Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul revival Malcolm in the Middle: Life’s Still Unfair.
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L’unico suo limite è che a un certo punto finisce e si desidera di più. Altre puntate, altre stagioni. Un desiderio fisiologico, anche se in realtà uno dei punti di forza del revival di Malcolm è proprio nella breve durata: quattro episodi, un film a puntate. Una summa concentrata di cosa è stata una delle sitcom più brillanti degli anni Duemila. Racchiusa in un revival capace di trasformare l’effetto nostalgia in chiave d’accesso a una nuova avventura televisiva. Perché è chiaro fin dai primissimi minuti: abbiamo ritrovato una pagina intensa della nostra infanzia lì com’era venticinque anni fa, ma stavolta è persino più bella. Un risultato notevole, in un’epoca dominata da revival spesso stanchi che mirano al pareggio come massimo risultato possibile.
Evitare di rovinare tutto, pur senza arricchire l’immaginario comune. Riposizionare una vecchia storia, riproporla a chi l’aveva amata e suggerirla allo stesso tempo alle nuove generazioni. Niente di nuovo, per chi ci segue:la nostalgia è una parola chiave decisiva del nostro tempo. E sarà pur vero che Malcolm non sia l’unico revival riuscito dell’ultimo periodo, ma è quello che più di ogni altro risponde a esigenze di mercato chiare con un’autenticità rara. Rinfrescante. Talmente brillante da portarci a una semplicissima domanda: perché non ci sono più prodotti del genere in circolazione?
Life’s Still Unfair, revival di Malcolm in the Middle, ricorda come questa serie sia una maestra di comicità dai picchi eccezionali. Merito di un cast ispiratissimo, guidato in particolare da uno dei migliori Bryan Cranston mai visti in carriera – sì: prima e dopo Breaking Bad, mica l’abbiamo dimenticata – e di una scrittura che pullula di affetto nei confronti di una storia che aveva ancora tanto da raccontare.
Il revival di Malcolm si diverte, e diverte. Ma non è mai un mero divertissement.

Pur senza avere sottotesti diretti che suggeriscano una complessità che vada oltre la volontà di strappare risate fragorose (anche se si potrebbero trarre spunti preziosi, attraverso visioni laterali), ha il merito di compattare i punti di forza della serie madre e di aggiornarli con una sincerità disarmante, mostrandoci quali traiettorie abbiano attraversato i personaggi in venticinque anni.
Ognuno è come l’avremmo immaginato, se non addirittura meglio. Quindi peggio, viste le derive psicologiche di ognuno di loro e le fragilità latenti che esplodono con allarmante puntualità alla prima miccia appicciata. Malcolm è ancora Malcolm ma ora è un padre single millennial, amorevole e soffocante, che tratta la figlia adolescente con esasperanti manie di controllo. Altrettanto fa la madre Lois, ormai anziana ma non per questo meno energica e più saggia di un tempo. E Dewey se la spassa in Europa: continua a non aspettarsi niente, ma sembra non passarsela male nella disillusione.
Reese è sempre Reese, anche se le giustificazioni giovanili sono ormai cadute e cedono il passo a criticità che necessiterebbero di lunghi percorsi psicoterapeutici. Francis è ancora lì, nella periferia della dissestata famiglia Wilkerson: è cresciuto più di ogni altro, eppure è sempre lui. Nella medesima posizione.
Poi ci sono i nuovi innesti, nati nella serie madre o incontrati su una strada che non abbiamo attraversato insieme ai personaggi.
Ognuno aggiunge qualcosa all’intreccio, ha il suo momento, respira l’aria di Malcolm in the Middle senza essere di troppo. Così come fanno i secondari, centrali quanto i protagonisti in singoli momenti: Stevie ha trovato, una volta ancora, il momento perfetto per cadere dalla sedia a rotelle.
Hal, invece, merita un capitolo a parte: il terzo episodio del revival, in particolare, mostra come Bryan Cranston sappia sempre superarsi.
La sua prestazione attoriale è il sogno erotico di qualunque comico clownesco desideri comunicare col pubblico attraverso l’utilizzo del corpo.
Non è blasfemia inserirlo tra le migliori interpretazioni della sua incredibile carriera: potremmo anche aver visto vincere vagonate di premi con uno degli antieroi di riferimento della golden age televisiva, ma qui non è da meno. Incarna l’essenza di Hal con vette equiparabili a quelle toccate con l’immortale Walter White. Inserendosi, oltretutto, in un percorso introspettivo piuttosto inedito per la serie. E qui si arriva all’idea che il revival riesca a essere persino più efficace della serie madre. Sì, della prima Malcolm in the Middle. Quella che in apertura abbiamo definito nei termini di una delle migliori sitcom degli anni Duemila.
Lo diciamo perché Life’s Still Unfair sa emozionare. Porta alle lacrime. E lo fa senza mai essere stucchevole.

Provateci voi, a non piangere di fronte all’elogio di Hal nell’ultima puntata. Provate a non farlo dopo venticinque anni di storia e un percorso di scrittura del personaggio che ci ha restituito nel revival inedite complessità. Non più suggerite e basta, ma sublimate nello straordinario eclettismo di Cranston. Provate a non buttar giù una lacrima, quando Malcolm si ricongiunge finalmente alla madre: è stato bello vederlo dopo aver vissuto una vita fondata sulle bugie, le negazioni e il rifiuto di una famiglia che a modo suo (fin troppo) l’ha sempre sostenuto, volendogli un gran bene (fin troppo).
Sì, provateci: non ci riuscirete. Il revival di Malcolm è un vortice caotico di spunti comici irresistibili dal ritmo forsennato. Con un cuore che batte all’impazzata.
Lo guarderete una prima volta con gli occhi dell’adolescente che l’aveva amata la prima volta, e vi sentirete a casa. Non penserete a niente. Non tra una risata liberatoria e un’emozione che colpisce duramente, senza il patetico rigore a cui siamo abituati. Nei momenti più toccanti, d’altronde, è arricchito dal contraltare sonoro di un uomo, Craig, che ha mangiato il cibo sbagliato nel momento sbagliato: smorza la tensione, eppure non la spezza. Poi fatelo una seconda volta ed emergeranno i sottotesti, i risvolti psicologici, l’intelaiatura sociologica che ha fatto grande una serie serissima. Talmente grande da non aver mai bisogno di prendersi troppo sul serio.
Emergerà, in sostanza, tutto quello che è legittimo chiedere a una serie comedy oggi. Un’opera che attraversa i tempi col carisma di chi sa ancora dettarli. Un revival, quello di Malcolm, a cui sarebbe stato davvero impossibile chiedere di più: non un pareggio rassicurante, bensì un trionfo da ogni punto di vista. Ma ora sentiamo di nuovo il vuoto. Un vuoto che potrebbe colmare sì un rewatch, come sognano gli algoritmi. Ma è sufficiente? Sì, è abbastanza. Anche se… magari… una seconda stagione. Fatta così. Chissà.
Se vi va, ovviamente: sarebbe un dono, mica un’esigenza. Con l’auspicio che gli autori e gli sceneggiatori in giro per il mondo abbiano, nel frattempo, preso appunti.
Antonio Casu




