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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Devo ammetterlo: nel momento in cui ho aperto la prima puntata di Tintoria Prime, ho avuto un po’ di paura. Una parte di me sapeva che sarebbe andata bene e che oggi non mi sarei ritrovato a scrivere una brutta recensione, ma non potevo esserne certo al cento per cento.
Dopo aver seguito Tintoria per anni, guardando sì e no il settanta per cento delle puntate, mi incuriosiva e allo stesso tempo mi spaventava l’idea che potesse diventare altro, una volta passata su Prime Video. E lo so: si tratta solo di una puntata al mese, chiusa sulla piattaforma di Amazon. So che tre puntate su quattro continueranno a essere la Tintoria di sempre.
Di sempre, sì. Ma si fa per dire: come hanno ben esplicitato Daniele Tinti e Stefano Rapone nella bellissima puntata giapponese numero 300, è chiaro che non vogliano adagiarsi sul nome che hanno costruito e temano, allo stesso tempo, di perdere identità.
La strada maestra, in poche parole. Diventare, in sostanza, un pallido riflesso della Tintoria che fu.
Un manifesto in questo senso è la decisione di limitare l’utilizzo della rubrica tormentone “Ca*are in discoteca”: invece di cavalcarla stancamente e perpetuarla in una routine che l’avrebbe svuotata di significato, hanno deciso di “chiuderla” sul più bello, riportandola in onda solo in occasioni specifiche.
Quanti l’avrebbero fatto al loro posto? Tantissimi, direi i più. Quei due, però, non sono comici da tormentoni.
Nel frattempo, si sono inventati per esempio una domanda sulle abitudini conservatrici o progressiste che hanno condizionato l’infanzia dell’ospite di turno: ammetto che fossi piuttosto scettico all’inizio, ma sta funzionando molto bene. E ora guardo le carote con occhi completamente diversi.
Essere consapevole di tutto ciò mi ha permesso di approcciarmi a Tintoria Prime con un ampio credito riposto in Tinti e Rapone, ma il dubbio rimaneva: e se stessi per guardare qualcosa di completamente diverso?
Per carità, magari sarebbe stato un bene: sarebbe stato interessante rivisitare un podcast e trasformarlo una volta per tutte in uno “show televisivo” col passaggio su una piattaforma come Prime Video, ma fino a che punto? Quale sarebbe stato il prezzo da pagare?
Essere altro, almeno una volta al mese? Sì, ci sarebbe stato. Ci sta sperimentare, tradurre il proprio linguaggio in qualcosa di diverso. Andare avanti, come va avanti chi si lascia alle spalle un format iconico. Allo stesso tempo, però, avevo paura che la reinterpretazione avrebbe dato vita a un prodotto meno autentico, meno genuino.
Una volta che ho fatto partire la prima puntata di Tintoria Prime con protagonista Sabrina Impacciatore, tuttavia, ho tirato immediatamente un sospiro di sollievo.
Seppure non si tratti di un episodio che ricorderò a lungo e che inserirei in una Top 50 delle migliori puntate di sempre, mi sono sentito rassicurato: Tintoria Prime, infatti, non è altro che la “solita” Tintoria.
Oddio, quasi la “solita” Tintoria: dopo aver brevemente menzionato la nuova partnership con “una delle migliori cinque piattaforme” in circolazione, non c’è stato spazio per il solito sketch promozionale, quasi sempre destinato al solito brand “nordico”.
Nonostante ciò, “è bastato un clic” per dimenticarmi un attimo dopo che la stessi guardando per la prima volta da un’altra parte. Su Prime Video.

A pensarci bene, sarebbe stato molto più semplice giustificare il Prime del titolo aggiungendo qualcosa. Una scenografia più importante, per dire. Che so: una struttura più rigida, qualche rubrica nuova, magari una durata più televisiva. Qualcosa che desse immediatamente la sensazione di essere davanti alla versione premium di Tintoria, in pratica. Invece no: il salto è enorme, ma tutto quello che c’è dentro è rimasto al suo posto.
La puntata con Sabrina Impacciatore non imposta in alcun modo un nuovo percorso: le domande sono quelle di sempre, mentre le interazioni sono affidate ancora una volta al flow della puntata, senza particolari riferimenti.
Tintoria è sempre stato questo: unscripted nell’animo senza essere per questo improvvisato.
Tutto quello che avevamo raccontato oltre un anno fa per descrivere peculiarità e punti di forza del podcast è sempre lì, intatto. Poi è chiaro: dipende dall’ospite. E dipende soprattutto dall’alchimia che si crea coi due host. Nel caso di Impacciatore, è stato interessante vedere quanto tenga fede fino in fondo alla lezione di vita che le regalò Al Pacino, illustrata visceralmente dall’attrice in uno dei momenti più alti della puntata: “mantenere viva l’innocenza”.
