Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Immaginate per un attimo la scena: Joey Tribbiani cammina per strada ai giorni nostri, giovane come sempre. Sorride, magari con una pizza tra le mani. Una folta chioma scura al vento e lo sguardo sornione di chi ha sempre la battuta pronta. A un certo punto incrocia un adolescente tra i 13 e i 14 anni: il ragazzo lo osserva, sorride a sua volta e lo indica con il dito. L’ha riconosciuto. Sa che quello è Joey Tribbiani, bello come il sole. Sorride, il ragazzo. E sa.
Glielo dice: “Hey, ma tu sei il padre di Joey!”.
Il padre? Sul serio?
Eh, sul serio. Quello che ha incrociato non è mica Joey Tribbiani, ma al massimo ciò che è stato per anni. Ciò che sarà per tutta la vita, in realtà.
Il cortocircuito, di conseguenza, è inevitabile.
Perché sì, ha semplicemente riconosciuto Matt LeBlanc, il suo storico interprete. LeBlanc ha oggi 59 anni e i capelli bianchi. Il suo corpo è cambiato, le forme si sono ampliate e LeBlanc dimostra l’età che ha, senza ricorrere a correttivi di sorta: è uno splendido sessantenne e si spera non abbia perso quel sorriso che l’ha reso celebre in tutto il mondo.

Immaginate la scena, non è difficile: è più o meno quello che è successo davvero, alcuni anni fa, all’attore.
L’ha raccontato più volte con una certa ironia. L’ha fatto, per esempio, nel 2019, nel corso di un’intervista al Live with Kelly and Ryan: “Qualche anno fa stavo camminando per strada e un ragazzino, che avrà avuto 13 o 14 anni, mi ha detto: ‘Oh mio Dio, sei il papà di Joey!”’. LeBlanc, in tutta risposta, gli chiese con un vigore ironico di andarsene, concludendo l’aneddoto con una risata.
Fa sorridere, in effetti, pensare che un tredicenne conoscesse Friends, forse attraverso piattaforme come Netflix, e si fosse abituato a interagire con il ventenne Joey al punto da riconoscerlo per strada, trovandosi però di fronte “suo padre”. E non c’è niente di strano: all’epoca erano passati più di vent’anni tra la prima volta di Friends e quell’incrocio per strada, ed è bello sottolineare ancora una volta come la sitcom abbia avuto la forza di attraversare i decenni dopo aver rappresentato una generazione specifica, creando un forte legame anche con quelle successive.
Niente di nuovo, per chi ci segue: mostra come Friends abbia reso davvero immortali i suoi protagonisti, giovani imperituri anche dopo tantissimo tempo.
È un fenomeno che può essere visto da molti punti di vista.
C’è chi sorriderà all’idea che figli e nipoti si appassionino a una storia che li aveva visti, in qualche modo, parte di quella realtà attraverso personaggi in quel momento coevi. E chi, parallelamente, tornerà agli anni Novanta per ritrovare i propri vent’anni.
La nostalgia può essere un porto sicuro, d’altronde: è un ritorno a casa, la prima casa. Non ci sarà niente di male nel perdersi ogni tanto in un dolce ricordo.
C’è poi chi, decenni dopo, si immerge in un mondo non suo per provare sensazioni contrastanti: da un lato scoprirà insospettabili affinità con personaggi tanto lontani, dall’altro proverà un senso di straniamento per una realtà analogica così diversa da quella attuale.
Una volta straniatosi, rischierà poi di provare nostalgia per un’epoca che non ha vissuto in alcun modo. Quelli bravi la chiamerebbero “fauxstalgia”.
Anche in questo caso, si può sorridere. A un certo punto, però, arriva in me una certa malinconia. In me, trentasettenne che ha visto a sua volta Friends fuori tempo pur avendo ricordi sufficienti per tornare, nitidamente, a un tempo in cui gli smartphone non esistevano e l’intelligenza artificiale era ancora parte della fantascienza più audace.
Perché è bello essere giovani per sempre, certo. Ma allora significa che il meglio sia davvero alle spalle?
Forse penserete che stia esagerando. Ed è giusto premettere che io, per natura, rifugga la nostalgia. Anche io riguardo Friends di tanto in tanto, e rido come la prima volta. Ho oltretutto un’età che mi permette oggi di riconoscermi nei protagonisti – soprattutto Chandler, e ci aggiungo un cuore enorme – ben più di quanto potessi fare quindici anni fa, riportandomi a Friends con un sentimento ancora più forte.
