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La Regina degli Scacchi è sopravvalutata?

la regina degli scacchi

La Regina degli Scacchi ha incantato il mondo: la miniserie originale Netflix ideata da Scott Frank e Allan Scott e basata sul romanzo di Walter Tevis “The Queen’s Gambit” (letteralmente “gambetto di donna“, una tipica apertura scacchistica) ha suscitato immediatamente grande scalpore, tanto da diventare in pochissimo tempo un vero e proprio fenomeno mediatico capace addirittura di trainare con sé un improvviso ritorno in auge del gioco degli scacchi (basti pensare che le vendite di scacchiere sono praticamente schizzate alle stelle proprio in seguito all’uscita della serie: un’impennata che negli Stati Uniti ha determinato il massivo incremento del 125%). 

Nel bel mezzo di questo trambusto, tuttavia, più di qualcuno si è posto una domanda: il coro di voci che inneggia al capolavoro, non avrà un po’ sopravvalutato la pur tecnicamente impeccabile miniserie? Questa esaltazione condivisa rischia forse di essere spropositata?

La Regina degli Scacchi

Innanzitutto bisogna ammettere che questo clamore non è certamente casuale: La Regina degli Scacchi cattura l’attenzione del pubblico con la coinvolgente storia di Beth Harmon, un’orfana bambina prodigio che riesce a farsi strada nel discriminatorio universo delle competizioni scacchistiche, prettamente maschile. E lungo il tortuoso tragitto che la conduce al successo planetario affronta la perdita, la solitudine e la dipendenza da psicofarmaci, vittima del risvolto opprimente del suo stesso genio. Una trama avvincente in grado di bilanciare perfettamente dramma, introspezione e desiderio di rivalsa da una vita che alla sua protagonista ha tolto ogni cosa, salvo un incommensurabile talento.

Nonostante La Regina degli Scacchi punti sulla sua protagonista le luci della ribalta, però, tutte le personalità che gravitano attorno a Beth (qui potete trovare la classifica dei 5 migliori personaggi della serie) contribuendo a modellare il suo percorso, sono molto ben caratterizzate: ognuna di esse è un prisma capace di riverberare diversi fasci di luce nel cuore dello spettatore, che immergendosi nella narrazione arriva a percepirle più come persone che come caratteri fittizi.

Merito anche della scelta di un cast particolarmente talentuoso, tra le cui fila emergono Harry Melling (già visto in Harry Potter nei panni di Dudley Dursley) e Thomas Brodie-Sangster (Love Actually, la saga di The Maze Runner, e Game of Thrones).

La Regina degli Scacchi

Fiore all’occhiello della serie è tuttavia la straordinaria performance di Anya Taylor-Joy, che con il suo sguardo magnetico ha regalato al pubblico l’accesso al prezioso mondo interiore di Beth: un animo tormentato, le cui mille sfaccettature sono emerse in tutta la loro complessità grazie all’espressività fortemente evocativa e alla naturalezza con cui l’ammaliante attrice è riuscita a calarsi nei panni del suo personaggio, fino a divenire un tutt’uno con la protagonista de La Regina degli Scacchi.

Ma la fatica Netflix può vantare anche una regia in grado di mettere in luce le emozioni spesso contrastanti dei suoi personaggi, grazie a inquadrature particolarmente curate: oltre agli iconici primi piani sullo sguardo e sul volto dell’enigmatica Beth, capaci di esprimere tanto la sua determinazione quanto le sue più intime paure senza bisogno di parole, ritroviamo spesso delle sequenze volte a sviscerare i diversi modi in cui si esplica la sua genialità durante il gioco. Lo spettatore viene come catapultato nella mente della protagonista: una posizione privilegiata dalla quale può osservare le rapide e impietose mosse che prendono corpo nella sua immaginazione prima ancora che sulla scacchiera.

Ennesimo punto forte è l’inaspettata riconsiderazione della Russia sovietica nell’ottenebrante cornice della Guerra Fredda: non solo la casa di leali avversari in grado di piegare il proprio orgoglio al cospetto dell’innegabile superiorità di Beth nella gara, ma anche la patria di personaggi dai sentimenti profondamente umani, che la motivano a crescere e soprattutto la accolgono, riconoscendola parte delle gelide strade di Mosca e acclamandola come fosse una figlia della loro terra.

Insomma, La Regina degli Scacchi è una serie grandiosa sotto tanti e diversi punti di vista, sulla quale non sorgono critiche specifiche né saltano all’occhio difetti particolari: una storia che tra l’altro ha avuto il grande merito di sapersi rivolgere a tutti, conquistando il cuore di chiunque l’abbia assaporata.

Ora la domanda è: tutte le sue indiscusse qualità sono sufficienti a innalzare La Regina degli Scacchi tanto da garantirle l’accesso all’Olimpo del panorama seriale? Cos’è che rende davvero una serie tv un capolavoro? In questo articolo abbiamo provato a fornire il nostro personale punto di vista: “Una serie tv capolavoro racconta una storia avvincente in modo unico, con una tecnica e una sceneggiatura perfette, possibilmente apportando delle innovazioni nel suo genere. Il capolavoro ha dei personaggi ben costruiti e realistici, nonché una trama stratificata che prevede tanti livelli tematici. Per questo motivo può essere vista anche a distanza di anni e avere sempre qualcosa da dire”.

A colpo d’occhio pare che alla suggestiva storia di Beth Harmon non manchi nulla per stare nell’Olimpo. A ben vedere, però, questa conclusione finirebbe effettivamente per sopravvalutare La Regina degli Scacchi, perché lo sforzo creativo dei suoi minuziosi ideatori ha raggiunto vette elevatissime eppure non inesplorate. Non ha incluso quel quid in più, rarissimo e quasi introvabile: l’unicità in grado di rendere un racconto assolutamente irripetibile. La serie non ha trovato fino in fondo quel modo originale e incomparabile di esprimersi e raccontarsi, proprio di tutti i lavori che sono invece riusciti davvero a spingersi oltre, scavalcando l’ordinarietà e trafiggendoci in punti intonsi dell’animo.

La Regina degli Scacchi

La Regina degli Scacchi resta allora un’impresa ambiziosa che ha meritato tutto il successo riscosso, prima di arrestare la sua vertiginosa scalata davanti all’austera porta d’ingresso alla Storia della serialità mondiale.

Un tentativo lodevole che continuerà ad attrarre schiere di fan stregati dall’altissimo livello raggiunto, ma fermo a un passo dalla consacrazione a pietra miliare del piccolo schermo, a tappa fondamentale capace di stravolgere il meraviglioso universo delle serie tv.

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Scritto da Cristina Natoli

Il mio (metro e sessanta scarso di) corpo è composto da un’insensata intermittenza di intricati funambolismi mentali privi di qualsiasi utilità pratica e pennellate rosa di incurante leggerezza, tra i quali mi destreggio con la stessa nonchalance innata con cui passo dalle serie tv Drama alle comedy, senza andare in autocombustione.

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