Sabrina Impacciatore sta vivendo il suo sogno americano con un approccio personale, senza perdersi nelle logiche della star e ritrovando se stessa in ogni momento. Spiazza un po’, di conseguenza, l’idea che un’attrice candidata agli Emmy, una che è ormai abituata ai palcoscenici più prestigiosi, abbia bisogno di tirare il fiato nei primissimi minuti della puntata per non cadere preda dell’ansia. Il perché lo capiamo meglio dopo, nel momento in cui ha dimostrato di non avere effettivamente filtri e di potersi lasciare andare a sua volta al flow, ma sono abituato a ospiti che vivono Tintoria come se si sentissero realmente a casa.
Sono abituato a questo, più che all’ansia da prestazione.
Per il resto, sono gusti personali: una star hollywoodiana può non essere sufficiente per scalzare Giancarlo Magalli dal gradino più alto del podio delle mie puntate di Tintoria, ma è stata comunque una buona puntata.
Era scontato? No, affatto. E a questo punto mi domando cosa ne sarà di Tintoria Prime nelle prossime puntate, visto che è sempre un errore giudicare un nuovo format dal pilot.
Ovvero: Tintoria si snaturerà su Prime Video? Rischierà sul serio di “perdere l’innocenza”?
Forse no, a questo punto: magari le permetterà di trovare all’orizzonte nuove fasce di pubblico, un po’ più generaliste, che potrebbero interessarsi a un podcast che si rapporta agli ospiti con modalità ben diverse da quelle a cui è abituato chi è ancora affezionato alla televisione tradizionale. Con una condizione, spero: non dovrà essere il pubblico, anche un pubblico più ampio e variegato, a plasmare l’anima di un podcast come questo.
In fondo, sarebbe paradossale arrivare a un pubblico più esteso proprio grazie a tutto ciò che ha reso Tintoria riconoscibile, per poi modificare quelle stesse caratteristiche nel tentativo di compiacere il nuovo pubblico. La vera sfida, semmai, sarà capire quanto possa allargarsi la bolla senza che sia Tintoria ad adattarsi alla bolla più grande.
Quanto a Prime Video, devo ancora capire fino in fondo cosa si aspetti da un connubio tanto particolare, a suo modo inedito in Italia.
Tintoria arriva su Prime Video portandosi dietro qualcosa che una piattaforma non può costruire da zero con facilità: un’identità consolidata, un pubblico fedele e soprattutto un linguaggio che si è formato altrove, senza dover rispondere alle logiche di una grande piattaforma. Prime Video non deve inventarsi Tintoria, né tantomeno spiegare a chi la segue perché dovrebbe guardarla: deve semplicemente ospitarla.
Tintoria, dall’altra parte, potrebbe ottenere qualcosa di persino più prezioso di un budget superiore: una nuova porta d’ingresso.
C’è una differenza sostanziale tra cercare una puntata di Tintoria su YouTube e ritrovarsi Sabrina Impacciatore nella home di Prime Video, magari senza aver mai ascoltato prima Tinti e Rapone per più di una clip sui social. Il prodotto può essere lo stesso, ma il contesto nel quale viene scoperto cambia completamente.
Poi sì, certo, è di base l’offerta in esclusiva di un formato che porta dentro la piattaforma il suo pubblico alle proprie condizioni, ed è di per sé interessante. Ma lo sarebbe ancora di più se fosse un primo passo per offrire una platea internazionale a un podcast che avrebbe un gusto piuttosto esotico, qualora finisse all’estero. E ospitare una come Impacciatore sarebbe funzionale in questo senso.
Non so se ciò rientri tra gli obiettivi del matrimonio, ma noto che la puntata non è stata doppiata – provateci voi a fare una cosa del genere, ma Netflix doppia Zerocalcare – né presenta sottotitoli diversi dall’italiano: forse, allora, è stato solo un mio volo pindarico, dopo aver amato la puntata col cast di Super Mario.
Insomma, tutto questo per dirvi che sono molto più tranquillo, ora: non capirò mai chi abbia “minacciato” di abbandonare Tintoria dopo questa svolta né chi li accusa per chissà quale motivo, ma non mi stupiscono alcuni dei commenti che ho letto sotto il video con cui hanno presentato la puntata.
Buona la prima, quindi: non so chi saranno i prossimi ospiti né quanto potranno essere compatibili col linguaggio di Tintoria, ma è bello vedere che crescere non significa solo imporsi un’evoluzione radicale: può significare anche rimanere se stessi in ogni contesto. Veramente in ogni contesto.
Dalla cameretta di casa a una delle piattaforme più importanti del mondo, il passo può essere brevissimo. E il “prime”, a quanto pare, può non essere ancora alle spalle.
Antonio Casu







