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Forse i 28 anni di differenza tra la nascita di Friends e oggi non sono mai esistiti

Il seguente articolo contiene spoiler su Friends.

O forse come titolo migliore dell’articolo potrei usare: Quello dove io inizio Friends 28 anni dopo“. La sitcom di Marta Kauffman e David Crane è diventata parte integrante delle mie giornate da un po’ di tempo a questa parte e la spiegazione di come siamo arrivati a questo punto è complicata. In maniera completamente atipica rispetto a gran parte del resto del mondo, ho conosciuto Marta Kauffman grazie a Grace and Frankie e mi sono innamorato sia della serie tv che della sua mano. Ho sempre sentito parlare di Friends e della sua grandezza, ma è stato solo col finale di Grace and Frankie che la situazione si è smossa. Ormai privato di un prodotto al quale mi ero affezionato e in costante ricerca di quel tipo di idea, scoprire la serie tv che aveva fatto esplodere la Kauffman sembrava la scelta migliore. Inoltre anche il fatto che Friends abbia per sempre rivoluzionato il mondo delle comedy non era così male come fattore aggiuntivo.

Sotto molti consigli che ancora adesso ringrazio, sono stato catapultato indietro nel tempo di ventotto anni e in uno scenario che già in passato avevo provato a conoscere, per poi desistere pochissime puntate dopo. Mi sono sempre trovato ad affrontare Friends come argomento di discussione in qualsiasi dibattito sul mondo delle serie tv e dei prodotti a me più affini e il poter finalmente dire la mia sulla serie mi sembrava una prospettiva tanto appagante quanto sollevante. Potrei spiegare in tantissimi modi quanto e quale sia il mio rapporto attuale con Friends, ma credo che il modo migliore per capirmi sia il seguente.

Avrei voluto scrivere questo articolo dopo il finale della prima stagione; sono arrivato a metà della sesta.

Neanche nella mia più rosea aspettativa mi ero immaginato una situazione di assuefazione e quasi dipendenza così forte e incontrollabile. E da un certo punto sento come se questi ventotto anni non siano mai realmente esistiti. Certo, alcune battute e allusioni dei personaggi sarebbero decisamente inadatte a un rilascio odierno, ma mai durante la visione ho dimenticato la giusta collocazione storica e sociale del prodotto. Anzi, sotto molti punti di vista mi sarei aspettato una sitcom più bigotta e retrogrado rispetto a quanto ho trovato. Il mondo ha giustamente dichiarato che Friends abbia rivoluzionato il genere e la percezione dello stesso e – per quanto dubitavo che tutti si fossero messi d’accordo per mentire – non ero in grado di quantificare quanto questa fosse rivoluzionaria.

La risposta è: molto più di quanto sperassi. Sono rimasto stregato da un prodotto che ben evidenzia tutti i problemi della società dell’epoca, ma tra catcalling e maschilismo ho trovato scene a difesa della figura femminile e della sua indipendenza. Si è parlato liberamente di appagamento dal punto di vista sessuale di entrambi gli individui, completamente sdoganata l’assenza di differenze tra uomini e donne in quanto a notti brave o cambi di partner frequenti. È stato un lato decisamente affascinante perché inserito in modo sottile e velato, con molte relazioni che avvengono anche off-screen e lasciano sulla serie un lascito dato dalla parola di chi racconta. Una forte scelta che va contro il famoso “show don’t tell” anche per ovviare a tempistiche e ritmi comici sempre rispettati alla perfezione in ogni singolo episodio.

Mi sento sempre più in linea col pubblico di Friends

A partire dall’amore universale indirizzato verso il personaggio di Chandler, con il quale ho rivisto tutti i pregi che mi han fatto innamorare della mente di Marta Kauffman: one-liner perfette, comicità autoironica, ottima mimica facciale e gesticolare e voglia di rompere l’idea di maschio alpha. Un personaggio in grado di alzare il livello di qualsiasi scena lo includa come protagonista o comparsa sullo sfondo, anche quando è vittima di ilarità da parte dei suoi amici per il suo carattere opposto all’ideale dell’uomo dell’epoca. L’ennesimo esempio di equilibrio perfetto tra il portare su schermo temi sensibili con ironia, ma senza ridicolizzarli. È un tipo di scrittura tanto geniale quanto pericolosa se non esaltata alla perfezione, cosa che Friends riesce a fare.

Per non parlare della relazione tra lui e Monica, altro personaggio che ho adorato e che ha una chimica genuina con il compagno ogni volta che i due condividono lo schermo. