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Buona la seconda: Netflix ha capito come si fanno (per bene) i film interattivi

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Buona la seconda. O meglio la nona, anche se a fari piuttosto spenti. Sorprende parecchio, visto che un anno e mezzo fa circa l’uscita di Black Mirror: Bandersnatch, il primo film interattivo della storia di Netflix, fece clamore. Se ne parlò tantissimo, in rari casi positivamente. Al punto da portare Charlie Brooker, autore della serie tv e dell’esperimento innovativo, ad affermare di essere in sostanza pentito d’averlo fatto. Al di là dei pareri discordanti, quello che sembrava essere un passaggio rivoluzionario per il mondo delle serie tv (e non solo) assunse i contorni di un flop al quale non dare seguito.

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Sottotraccia, invece, Netflix ha continuato a credere nel progetto con operazioni meno ambiziose sulle quali l’attenzione mediatica non poteva essere pari a quella generata da Black Mirror. Sette nuovi titoli si sono avvicendati negli ultimi mesi, con un pubblico di riferimento quasi sempre dall’età media molto bassa. Esperimenti interessanti, ma poco reclamizzati. Ignoti ai più, inclusi un’infinità di genitori con figli da parcheggiare davanti alla tv. Eppure Netflix, una che stare sul pezzo meglio di chiunque altra, non ha mai smesso di provarci. È stata tenace, ha valorizzato l’idea e ha investito con la consapevolezza che prima o poi avrebbe trovato la strada giusta.

Bene, alla fine è successo.

L’uscita di Unbreakable Kimmy Schmidt: Kimmy vs. the Reverend, da qualche giorno disponibile anche in Italia dopo i ritardi legati ai problemi di post-produzione conseguenti alla pandemia, rappresenta infatti la concretizzazione del secondo progetto più ambizioso di Netflix sui film interattivi dopo Bandersnatch. Stavolta, però, il risultato è stato molto diverso: il film sequel di Unbreakable Kimmy Schmidt, una delle serie tv più originali e innovative degli ultimi anni, funziona benissimo. Grazie alla scrittura come al solito intelligente e brillante di Tina Fey, maestra di comicità mai omaggiata a sufficienza, ma non solo. Perché i fari spenti non hanno reso giustizia a un’operazione che si era prospettata vincente fin dall’annuncio.

Unbreakable Kimmy Schmidt, infatti, è la serie tv perfetta per sfociare in un film interattivo. Sicuramente non l’unica, ma senza dubbi la migliore a disposizione di Netflix. Molto più di Black Mirror, per ampio distacco. Innanzitutto perché è una comedy molto leggera, e basterebbe questo per dimostrare la tesi: il film interattivo è un gioco senza velleità artistiche troppo marcate nel quale la creatività degli autori deve essere messa a disposizione dell’intrattenimento degli spettatori attivi. Unbreakable Kimmy Schmidt, al contrario di Black Mirror, non ha grandi storie da raccontare, non ha una grande lezione da dare e diverte con trovate surreali dai toni grotteschi che ben si adattano alle infinite possibilità offerte dalle sliding doors generate dagli utenti.

La genialità di Tina Fey trova quindi il terreno fertile ideale per annodarsi e snodarsi continuamente in soluzioni spiazzanti senza confini narrativi. Vale tutto, davvero tutto. Inclusa la morte cruenta dei protagonisti in un improbabile incidente aereo o nella vana attesa di un Uber disperso chissà dove. Per non parlare dell‘imprevedibile (e del tutto fuori contesto) sadismo col quale si può eliminare in svariati modi e mandare addirittura all’Inferno il villain della storia, il Reverendo brillantemente interpretato dal fu Don Draper Jon Hamm, torturato per puro divertissement dagli spettatori in preda a una totale sospensione dell’incredulità.

Funziona tutto, e funziona alla grande. Funziona il cast, abile nel districarsi tra gli improbabili universi narrativi nelle direzioni più assurde. Funzionano le continue incursioni metanarrative che irrompono sullo schermo soprattutto nei momenti in cui lo spettatore imbocca un inevitabile vicolo cieco. E funzionano le sfaccettate evoluzioni di trama alle quali si può assistere anche nel momento in cui si opta più volte per le stesse soluzioni. Ma, più di tutto, il film di Unbreakable Kimmy Schmidt funziona perché non si prende mai troppo sul serio ed esplode con un’infinità di gag comiche irresistibili attraverso una narrazione molto più variegata di quella proposta da Bandersnatch.

Il film interattivo di Black Mirror, infatti, si era incartato troppo su se stesso, finendo col cercare una profondità quasi impossibile da trovare efficacemente in un contesto del genere. E risultando oltremisura autoreferenziale e a tratti stucchevolmente metanarrativo, senza mai incidere davvero con una trama imposta quasi in toto al di là delle scelte effettuate. Bandersnatch, insomma, aveva perso per strada il principio di base che ha fatto al contrario del film di Unbreakable Kimmy Schmidt un successo: aveva dimenticato di esser parte prima di tutto di un gioco. Un gioco per gli autori, per gli attori e soprattutto per gli spettatori, per una volta veri deus ex machina e artefici dei destini dei protagonisti. Fino a pagina due perché alcuni punti fermi sono imprescindibili, ma abbastanza da essere decisivi dall’inizio alla fine.

Netflix ha quindi imparato la lezione, e l’ha fatto alla grande: ora i film interattivi sono diventati una vera realtà. E con presupposti del genere il futuro è molto più roseo anche in questo senso.

Antonio Casu

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Written by Antonio Casu

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