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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul sesto episodio di IT: Welcome to Derry.
Il palloncino rosso che abbiamo visto fluttuare – sornione – davanti ai nostri occhi per i primi cinque episodi di IT: Welcome to Derry – la nuova serie TV targata HBO, disponibile in Italia su NOW e Sky – scoppia fragorosamente e in modo definitivo nel sesto episodio della serie tv. La storia nascosta tra le righe di un ricordo nel romanzo di Stephen King trova modo di respirare, espandersi in maniera capillare e reincarnarsi nell’umanità cicatrizzata di Derry.
Se i primi episodi di IT: Welcome to Derry avevano chiarito il legame malato e fallace che unisce l’uomo al concetto distorto di maternità (evidente soprattutto nel secondo episodio della serie tv), il sesto episodio prende in mano la penna e il suo inchiostro per narrare un territorio spinoso e appiccicoso della narrativa kinghiana: la paternità.
Non è un caso che il sesto episodio di IT: Welcome to Derry si intitoli “Nel nome del padre”, e che la narrazione si dipani attraverso gli occhi dei figli.

Nella recensione della scorsa settimana abbiamo parlato della Signora Kersh, del rapporto che si instaura tra questo personaggio e la storia di IT come la conosciamo dalla filmografia e dal romanzo di Stephen King. Il sesto episodio apre definitivamente il sipario del circo, e fa di lei la sua narratrice: la sua voce avvolgente ci accoglie alle spalle e immediatamente un brivido si fa strada lungo la schiena. Sentiamo che qualcosa non è come dovrebbe essere, proprio come Beverly Marsh quando il suo istinto percepisce il pericolo nel momento in cui le sue papille gustative incontrano il tè della Signora Kersh nella sua personale casa degli orrori.
La Signora Kersh, come sospettavamo, è la figlia di Bob Gray: il volto umano di Pennywise, il clown ballerino. Il padre che Ingrid Kersh ha perduto e che non si è mai rassegnata a perdere. Qui nessuno muore davvero. Il suo numero da clown danzante la ossessionava, e questa ossessione ha forse seguito anche IT nella sua essenza malefica. Nella sua malleabile capacità di assumere forme diverse il clown diventa il perfetto filo rosso tra l’orrore, l’infanzia e il mondo adulto. Ingrid Kersh ne ha indossato la maschera per farne il suo numero preferito, in un circo stabile che non ha più il permesso di girovagare. La sua unica porta verso l’illusione è la mente stessa degli abitanti di Derry.
La figlia prediletta non è altro che il nuovo giocattolo da manipolare a piacimento in IT: Welcome to Derry.

Proprio come nella storia a cui siamo familiari, Henry Bowers sorride spericolato a una violenza che gli è entrata sotto pelle. A Derry la follia va a braccetto con il caos, e IT adora il caos: vive per il caos, ci galleggia come un palloncino rosso tra le creste veloci di un fiume o tra le metalliche ingiunzioni di una fognatura. Juniper Hill è di nuovo un luogo simbolo in cui follia e umanitá si mescolano al punto da palesarsi – ancora una volta – sotto gli occhi di tutti, senza però destare attenzione.
L’acqua non pulisce ma diventa putrida e stagnante, così come il tessuto sociale di Derry, sempre più soggiogato dal potere di IT. Anche le menti più forti iniziano a cedere, e tutto ruota intorno ai padri: centri di gravità che attirano l’esplosione finale.
Perfino l’incrollabile Leroy Hanlon, unica figura paterna associabile al “giusto”, inizia a crollare. Tra le crepe della sua umanità si insinua la violenza, e a scorgere oltre il riflesso superficiale è il figlio. Allo stesso modo, la giovane Ronnie corre incontro all’illusoria figura di un padre salvifico e salvo, senza sapere che tutti loro stanno correndo come topi affamati verso il formaggio nella trappola: una trappola architettata con ingegno da nient’altro che una figlia disposta a tutto pur di ricongiungersi con un padre che rappresenta insieme salvezza e trauma.
L’insieme e la divisione diventano ago e filo nella sutura di una storia – quella di IT: Welcome to Derry – fatta di cicatrici cicliche.

Nel frattempo il mondo danza ignaro, balla e si dimena come fiamme nel silenzio dell’omertà; come padri imprigionati in una paternità che non meritavano. Come violenze rinchiuse tra le mura domestiche e scatole che si aprono e non possono più essere richiuse.
Sono proprio i padri descritti da Stephen King: quelli a cui è stata resa giustizia e quelli che ancora urlano finali riscritti. Come caldaie sul punto di esplodere e padri congelati nella loro inespressa necessità di riscattarsi. Perché la gittata dei padri di King tende a essere questa: compiono errori e sono più grandi delle ombre che proiettano sul muro, rinnegano ciò che sono, ci spaventano, ci inseguono per la loro fragile incapacità di guardarsi allo specchio e accettarne il ruolo. Sono i primi ad avere paura, e per questo le vittime preferite della malignità che utilizza le fragilità come coltelli affilati, come sbarre di una prigione senza chiavi.
Ma anche in fondo ai pozzi più neri c’è sempre tempo di riscattarsi, di ritrovare la parte buona di quell’umanità che si toglie la maschera. Contrapposta all’umanità che la maschera la indossa per non rendere conto delle proprie azioni.
Mi chiedo, a questo punto, se IT: Welcome to Derry sarà lo specchio in grado di concedere redenzione anche a Bob Gray: l’uomo che danzava prima di galleggiare. Come il Jack Torrance ammutolito tra le pagine di Shining. O se rimarrà un freddo punto interrogativo come il Jack Torrance di Stanley Kubrick.
Quello che sappiamo è che il prossimo episodio di IT: Welcome to Derry sarà la scintilla che farà esplodere tutto.
La violenza che dal singolo si espande capillarmente nella comunità, che sottolinea con il pennarello rosso le divisioni e il razzismo, e spalanca la porta al male per farne scorpacciata prima del suo lungo e putrido letargo.







