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Quel momento in cui Jaime Lannister ha confessato tutto e ci ha lasciato senza fiato

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ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su Game of Thrones.

They called him the Lion of Lannister to his face and whispered “Kingslayer” behind his back. (A Game of Thrones)

Dimentichiamoci per un attimo dell’ottava stagione di Game of Thrones. Dimentichiamoci degli archi di evoluzione distrutti e delle scelte narrative discutibili. Facciamo invece un salto indietro nel 2013, quando la terza stagione è approdata sui nostri schermi. Lasciamo che la nostra mente si perda nei meandri del passato, conducendoci al giorno in cui abbiamo visto per la prima volta l’episodio “Kissed by Fire“. Si tratta di un titolo eloquente, che con solo tre parole ci parla della chioma infuocata di Ygritte, della paura del Mastino per le fiamme, così come dell’ossessione del Re Folle per l’Altofuoco.

Prodotto dalla Gilda degli Alchimisti, è un liquido esplosivo capace di bruciare a lungo, talmente potente da non poter essere spento nemmeno con l’acqua. Una volta esploso, le sue fiamme divampano. La pelle si ricopre di vesciche e si scioglie, fino a lasciare solo ossa. Completamente distruttivo, l’Altofuoco ha la stessa forza del pregiudizio che, come ben sappiamo, una volta penetrato nella mente dell’uomo difficilmente può essere estratto. Ma se guardiamo ai vari personaggi della serie HBO, è possibile trovarne uno che è riuscito a farci ricredere su ciò che pensavamo di sapere, così come apprezzare la capacità dello show di raccontare l’essere umano in tutte le sue sfumature.

Stiamo parlando di Jaime Lannister, uno dei personaggi più complessi di Game of Thrones.

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E uno dei più amati, nonostante un’introduzione tutt’altro che positiva. L’uomo che conosciamo nelle prime due stagioni è infatti arrogante, crudele, spesso irritante. Si macchia di terribili crimini, che sia in nome della sua famiglia o per guadagno personale: basti pensare alla relazione incestuosa con Cersei, al tentato omicidio di Bran, o a quello riuscito del cugino. Beffardo e impudente, all’inizio il Lannister era un villain che amavamo odiare, ma che poteva correre il rischio di rimanere fermo nello status quo, incapace di crescere. Fortunatamente, a partire dalla terza stagione le cose sono cambiate. Improvvisa e scioccante, la perdita della mano segna un punto di svolta determinante nel percorso di Jaime che, dopo essere stato sconfitto e catturato dagli Stark, viene domato dalla perdita dell’arto.

Per un momento, non c’è più traccia dell’arrogante Guardia Reale che sfidava Ned Stark, o del prigioniero sfrontato che non mancava mai di farsi beffe di Brienne. Ci ritroviamo invece davanti a un uomo distrutto, vulnerabile. Privato della sua forza (associata alla mano destra con cui combatte), il più grande spadaccino di Westeros si ritrova a mettere in discussione la sua identità di guerriero. Ma ancor più di questo, Jaime lascia finalmente cadere la maschera del Leone di Lannister, mostrandosi per ciò che è veramente in una confessione intima e toccante.

Nella suggestiva e tetra Harrenhal, la verità viene a galla.

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Ad Harrenhal c’erano enormi vasche, fatte di pietra. La sala dei lavacri era impregnata dei vapori che si levavano dall’acqua. Jaime aveva varcato quella foschia nudo come il giorno in cui era venuto al mondo, sembrando per metà un cadavere e per l’altra metà un dio. (Il Banchetto di Corvi)

La parole di Martin vengono trasportate perfettamente sul piccolo schermo. La location scelta per questa rivelazione è infatti intima e fosca: una sala da bagno illuminata da poche torce, densi vapori che impregnano l’aria e avvolgono i personaggi come in un sogno. Spogli dei loro vestiti, così come delle loro difese, Jaime e Brienne sono i protagonisti di uno dei momenti più impattanti e rivisti di Game of Thrones. Una scena dalla regia semplice, fatta di un susseguirsi di campo e controcampo che ci racconta tanto della verità di Jaime quanto della presa di coscienza di Brienne. Nessuna musica di sottofondo, salvo gli archi di “Kingslayer” introdotti negli istanti finali. Ma fino ad allora solo il rumore dell’acqua, l’impercettibile crepitio delle fiamme e la voce di Jaime, flebile ma carica di tutte le emozioni provate diciassette anni prima come in quel momento.

Per qualche minuto, il pubblico non è più seduto sul divano di fronte alla televisione, ma dentro quella vasca. Il punto di vista di Brienne diventa quello dello spettatore, entrambi convinti di sapere chi abbiano di fronte a loro: lo Sterminatore di Re, lo spergiuro, un uomo senza onore. Ma il disprezzo negli occhi della guerriera di Tarth non è niente in confronto al risentimento nella voce fioca di Jaime che, stanco dei litigi, si lascia andare a un racconto che trasformerà lo sdegno della donna in curiosità, e la curiosità in orrore.

Game of Thrones ci prende così completamente alla sprovvista.

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Non con esplosioni o colpi di scena spiazzanti, ma con una sincera e profonda vulnerabilità che non ci saremmo mai aspettati da Jaime Lannister. Il racconto su quello che è accaduto il giorno dell’uccisione di Aerys Targaryen è infatti una prospettiva del tutto inedita: nel silenzio della sala da bagno, Jaime ricorda l’ossessione per l’Altofuoco del Re Folle, talmente paranoico da ordinare ai suoi piromanti di piazzarlo in ogni angolo della capitale. Attraverso la sua brillante interpretazione, Nikolaj Coster-Waldau è capace di portare a galla il Jaime adolescente che, nonostante la giovane età, è consapevole delle ripercussioni della vittoria di Robert Baratheon al Tridente. Sa bene che la natura del padre lo porterà a schierarsi dalla parte dei vincenti, così come come l’incapacità di ascoltare del suo sovrano lo condurrà alla rovina.

Ma più che la sua consapevolezza, sono i suoi tentativi di convincere Aerys ad arrendersi a mostrarci quanta umana nobiltà ci fosse già in Jaime. Per la prima volta ci appare non come un vile antagonista, ma un personaggio dotato di sfumature, combattuto fra onore e dovere, fra il suo ruolo di Cavaliere e quello di figlio. Una figura che ha motivazioni reali e comprensibili, oltre che difficili decisioni morali da prendere.

Game of Thrones non ha dovuto ricorrere a flashback per farci comprendere le vicende.

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Le parole di Jaime sono sufficienti per visualizzare il caos, la violenza e l’incertezza vissuti dal personaggio. Ma ciò che colpisce più di ogni cosa, è il dolore e il trauma che impregnano il ricordo dell’ordine di Aerys, accompagnato da una lacrima solitaria e i commoventi archi di Ramin Djawadi:

“Bruciateli tutti”, disse. “Bruciateli nelle loro case e bruciateli nei loro letti”. Dimmi, se il tuo amato e prezioso Renly ti avesse ordinato di uccidere tuo padre e di restare a guardare mentre migliaia di uomini, donne e bambini bruciavano vivi, tu lo avresti fatto? Avresti mantenuto il tuo giuramento?

Frustrato e angustiato, Jaime pone Brienne di fronte a un dilemma morale che mette in luce la natura contradditoria dell’onore: nel mondo di Game of Thrones, l’onore richiede che vengano mantenuti determinati giuramenti, ma è possibile che quest’ultimi possano entrare in conflitto con altri. Dunque, anche se i cavalieri giurano di obbedire ai loro lord, allo stesso tempo questi sono tenuti a non chiedere ai propri soggetti di compiere azioni che potrebbero disonorarli. Purtroppo, nella Guardia Reale non esiste questo tipo di scappatoia.

Jaime si ritrova così combattuto fra l’ordine di Aerys e la sua decenza umana.

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Intrappolato in una situazione drammatica, è costretto a mettere in discussione i suoi doveri e la sua morale. E il modo in cui Waldau riesce a veicolare questa conflitto interiore è assolutamente perfetto. Jaime è stanco di essere giudicato da coloro il cui onore non è mai stato sfidato, da chi non ha mai dovuto infrangere il proprio giuramento in virtù di ciò che è giusto. Eppure, nonostante la legittimità delle sue azioni, nel suo sguardo e nelle sue parole c’è comunque una tenue ma distinguibile traccia di vergogna. Un’onta che lo accompagna mentre rievoca l’uccisione del piromante e del re:

Prima uccisi il piromante. Subito dopo, quando il re si voltò per scappare, io gli piantai nella schiena la mia spada. “Bruciateli tutti”, continuava a ripetere, “Bruciateli tutti”. Non credo si aspettasse davvero di morire. Il suo piano era di bruciare con tutti noi per poi sorgere ancora e rinascere in forma di drago per ridurre i nemici in cenere. Gli tagliai la gola per essere sicuro che non succedesse. E fu in quel momento che Ned Stark mi trovò.

