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It: The Losers’ Club, generazioni a confronto

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Ho già affrontato il tema a me molto caro della trasposizione televisiva, e cinematografica, di It dal punto di vista del mattatore di entrambe le opere: Pennywise, il clown ballerino.

Passo ora a prendere in considerazione gli antagonisti della creatura malvagia: il Losers’ Club.

Moltissimi punti in comune, altrettante divergenze.

Appartengono, prima di tutto, a generazioni diverse: i “perdenti” degli anni ’90 erano ragazzini negli anni ’50, mentre quelli del film targato Muschietti si muovono negli anni ’80. Il regista argentino, in questo caso, è stato estremamente intelligente, riuscendo a strizzare l’occhio a tutta un’iconografia molto in voga negli ultimi anni e di cui Stranger Things è capostipite: il revival degli anni ’80.

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Perché cambiare periodo storico? Molto semplice: perché l’attuale generazione di fruitori ed ammiratori di It riesce ad intensificarsi con quella decade, molto più di quanto farebbe con gli anni ’50.

Simple, but effective.

Il cast anni ’90 era composto da semi sconosciuti alle primissime armi (e, in alcuni casi, si vede dolorosamente). L’unico attore con esperienza era Jonathan Brandis, mentre gli altri erano più o meno alla prima esperienza. Il cast del 2017 è composto da una navigata, a buon ragione, teen star, Finn Wolfhard, che, tra le altre cose, non ha nemmeno il ruolo centrale. Ma anche gli altri ragazzini sono di una bravura e una scioltezza disarmante, fresca, ingenua e, al tempo stesso, credibilissima.

Racconta Bill Skårsgard che, terminata una scena particolarmente drammatica con Jack Dylan Grazer, un memorabile Eddie Kaspbrak, pensava di averlo traumatizzato. Il ragazzino invece si complimentò con lui per come stava rendendo il personaggio del clown mangia-bambini.

Ed ecco un’altra differenza tra le due generazioni: i ragazzini di adesso sono attori, consapevoli del ruolo che stanno interpretando, mentre quelli di allora si trovavano coinvolti in un’avventura forse più grande di loro, rispetto alla quale si sono dimostrati forse non sempre all’altezza, ma più ingenui e meno “costruiti”, nel senso positivo e negativo del termine.

Il cast anni ’90 era all’acqua di rose: zero parolacce e zero comportamenti controversi. Ogni contatto tra Bill e Bev è stato ridotto ad uno scambio di sguardi complice, ma innocente.

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I ragazzi di Muschietti parlano come veri ragazzini, mostrano le loro debolezze, litigano, si picchiano, sono gelosi, si voltano le spalle e scappano. Bill e Bev sono attratti l’uno dall’altra e, nelle scene finali, scappa anche il tanto atteso bacio.

Cosa accomuna questi due diversissimi gruppi di bambini?

La totale assenza di figure genitoriali di polso.

Nelle due versioni di It, i “grandi” non esistono, in una beffarda realtà che sembra ricalcare tristemente la versione attuale dello stato di famiglia. Sono genitori che non sanno comandare, o che lo fanno nel modo peggiore, che non sanno educare. Genitori assenti, violenti o superficiali. Genitori chiusi nel proprio egoistico dolore, confinati in un mondo a sé governato solo dalle paure, o, semplicemente inesistenti. Sono dunque i ragazzini, lasciati soli a crescersi nel miglior modo possibile, facendo gruppo, appoggiandosi l’uno all’altro e superando le banali differenze e debolezze, per far forza sulle stesse e diventare “grandi”.

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Altro punto in comune è la credibilità di entrambi i gruppi: sono tutti calati nel ruolo, chi più, chi meno, ma il risultato è decisamente accettabile. Nel cast anni ’90, spiccavano su tutti gli attori che interpretavano Bill, Ben, Richie ed Eddie. In quello attuale, risaltano tutti, bene o male, alla pari, anche se con preponderanze sensibilmente diverse. È evidente che, trattandosi di epoche nettamente diverse, i prodotti siano completamente diversi e difficilmente paragonabili.

Ma allora come ora, il Losers’ Club è in grado di mantenere un fascino ed una forza quasi senza tempo.

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Written by Bruna Martinelli

Laureata in lingue e letterature straniere, impiegata, moglie e mamma felice. Appassionata di serie tv, viaggi, musica, cucina. Scrivo di tutto, da sempre, per tutti. Non prendetemi mai sul serio, non lo sono quasi mai.

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