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Manifest vorrebbe ma non può. Per ora

Manifest è una delle Serie Tv degli ultimi tempi che più vantano determinismo, coraggio, ostinazione. Il suo percorso è stato travagliato e reso difficile da una cancellazione arrivata come un fulmine a ciel sereno, come un terremoto pronto a distruggere tutto quello che era stato creato fino a quel momento. Perché la serie di creazione di Jeff Rake ha sudato freddo una volta giunta alla sua terza stagione, toccando con mano una situazione che tutti i produttori e registi sperano non si verifichi mai. Manifest era, infatti, stata predisposta per sei stagioni, ma una volta giunta alla terza si decise si cancellarla senza darle alcun tipo di possibilità di riscatto, di finale, di rimedio. Nessuna piattaforma era intenzionata a ridarle vita e tutte le notizia che la contornavano erano prive di affidabilità. Un giorno sembrava esserci una possibilità, e un altro invece no. Un giorno si cercava un modo per salvarla, e un altro giorno invece la si dimenticava. Eppure, a un certo punto, qualcosa è riuscito a cambiare, e lo ha fatto in positivo, con l’obiettivo di salvare Manifest non solo dalla cancellazione, ma anche dal dimenticatoio. Perché era quello il luogo in cui stava lentamente cadendo, e senza l’aiuto di una delle piattaforme streaming più potente a livello mondiale, forse oggi non sarebbe ancora viva nei nostri ricordi, e – soprattutto – pronta a tornare. Perché sì: Manifest tornerà, e lo farà con un’ultima quarta stagione di produzione Netflix. Sarà composta, presumibilmente, da 20 episodi che avranno l’obiettivo di scrivere la parola fine a una storia che, per tre stagioni, ha sbagliato non pochi colpi facendoci rimanere sempre insoddisfatti, sempre pronti a chiederci se questo fosse il massimo che potesse darci. Perché la verità è che purtroppo siamo di fronte a un prodotto che cerca di dare tanto, ma che – nella realtà dei fatti – non ci riesce. O almeno, non ci è mai riuscito del tutto fino a ora.

La nostra diffidenza nei confronti di Manifest è causata da diversi fattori che Netflix dovrà, certamente, occuparsi di migliorare con la sua firma. Ma procediamo per gradi.

Fin dall’inizio il paragone con Lost risulta impossibile da non fare. Ma chiariamoci: Lost è quello che ordini, Manifest è quello che ti arriva a casa. Perché mentre il primo ci riesce, il secondo ci prova. Il disastro aereo è, nella realtà dei fatti, l’unico anello di congiunzione tra le due serie perché, nonostante il grande esempio che Manifest sceglie di seguire, i due prodotti sono ben differenti sia qualitativamente che negli altri dettagli della narrazione. Ciò che innervosisce è vedere quanto la seconda cerchi in tutti i modi di adattarsi alla prima pretendendo di mettere in atto e spiegare (ma senza farlo davvero) tutto quello che Lost non ha mai avuto bisogno di spiegare. Manifest non riesce a costruire davvero delle personalità forti, reali, fondamentali per la storia, e questo perché di base non ne ha una propria. Scava a fondo dei personaggi e lo fa in modo quasi vago, poco interessante. Cerca di arrivare a toccare dei punti che vengono ostacolati dalla narrazione stessa, dal suo modo di incedere. A volte si ha la sensazione di essere perfettamente coscienti del fatto che, quello di fronte a noi, è un prodotto fittizio e che i personaggi sono in realtà degli attori che stanno recitando.

Avete mai pensato una cosa del genere quando avete visto Dark? O quando avete visto, appunto, Lost? No. Perché in quel caso rimane forte e chiaro il potere del prodotto, e quando questo è grande semplicemente ci si dimentica che quello di fronte a noi sia fittizio. In Manifest questo è assente, e lo è per un problema che – forse – non farà piacere sapere a chi è riuscito ad apprezzare la serie nella sua totalità.

Manifest

Manifest cade, talvolta, nella trappola della telenovela. Ecco, lo abbiamo detto. Dovevamo essere onesti.

Per spiegarci meglio, ci cade ogni volta che cerca di drammatizzare in modo forzato i vari avvenimenti. Ma un aereo che cade e torna anni dopo è un evento già drammatico, non c’è bisogno di attribuirgli un peso maggiore di quello che ha, perché è già tanto e lo è in modo naturale. Invece in Manifest tutto questo non esiste. Esiste la perenne forzatura di far vedere la sofferenza fin oltre tutti i limiti, fin oltre ogni cosa. Questo meccanismo si rivela un vero e proprio difetto all’interno della serie facendola cadere nella, a noi antipatica, Tv del dolore.

