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Simon Adebisi, la sfumatura estrema dell’oscurità

Simon Adebisi

Simon Adebisi è senza discussione il personaggio più iconico di Oz, una Serie Tv che meriterebbe analisi più approfondite e oggi ve ne offriremo una!

Ve lo ricordate quando da piccini la vostra mamma si raccomandava di questo o di quello, pena l’arrivo del fantomatico uomo nero? Una sorta di entità mai specificata, oscura e terrorizzante, chiamata a punire chiunque uscisse al di fuori del recinto delle regole.

Ecco, adesso si tratta solamente di fare un salto dalla vostra cameretta piena di peluche al carcere di massima sicurezza più famoso della serialità: l’Oswald State Penitentiary, in arte “Oz”.

In ogni braccio di questa prigione vigono regole non scritte ma tremendamente precise che ognuno è chiamato a seguire se vuole sopravvivere in un ambiente così ostile, d’altronde l’alternativa è che arrivi l’uomo nero del Paradiso, Simon Adebisi.

Ovviamente non è un discorso cromatico, quella è solo una coincidenza; Adebisi è in assoluto il più pericoloso e inquietante tra tutti, nessuno incrocia mai il suo sguardo se non è strettamente necessario e mettersi sulla sua strada equivale automaticamente a rischiare la pelle, indipendentemente dal fatto che il vostro atteggiamento nei suoi confronti sia ostile o amichevole.

Andiamo ad analizzarlo insieme un po’ più a fondo, però è bene chiarire fin da subito che questo pezzo conterrà degli SPOILER perciò, se volete godervi appieno la fantastica esperienza di Oz, è bene che ripassiate tra queste righe più avanti!

Oz

Detenuto N° 93A234, Simon Adebisi, condannato il 2 maggio 1993 per omicidio aggravato. Pena: carcere a vita. In libertà vigilata non prima di…mai! 

Adebisi è il leader dei cosiddetti “Zombie, il clan degli afroamericani che gestisce le cucine all’interno delle mura del Paradiso: essi sono i più grandi consumatori delle “tette” (il termine che ad Oz si usa per riferirsi alla droga, che ovviamente scorre a fiumi al suo interno) e si occupano anche di spacciarle, guidati da questo gigante d’ebano perennemente fatto e pronto a colpire.

A dispetto del vocabolario limitato e della mole di cui sopra, ha l’aura e il portamento di un principe africano, non a caso le sue origini sono nigeriane e quel buffo modo di portare il cappello in precario equilibrio sulla nuca (“ma che ci metti, il velcro?” gli disse un giorno un boss della mafia) non è altro che un’omaggio alle sue radici, a quel ritmo tribale di tamburi che idealmente accompagna ogni suo passo.

Il ghigno è costantemente imbronciato, tranne in quei rari momenti dove fa qualche battuta e si apre in un sorriso autentico, luminosissimo che quasi commuove per la sua bellezza e ti fa dire “forse c’è ancora speranza per Simon”…invece no, quel treno è passato da un pezzo e lo si capisce guardando i volti dei suoi uomini, tirati e plastici: la loro risata è basata sulla paura, non sulla felicità.

Definirlo instabile sarebbe un tremendo eufemismo, poiché al di là della sua tossicodipendenza si sta parlando di un ragazzo che non ha problemi ad andare oltre il limite come ben testimonia il fatto che si è beccato l’ergastolo per aver decapitato uno sbirro con un machete, la lunghissima lista dei suoi compagni di cella rimasti uccisi e le altre innumerevoli violenze che è in grado di compiere.

No, decisamente non si scherza con Simon Adebisi.

Simon Adebisi

Ci hanno provato gli italiani una volta, circondandolo dopo pranzo per fargli la festa: Adebisi li ha stesi tutti quanti e poi ha preso il loro capo, il mingherlino Peter Schibetta, gli ha abbassato i pantaloni, l’ha sbattuto su un tavolo e…l’ha “infilzato”, come si dice a Oz.