Il ricordo di diciassette anni prima è ancora vivo nella mente di Jaime, stanco, addolorato ma anche sollevato. O almeno finché Brienne non gli chiederà perché non avesse rivelato la verità a Ned Stark. Ed è qui che lo spettatore finisce per rivalutare anche il personaggio di Sean Bean. Difatti, quel rigore che avevamo amato nel Lord di Grande Inverno si rivela essere il motivo per cui è stato gettato fango e disprezzo sul nome del Lannister. Dunque, l’uccisione alle spalle che lo ha reso il “Kingslayer” si ribalta, costringendoci a farci riflettere sulle certezze che avevamo su Jaime.

Stark…Credi che l’onorevole Ned Stark avesse voglia di ascoltare la mia versione? Lui mi giudicò colpevole appena posò lo sguardo su di me. Con quale diritto può un lupo giudicare un leone? Con quale diritto?!

Jaime non si limita a pronunciare queste parole, le ruggisce.

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Perché alla fine, pur non amandolo particolarmente, l’uomo aveva sempre avuto un grande rispetto per Eddard. E il ricordo del suo giudizio affrettato fa emergere un collera che è più che comprensibile: per tutta la sua vita, è stato criticato e disprezzato per aver salvato Westeros da un mostro. Seppur violento, il suo era stato un atto eroico guidato dall’onore, non dalla superbia o dalla codardia. Giudicato ancor prima che potesse spiegarsi, il giovane Jaime cresce circondato da sussurri e pregiudizi che, insieme al rapporto tossico con Cersei, avranno una grande influenza sull’uomo che diventerà. O perlomeno su una parte.

Ma nonostante ciò, la nobiltà e la decenza della sua gioventù non lo abbandoneranno mai completamente. Ed è proprio per questo che odierà sempre per quel titolo dispregiativo che per anni verrà sussurrato alle sue spalle. Un titolo che, anche dopo la sua confessione a cuore aperto, Brienne torna a usare mentre lo soccorre fra le sue braccia. Esausto, sopraffatto dalle emozioni, dal dolore. Ma comunque ancora abbastanza lucido da ricordarle quale sia il suo vero nome, la sua vera identità.

“Jaime, il mio nome è Jaime…”

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Una struggente supplica che ci costringe a rivalutare un personaggio che fino ad allora si era dimostrato detestabile. Chiaramente, la verità sull’uccisione del Re Folle non assolve i suoi crimini, ma se non altro ricontestualizza ciò che avevamo visto in passato, mettendo in luce la complessità di un personaggio afflitto da un’affascinante dualità: il Leone di Lannister da un lato, l’uomo onorevole dall’altro. Due facce della stessa medaglia che vengono incarnate perfettamente dalla relazione con la sua famiglia (in particolare Cersei) e quella con Brienne.

Il Lannister in lui è affascinante, egocentrico e spietato. È disposto a tutto pur di proteggere la relazione con Cersei o la dignità della sua casata, mettendo da parte le sue debolezze umane a favore di un arrogante senso di superiorità. Ma grazie a Brienne l’uomo onorevole inizia a tornare in superficie, mostrandoci quanto Jamie possa essere devoto, coraggioso, altruista. Dunque, siamo di fronte a un personaggio combattuto fra due poli della sua personalità, fra due principi che spesso si contraddicono fra loro, lasciandolo nell’incertezza su quale strada intraprendere. Rimanere fedele alla sua famiglia, o fare la cosa giusta?

Essere lo Sterminatore di Re, oppure un Cavaliere onorevole?

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La confessione nella vasca da bagno sarà l’inizio di un importante percorso di redenzione, favorito soprattutto dall’amicizia con Brienne. Un legame basato su una complicità che Jaime non troverà mai altrove, ma che sarà sufficiente per tirare fuori il meglio di sé. La bontà e il coraggio che lo avevano spinto a salvare gli abitanti di Approdo del Re, l’onore che paradossalmente era stato infangato tanti anni prima dall’uomo più onorevole di Westeros.

Nikolaj Coster-Waldau non ha sempre ricevuto gli stessi elogi dei colleghi, ma di fronte a un’interpretazione simile non possiamo che inchinarci. Armato di un talento mostruoso, è riuscito a trasmettere una vulnerabilità che, pur essendo riemersa anche in seguito, non è mai più risultata così autentica e cruda. Ed è anche per questo se il graduale declino del suo personaggio fa ancora così male. Ma ancora una volta vi esortiamo a dimenticarvi dei fallimenti dell’ottava stagione, perché – dopotutto Game of Thrones non è solo il suo finale. Non indugiate su una morte indegna e deludente, ma tenete stretto a voi il ricordo di questo Jaime: per metà un cadavere e per metà un dio. Vulnerabile, e per la prima volta umano.

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