Anche io trovo bella l’idea di tornare, di tanto in tanto, in un tempo così diverso, senza i filtri digitali oggi onnipresenti. E ogni tanto mi piacerebbe poter flirtare ancora con una ragazza conosciuta chissà come con tutte le scomodità di un telefono fisso, invece che su WhatsApp o attraverso un social.
Dura un attimo, quel sentimento nostalgico. Poi ho una gran voglia di tornare alla mia realtà, seppure fragile e imperfetta. Storta, da tanti punti di vista.
Ma non voglio divagare. Il punto è che l’aneddoto sul “papà di Joey Tribbiani” mi ha sì fatto sorridere, ridendo quando ho immaginato una reazione di LeBlanc affine a quella che avrebbe avuto il suo personaggio. Poi, però, cosa resta davvero?
Mi rimane in testa un adolescente che riconosce un personaggio fermo nel tempo e, parallelamente, in movimento. Un ventenne degli anni Novanta che ha ancora vent’anni trent’anni dopo, mentre il mondo è andato avanti. E questo mi intristisce un po’ di più. Così come mi intristisce l’idea che un sessantenne, al posto del ragazzino, avrebbe rischiato di reagire nel medesimo modo, rischiando quindi di negare la realtà.
Una realtà in cui Matt LeBlanc ha sessant’anni e il suo Joey Tribbiani, se camminasse oggi per strada, ne avrebbe altrettanti. Anche se avrà vent’anni per sempre, sul piccolo schermo.

Ripeto: magari sto esagerando. Ma parlo soprattutto con chi potrebbe vedere qualcosa di triste nell’idea che Joey e LeBlanc, manco fossero davvero la stessa persona, stiano invecchiando. Per me, invece, è il contrario: quando ho ritrovato i protagonisti di Friends nella reunion del 2021, è stato bello ricordare ma anche vederli lì, non più giovani. Figli di un tempo che scorre, non di un punto fermo che rinnoverà gli anni Novanta per sempre. Anni Novanta che sono ormai ovunque, facendo provare nostalgia anche per cose che venivano detestate mentre erano parte dell’attualità.
Per intenderci: vorreste davvero scambiare le comodità odierne con l’immagine romantica e idealizzata degli anni Novanta che abbiamo oggi? Magari con l’immagine stessa di Friends, specchio ovattato di una realtà da noi vissuta solo fino a un certo punto? Non ci crederò mai.
La nostalgia, tuttavia, impera ovunque: sono persino tornati in auge i CD e le cuffie col filo, figuratevi. E Friends sta sempre là tra le serie più viste, mentre le piattaforme sfornano decine di titoli nuovi ogni mese.
Sono serie meno valide? Forse sì, forse no. Talvolta è vero, talvolta si dà un valore concreto alle cose solo dopo anni. Ed è pure normale, in realtà: è un fenomeno che abbiamo affrontato più volte su Hall of Series.
In ogni caso, sarà sempre bello riguardare Friends. Ma mi spaventa l’idea che non si voglia andare avanti.
Investire emotivamente su nuovi personaggi e su nuove storie, guardarsi indietro e pensare che certi momenti si possano vivere solo se si torna al passato. Se si torna lì, oppure se si fa per la prima volta. Come fa un ragazzino che guarda LeBlanc e vede il padre di Joey Tribbiani.
Sì dai, lo ammetto: forse ho esagerato sul serio. Forse mi sarei dovuto limitare a sorridere all’aneddoto di LeBlanc, ridere quando ho immaginato la sua espressione e far partire una puntata a caso di Friends. Intravedere il giovane Joey all’orizzonte tra la realtà e la fantasia, davanti alla vetrina di una bella pasticceria, mentre incrocio un fantastico sessantenne e lo vedo come tale.
Ancora Joey, mica suo padre.
Sì, forse sì. Oppure dovremmo aprire le braccia a nuovi ricordi da ritrovare nostalgicamente tra vent’anni. E lasciare andare, una volta per tutte, gli anni Novanta.
Non sarebbe un addio, d’altronde. Al massimo, un arrivederci.
Antonio Casu