Ma questo è quello che succede ogni volta che cerchi di forzare la mano nei confronti di ogni trama e sottotrama. E questo è un qualcosa che tocchiamo con mano anche per via della storia d’amore tra i due ex protagonisti che, come in ogni telenovela che si rispetti, cade nei cliché dei due amanti che rincorrono, si amano, spariscono, si lasciano e si riprendono senza mai decollare veramente. Anche quando sembra tutto finito, chissà come, sopravvivono. E come incorniciamo tutto? Con una deludente cornice sovrannaturale e un mistero che – a volte – viene messo in secondo piano non rendendoci possibile la sensazione di hype, sospensione, curiosità.

Manifest

Perché i dubbi riguardanti il buco temporale durante il volo aereo sono, ovviamente, la cosa più interessante all’interno di Manifest, ma loro continuano a trattare questa cosa in modo drammatico, forzato. Perdono il ritmo dell’azione, dell’hype che avanza. Trattano tutto in modo malinconico e sentimentale, quando – in alcuni casi – va bene osare meno, va bene essere pragmatici. Non siamo di fronte a un’opera teatrale, siamo di fronte a una storia misteriosa che dovrebbe calcare la mano nelle cose in cui riesce bene, e non in quelle che – invece – vorrebbe avere ma non ha. Ed è inutile continuare a battere la fiacca su quelle caratteristiche che hanno reso grande Lost, perché quelle – se non utilizzate bene – fanno solo dei grandi danni, e questo dovrebbe essere chiaro a una serie che ha rischiato la cancellazione. E lo stesso vale per tutte le domande senza risposte che Manifest continua ad aggiungere alla sua trama. Anche per fare questa cosa c’è la necessità di essere degli abili dico non dico.

Le domande senza risposta di Lost erano affascinanti perché ci davano l’impressione di riuscire a costruirci sopra delle risposte che potevano essere frutto della nostra immaginazione, frutto di ciò che potevamo capire personalmente. Era un prodotto estremamente mistico che, con il suo finale, ha dato la possibilità di andare oltre la logica toccando argomenti di redenzione per dei personaggi che erano persi prima ancora di perdersi veramente, e che solo partendo dal loro reale smarrimento hanno potuto trovare un punto saldo. In questo caso, invece, Manifest cerca di portare in vita la stessa operazione ma con dei risultati che non riescono a essere paragonabili. Perché portare avanti un’operazione come quella di Lost è infattibile, soprattutto perché l’abbiamo già conosciuta al meglio della sua riuscita. Ed è per questo motivo che siamo consapevoli di una cosa: se si impegna, Manifest può davvero aggiustare il tiro con la sua quarta stagione.

Manifest

Lo sappiamo: può sembrare troppo tardi. Ma non è tardi. La quarta stagione durerà per ben 20 episodi e avrà dietro la mano di una delle piattaforme streaming digitali più importanti, Netflix. Cosa implica questo? Che potrebbe riuscire nell’impresa di svecchiare la serie, di riportarla al 2022 togliendole di dosso tutte queste influenze che – seppur nobili – l’hanno fatta cadere in diversi tranelli. La possibilità che tutto riesca a riprendere la piega giusto donando un finale che salvi le prime tre stagioni non è da scartare. D’altronde, lo abbiamo detto, il principio non è sbagliato: l’idea c’è. Adesso bisogna scavare a fondo della personalità reale di questo prodotto, provando a strappare via tutta la sua reale essenza e portandola in vita. Forse detta così sembra più complicata di quello che è davvero, ma vi possiamo assicurare che – con le carte giuste e la mano di Netflix – può fare la differenza riuscendo a diventare quello che è sempre voluto diventare. Il potere è tutto nelle sue mani. Ma deve essere coraggiosa. Deve scegliere di affidarsi solo alle sue potenzialità, e non più a quelle di chi ha fatto la storia. D’altronde, continuare a ispirarsi a Lost non farebbe altro che creare un paragone obbligandola a stare un passo indietro. Cosa accadrebbe se si togliesse la maschera di Jack Shephard? Finalmente, forse, con la quarta stagione lo scopriremo. Nel frattempo, confidiamo nella rivoluzione.

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