, di una carriera interrotta, di un talento che non sa più se le appartenga davvero. In questo senso, è una figura estremamente contemporanea. Non incarna l’idea di diventare qualcuno, ma quella, molto più diffusa oggi, di sopravvivere alle aspettative. E la serie, nei suoi momenti migliori, intercetta con lucidità questa stanchezza generazionale. Il problema è che questa intuizione rimane spesso allo stato embrionale. Finding Her Edge la sfiora, la nomina, ma raramente la esplora fino alle conseguenze più dolorose.
Qui il confronto con Spinning Out (qui ciò che non ha funzionato nella serie) diventa inevitabile. Quella serie era disordinata, irregolare, a tratti eccessiva, ma aveva il coraggio di rendere il pattinaggio un luogo di autodistruzione, di mostrare il costo psicologico della performance. Finding Her Edge, invece, osserva quel rischio e decide di non attraversarlo. Dove l’altra cadeva, questa resta in piedi. Ma restare in piedi, a volte, significa anche restare fermi. Lo stesso vale per il melodramma. Tiny Pretty Things trasformava la danza in un campo di battaglia emotivo, esagerato e volutamente disturbante. Il nostro show sceglie l’opposto e disinnesca ogni eccesso, riduce la conflittualità, preferisce il tono pacato al colpo di scena.
Il triangolo amoroso non diventa mai destabilizzante
Il racconto sentimentale qui non manca di tempo o spazio, ma non è proprio pensato per ferire. Serve ad accompagnare Adriana, non a metterla in crisi irreversibile. E così, emerge uno dei tratti più interessanti – e più problematici – della serie: la sua relazione con il pubblico. Finding Her Edge parla a uno spettatore che non vuole essere messo alle strette. Non chiede attenzione totale, non pretende una risposta emotiva radicale. È una serie che si lascia guardare, che non punisce la distrazione, che non costruisce misteri complessi né cliffhanger (ecco i più scioccanti delle serie) destabilizzanti. È il perfetto esempio di comfort viewing, una narrazione che funziona come spazio sicuro più che come esperienza trasformativa. Questo tipo di racconto risponde a un bisogno reale. Il pubblico giovane, soprattutto quello tra i 14 e i 22 anni, vive immerso in un contesto di iperperformatività scolastica, sociale, digitale.
In questo scenario, una serie come Finding Her Edge offre qualcosa di rassicurante: personaggi che non hanno tutte le risposte, conflitti che non esplodono, errori che non distruggono per sempre. Il messaggio implicito non è “sii la versione migliore di te”, ma “va bene non sapere ancora chi sei”. Ed è un messaggio potente, anche nella sua semplicità. Netflix conosce perfettamente questo bisogno e lo intercetta con precisione chirurgica. Dal punto di vista industriale, Finding Her Edge è un prodotto ideale, visti i costi contenuti, il cast giovane, le tematiche universali e l’alta esportabilità. Ma soprattutto, è una serie che non crea problemi. Non divide, non scandalizza, non genera aspettative ingestibili. Non chiede una seconda stagione come atto di giustizia narrativa, né provoca rabbia in caso di cancellazione. Esiste, accompagna, e può scomparire senza lasciare strascichi.

Finding Her Edge più che una serie, è un sintomo
Pertanto, questa narrazione racconta una piattaforma che ha progressivamente abbandonato l’idea del teen drama (qui i teen drama che non conoscevi) come spazio di sperimentazione e lo ha trasformato in zona di manutenzione emotiva. Le serie non devono più rompere, ma mantenere. Non devono più lasciare il segno, ma garantire continuità. È una serialità che rinuncia all’urgenza per abbracciare la stabilità. Questo non significa che Finding Her Edge sia inutile o vuota. Significa che è perfettamente funzionale a un sistema che oggi privilegia l’assenza di rischio alla possibilità di grandezza.
È una serie che scivola bene, che non cade, ma che non vola. E forse il suo vero edge non è quello che promette nel titolo, ma quello che evita accuratamente di cercare. Alla fine, guardarla significa osservare Netflix mentre pattina sul ghiaccio fine della contemporaneità… Consapevole che un salto sbagliato può costargli caro, decide quindi di restare in equilibrio. È una scelta comprensibile, persino intelligente. Ma è anche una scelta che ci dice molto su ciò che stiamo perdendo: la possibilità che anche una serie teen, ogni tanto, osi cadere rovinosamente pur di provare qualcosa di più.






