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Glee, la scuola di vita

Unire l’utile al dilettevole non sempre è un’opera di facile realizzazione. Ed unire l’utile al dilettevole quando di mestiere fai l’insegnante, può trasformarsi spesso in impresa improba. Pensiamo al concetto d’insegnamento e vediamo quale aggettivo ci viene in mente. Didattico, of course. Interessante, a volte. Ma pure noioso molto spesso, diciamoci la verità. Sicuramente non dilettevole, non ludico. Quasi mai.

Ecco, ‘Glee’ questo thinking process lo ribalta. Se ne fa beffe. Dimostrandoci che unire l’utile al dilettevole insegnando non soltanto è possibile, ma toccando le giuste corde degli allievi, diventa finanche esercizio naturale.

L’insegnamento è duplice: il primo, e più evidente, è quello del professore di spagnolo – Will Shuester – che, amante della musica – decide di riportare in auge il club di canto corale ormai in disuso alla McKinley High School. Il suo compito non si limiterà a potenziare le doti canore dei suoi adepti, che –più o meno volontariamente- man mano cresceranno di numero, ma avrà la scopo superiore di far crescere ogni singolo studente che deciderà di proseguire il suo percorso scolastico sotto la sua ala. Il cammino verso il successo però è tempestato di insenature: Will dovrà combattere a pieni pugni contro l’indifferenza generale, non solo dell’istituzione scolastica, ma anche dei suoi colleghi. Soprattutto l’insegnante di educazione fisica nonché allenatrice delle cheerleader “Cheerios” più acclamata, Sue Sylvester, la cui genialità e “cattiveria” si mischiano dando origine a uno dei personaggi più amati e controversi della serie tv.

Il secondo tipo di insegnamento che la serie tv ci offre è più sottile, e viene percepito direttamente dal nostro inconscio: i ragazzi del McKinley ci porteranno con loro a vivere gli anni dell’adolescenza con tutti i suoi pregi e difetti, che in questo caso sono di più. Gli aderenti al Glee Club sono i cosiddetti “sfigati” (loser, perdenti) della scuola, nonostante ci siano il quarterback della squadra di football Finn Hudson e il suo compagno Noah Puckerman. Nonostante –inizialmente come spie- troviamo le tre più famose cheerleader, nonché la “Unholy Trinity”, Quinn con Santana e Brittany. Ma abbiamo a che fare anche con un ragazzo gay vittima di bullismo e con un altro sulla sedia a rotelle, una coreana balbuziente ed una corpulenta ragazza di colore con manie di divismo in costante guerra con Rachel Berry, futura star di Brodway- o almeno è ciò che lei vorrebbe diventare.

Ebbene, ognuno di questi ragazzi ci farà conoscere da vicino realtà con cui conviviamo ogni giorno ma che ignoriamo. Il bullismo innanzitutto, impareremo a metterci nei panni dell’altro. Impareremo ad affrontare le nostre paure, a coltivare le nostre ambizioni, a far di tutto pur di arrivare in cima perché è quello il nostro posto. Impareremo a non farci abbattere da nessuno, a credere in noi stessi. Riscopriremo valori come l’amicizia, la fedeltà, l’unità. Capiremo quanto sia importante avere qualcuno che ci tenga la mano, che ci sia in ogni caso. Per questo e per molto altro, “Glee” non è solo la storia di una scalata verso il successo, come si potrebbe desumere dalla sua trama. Glee è un insegnamento di vita, un punto di partenza per l’apertura mentale. Per aprirsi a nuove realtà, per combattere i pregiudizi. E per riscoprire valori che, nella società attuale, sono sempre più difficili da trovare.

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