Un episodio violento, selvaggio, forse la manifestazione più alta (o bassa?) del potere riverenziale di cui Adebisi gode in Paradiso, l’equivalente di King Kong che si batte il petto sull’Empire State Building.

Questa è la sua parte più prorompente, ciò per cui verrà ricordato, ma non è tutto.

Ve lo abbiamo accennato, a prima vista non sembra un individuo particolarmente intelligente o raffinato, però questa non è che un’apparenza perché Simon Adebisi ha sempre avuto un piano: il caos.

Fin tanto che al comando ci sono i siciliani o i latini con i loro codici e le loro regole, gli Zombie tengono il passo con fatica, perciò è venuto il momento di mandare un segnale forte per cambiare le cose, solo che non si può seccare un mafioso in maniera così manifesta e allora ecco che l’acume di Simon affiora per fornire una soluzione tanto bieca quanto impeccabile: dopo essersi procurato in infermeria il sangue di un malato di HIV, riesce a iniettarlo con una minuscola siringa ad Antonio Nappa (interpretato da un volto assai noto delle Serie Tv), riuscendo a far passare la sua morte come accidentale, lasciando i suoi al di fuori di possibili vendette e spianando la strada alla sua visione.

Sa perfettamente che nell’incertezza, nell’abbattimento delle barriere, cavalcando l’onda caotica della violenza, sarebbero i neri a trionfare, perciò è quello il tipo di cornice in cui si può incastonare la sua opera d’arte decadente.

Badate bene, ho detto “i neri”, non “gli Zombie”.

Adebisi e Said

Ogni gesto, ogni frase, ogni pugno, ogni stupro, ogni omicidio è stato funzionale a mettere in moto la dicotomia più esplosiva (oltre che più sbagliata), “bianchi vs. neri”.

Tuttavia non è ancora fatta perché non esiste vittoria senza alleati. Simon Adebisi non può che rivolgersi all’Imam Said, guida dei musulmani di colore, per completare il suo disegno: una sgocciolata di colori esotici alla Jackson Pollock, realizzata dall’uomo più oscuro che soggiorni ad Oz, capace di seminare distruzione con sciabola, fioretto e per l’appunto machete.

Subito le cose paiono funzionare, i due si ritrovano addirittura a improvvisare una sorta di rap davanti a tutti gli altri fratelli che sembrano intuire che il giorno della riscossa è vicino, complice anche l’avvicendamento nelle alte sfere del braccio.

I tempi sono maturi, l’atmosfera è elettrica, le guardie non riescono quasi più a mantenere l’ordine, i bianchi sono in minoranza…ed è proprio lì che tutto implode.

L’animo saggio, riflessivo e puro di Said si rende conto di non poter convivere con quel demonio che danza come posseduto sul sangue frutto della sua perdizione. Lo scontro è inevitabile, cruento e primordiale, con questi due pesi massimi a lottare disperatamente per la loro vita senza che al resto dei prigionieri sia concesso il lusso di assistere dal lato opposto delle tende della cella.

Simon è il primo a uscire, claudicante. Un ultimo ghigno all’orizzonte e poi il volo a terra, con la schiena squarciata e la consapevolezza che prima o poi sarebbe finita così, ad Oz. 

Dispiace che la storia di Adebisi sia dovuta finire prematuramente (il suo interprete, il meraviglioso Adewale Akinnuoye-Agbaje, dovette abbandonare la Serie per impegni cinematografici), ma resta il privilegio di aver ammirato uno dei cattivi più affascinanti che si siano mai visti.

O ṣeun, Arakunrin.

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Written by Jacopo Bertone

Sono un appassionato di serie tv, studente di psicologia, aspirante telecronista, drogato di sport e giornalista in erba...in poche parole, un nullafacente con un sacco di cose da dire.

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