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Perché Game of Thrones ci ricorda ancora quanto avremmo ancora bisogno delle sigle per le Serie Tv

Baelor Targaryen in A Knight of the Seven Kingdoms, spin-off di Game of Thrones
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Alcune settimane fa abbiamo riascoltato, in due momenti diversi, la sigla di Game of Thrones. È successo, in particolare, in uno dei suoi spin-off, il fortunato A Knight of the Seven Kingdoms: lo abbiamo raccontato nelle recensioni della prima e della quarta puntata, parlando di reinterpretazioni con una chiara funzione narrativa. Al di là delle dinamiche della serie, però, una cosa colpisce più di tutte: la capacità di quella musica di generare immediatamente hype. Le note di Ramin Djawadi ci hanno riportato a casa, riconnettendoci in un attimo a un mondo in cui abbiamo vissuto anni importanti di televisione.

Sono bastati pochi momenti e una piccola sezione del brano per tornare indietro di anni, lasciandoci con la sensazione vivida che questa sia più di una fisiologica nostalgia: quella sigla assolve un compito specifico, ben chiaro agli autori e ai produttori televisivi di un tempo e oggi perduto in una percentuale molto significativa di casi. Perché le sigle servivano, servono e serviranno ancora, seppure siano in via d’estinzione.


Non è un caso, allora, che l’altro spin-off di Game of Thrones, House of the Dragon, si sia mossa con una scelta ancora più drastica: riutilizzare la vecchia sigla e farla propria, in tutto per tutto.

Alicent Hightower, protagonista della serie tv House of the Dragon
Credits: HBO

Un chiaro segno di continuità, un filo che non si interrompe da una serie all’altra ma che si rinnova nei secoli della saga di Martin, creando un effetto molto interessante. Non la soluzione “pigra” che qualcuno aveva sottolineato, ma il rinnovamento della centralità di una sigla che ha caratterizzato fortemente la serialità televisiva negli ultimi quindici anni. Una tra le migliori in assoluto per il suo carisma, per la sua forza evocativa e per la capacità di ricordare il patto implicito con lo spettatore: questa è molto più della visione di una serie.

Quelle città che emergevano dagli ingranaggi non erano solo estetica: erano uno storytelling a sé stante. Cambiavano in base alla trama, segnalavano spostamenti, anticipavano conflitti. Era world-building, in sostanza. Ha contribuito significativamente alla costruzione dell’identità del franchise: è il suo perno, capace di creare una connessione sul lungo periodo attraverso una soluzione che garantisce, al contrario, grande immediatezza. Qui si sente un vuoto, oggi: molte serie costruiscono mondi complessi, ma rinunciano a uno spazio dedicato per farli respirare. Un’opportunità per alimentare la propria anima, vivendo quasi autonomamente e in totale sinergia col racconto principale.

Si arriva così al punto centrale di questo articolo: la sigla era parte di un evento televisivo, creava appartenenza e immedesimazione.

Restituiva, idealmente, il senso d’attesa che sfociava nell’evento stesso.

Già, un evento. Altra parola in via d’estinzione, e non è un caso. La parabola discendente delle sigle si connette bene alla fruizione delle serie stesse e alla rilevanza culturale meno centrale che hanno assunto negli ultimi anni coi singoli titoli. Niente di nuovo, per chi ci segue, e la sigla è in qualche modo la chiave d’accesso a quei microcosmi. È la terra di mezzo in cui lasciamo la nostra realtà e ci immergiamo nella fantasia televisiva.

Non era solo una questione estetica o musicale, d’altronde: la sigla era un vero e proprio rituale. Un momento di passaggio che separava ciò che stavamo vivendo da ciò che stavamo per vivere. Senza quel confine, tutto diventa più fluido e più veloce, ma anche più indistinto. I contenuti sono cambiati, ma è mutato ancora di più il nostro approccio a essi.

Game of Thrones è un esempio perfetto di tutto ciò in ogni senso possibile.

Ci siamo così ritrovati a rivivere per un attimo le pagine più liete di questo controverso capitolo televisivo, ritrovando tra i commenti sui social la forza di una community che vive sensazioni simili nello stesso momento. Sincronizzati, tutti insieme. Grazie a quelle note, quasi fosse l’incantesimo di un ipnotizzatore di serpenti.

Il punto non è solo cosa guardiamo, ma come ci entriamo dentro. La sigla funzionava come una transizione mentale: pochi secondi per lasciare fuori il resto e immergersi davvero nel racconto. Oggi quell’ingresso è spesso immediato, brusco. Nella velocità con cui ci presentiamo all’appuntamento, perdiamo parte della profondità con cui viviamo ciò che segue.

Come si può pensare, allora, di rinunciare a tutto questo?

Molti lo stanno facendo, in particolare chi ha modalità di distribuzione che favoriscono il binge watching attraverso la distribuzione in blocco: in una parola, Netflix. Non è l’unica, sia chiaro: le sigle televisive si stanno estinguendo un po’ ovunque, ma la piattaforma di streaming è la prima che viene in mente. Nel momento in cui l’esperienza della serie è prolungata nella stessa giornata e si mette in secondo piano la centralità delle singole puntate a favore di un racconto più organico, la sigla diventa un impiccio per tanti. Lo skip intro, funzione introdotta proprio da Netflix, è utile per chi non vuole ripassare attraverso la sigla più volte nel corso di una stessa “sessione”, non spezzando il flusso di visione.

Difficile pensarci distaccatamente oggi, ma non è solo una questione di comodità: è un cambio di paradigma, in tutto e per tutto. Lo skip non si limita a eliminare l’introduzione: resetta l’abitudine. Un tempo morto, all’apparenza, che costruiva memoria. Ridurre tutto al flusso continuo significa rendere ogni episodio più facile da consumare, ma anche più difficile da distinguere.

Prima c’era un’attesa, oggi c’è una continuità. Ogni episodio aveva una porta d’accesso, oggi scorre nel successivo. Il momento riconoscibile è diventato parte di una massa uniforme, più asettica. È un cambiamento profondo e come esso va visto. E le sigle sono uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione.

La visione perde così un pezzo della propria anima, ed è un peccato: la stessa Netflix, d’altronde, ci ha regalato alcune sigle fenomenali negli ultimi anni.

Steve Harrington in stranger things
Credits: Camp Hero Productions, 21 Laps Entertainment, Monkey Massacre

Pensiamo a Stranger Things, una delle ultime serie evento, ma anche alla straordinaria opening di The Crown o a quella di Dark: le note, riconoscibili dopo un istante, ci riportano lì anche senza ascoltarla, anche solo nominandole in questo preciso momento. Vale per la musica e altrettanto per le immagini da essa accompagnate: comunicano con grande forza, quando si ha a che fare con opere del genere. E sarebbe bello poterle ritrovare sistematicamente nel panorama televisivo contemporaneo.

Fare altri esempi sarebbe persino superfluo: riuscireste a immaginare la visione di una puntata di Friends o How I Met Your Mother senza le rispettive sigle? E cosa dire di Twin Peaks, una delle sigle più geniali mai viste in tv? Potremmo andare avanti per ore, ma questo non è un articolo nostalgico: è la presa d’atto del fatto che avrebbero forte rilevanza anche oggi. Sempre con caratteristiche peculiari, visto che ogni racconto genera un mood diverso.

Si arriva a pensare, allora, alle brevissime intro di Breaking Bad o Lost: bastano pochissimi secondi, talvolta, per assolvere una funzione. In altri ancora la sigla sarebbe un peso evitabile, una forzatura che si scontra con dinamiche di racconto di diversa natura. Si parla però, di eccezioni: la regola dovrebbe ancora riguardare l’investimento su una sigla.

Per troppe piattaforme, però, è una spesa non necessaria: la priorità è essere qui e ora in una sfida sul breve periodo. E poco conta se le sigle abbiano la capacità di creare una memoria condivisa. Essere storia, a loro volta.

Le sigle, così, sopravvivevano dopo la visione: oggi, peraltro, rappresentano pure un contenuto per rinnovare l’esperienza sui social. Oggi molte serie funzionano benissimo nel momento in cui le guardiamo, ma faticano a lasciare un segno altrettanto chiaro nel tempo. Senza un elemento ricorrente e distintivo, anche la memoria si fa più fragile.

Non sono aspetti secondari, e non è un caso che per molti che hanno abbandonato le sigle altri abbiano fatto una scelta in continuità col passato. La stessa HBO di Game of Thrones, anche grazie alla fortunata tradizione in questo senso, continua a utilizzarle massivamente. Lo stesso vale per Apple TV, il cui sogno fuori dal tempo diventa tale anche con note riconoscibili e immagini ricorrenti.

Più le serie diventano veloci, immediate e consumabili, più avremmo bisogno di qualcosa che le renda memorabili. Avremo sempre tempo per lasciare spazio a una sigla, ed è importante tenerlo a mente. Quando lo dimentichiamo, ci pensa lo spin-off di una serie iconica: pochi istanti di Game of Thrones e sappiamo di esser pronti a vivere qualcosa di speciale. Prossimi a fermare il tempo, prima di lasciarlo scorrere dentro una nuova avventura.

Antonio Casu