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La chimica magnetica di Michael Douglas e Alan Arkin ne Il Metodo Kominsky

il metodo kominsky

Il Metodo Kominsky ha due enormi punti di forza sui quali Chuck Lorre ha costruito tutta la serie: Michael Douglas e Alan Arkin. Che poi, se ci pensiamo bene, si tratta di un unico, imprescindibile punto di forza. Perché Douglas e Arkin vanno considerati insieme, un tutt’uno inscindibile che dà forza e potenza a una serie che, in sole due stagioni, ha conquistato una bella fetta di pubblico.
Il Metodo Kominsky è una delle migliori dramedy attualmente disponibili su Netflix. Qualcuno l’ha definita la Grace e Frankie al maschile e, seppure non abbia forse ancora raggiunto i livelli della serie con Jane Fonda e Lily Tomlin, qualche paragone lo si può senz’altro azzardare.

La serie ideata da Chuck Lorre ha come protagonisti due uomini che hanno raggiunto la soglia della terza età e che devono fare i conti con gli acciacchi e i malanni connessi alla vecchiaia. Sandy Kominsky (Michael Douglas) è un ex attore di discreta fama, brillante e divertente, che ha aperto una scuola di recitazione per trasmettere ai suoi giovani studenti i segreti del mestiere e l’arte del teatro. Sandy è un uomo dinamico e vivace, energico e rigoglioso malgrado i capelli bianchi e la scarsa prontezza di riflessi. Ha qualche matrimonio andato male alle spalle, una carriera da sfoggiare come cimelio nelle occasioni importanti e una figlia che lo aiuta con il lavoro. L’età non lo spaventa, tutt’altro. Tra una conquista e l’altra, riesce (quasi sempre) a sfoderare il lato più esuberante e giovanile di sé, senza preoccuparsi del peso degli anni, uno spauracchio troppo ingombrante per meritare attenzione.

Gli acciacchi della vecchiaia, tuttavia, si fanno sentire. E quando le parole non sovvengono più con la stessa naturalezza, quando i mal di schiena si fanno più frequenti e i funerali degli amici diventano un’occasione di vita sociale, bisogna inevitabilmente fare i conti con il trascorrere del tempo.
Ne è più consapevole Norman Newlander (Alan Arkin), l’altro protagonista de Il Metodo Kominsky. Norman è un agente ottantacinquenne, schietto e sincero, con uno humor tagliente e spiazzante. Nella prima stagione, la malattia della moglie gli ha succhiato via la vita e ce lo ha mostrato in tutta la sua fragilità, ancora più anziano di quanto già non fosse. Nella seconda stagione, invece, la nuova relazione con la sua vecchia fiamma Madelyn (Jane Seymour) gli restituisce linfa vitale ed energia. Norman sembra un uomo nuovo, coglie al volo tutte le occasioni per godersi appieno gli ultimi anni di vita e sprigiona forza e vitalità da ogni cellula avvizzita.

Il Metodo Kominsky è una serie che guarda alla vecchiaia con disincanto e realismo, ma senza essere ridondante e ampollosa. È divertente, spiritosa e arguta, tutta pervasa da un umorismo mordace e spassoso.

Ma il vero punto di forza, come dicevamo, è rappresentato dalla coppia Douglas-Arkin, la formula vincente de Il Metodo Kominsky.
Si tratta di due attori che non hanno bisogno di presentazioni. Alan Arkin ha vinto nel 2007 il Premio Oscar per il migliore attore non protagonista con il film Little Miss Sunshine e ancora prima, nel 1967, il Golden Globe come migliore attore in un film commedia o musicale per Arrivano i russi, arrivano i russi.
Michael Douglas ha fatto talmente tante cose nella sua carriera che potrebbe benissimo campare di rendita per i prossimi trenta o quarant’anni. Figlio d’arte – Kirk Douglas è una delle più grandi star della storia del cinema statunitense – ha preso parte a qualcosa come ottanta film, quasi tutti per il grande schermo, ottenendo tre nomination agli Oscar come attore protagonista e vincendo un Golden Globe alla carriera già nel 1968 e un Oscar nel 1996.

il metodo kominsky

Mettere insieme due grandi attori di cinema in una serie tv che tratta il tema della vecchiaia e di tutti gli acciacchi ad essa connessi ha rappresentato sicuramente una grande sfida. Che i produttori hanno vinto eccome.
Michael Douglas e Alan Arkin non si erano mai incontrati prima de Il Metodo Kominsky. In un’intervista recente, alla domanda del giornalista su cosa si aspettassero i due dal primo incontro, Michael Douglas ha risposto:

Ero un po’ nervoso. Alan indossava calze con sandali quindi non sapevo che cosa aspettarmi.
[…] Il pranzo è andato benino, ma dal primo momento che abbiamo lavorato insieme, ho pensato “Wow! Sarà fantastico”. Le persone non possono credere che non ci conoscessimo prima.

Ed è effettivamente difficile pensare che i due si siano conosciuti la prima volta sul set de Il Metodo Kominsky. Tra di loro c’è sempre stata un’intesa pazzesca, un’armonia recitativa impensabile per due vecchi attori di Hollywood che non avevano mai lavorato insieme.
L’amicizia tra Sandy e Norman, la maniera in cui si raccontano senza prendersi troppo sul serio, è la vera forza motrice dell’intera serie.

Il modo in cui si spalleggiano e si rimproverano, la naturalezza con cui si prendono in giro e la chimica magnetica che li tiene legati sul set è ciò che rende davvero unico Il Metodo Kominsky.

Tutti vorrebbero poter invecchiare accanto a un amico come Sandy o come Norman. Il peso degli anni grava su tutte le spalle, presto o tardi. L’importante è scegliersi le persone con cui darsi forza a vicenda nei momenti di difficoltà, gli amici con cui affrontare i problemi della terza età, i compagni d’avventura con cui farsi un bicchierino senza dare troppo spazio ai tormenti della vecchiaia. Tutto questo, Michael Douglas e Alan Arkin lo hanno incarnato alla perfezione, al pari di Jane Fonda e Lily Tomlin in Grace e Frankie. È un piacere stare a guardarli mentre si punzecchiano e si sostengono nelle situazioni più esilaranti: due magneti che si attraggono dai poli opposti dei loro mondi paralleli, liberi di potersi divertire recitando, senza l’ansia di dover dimostrare niente a nessuno.

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Written by Serena Verrecchia

Esistono milioni di storie al mondo, preziose e inimitabili. Il nostro compito è solo quello di scovarle, portarle in superficie e imparare ad amarle.
Scrivo di serie tv per un insopprimibile desiderio di bellezza, perché nelle storie, specie in quelle belle, ho trovato il mondo che vorrei.

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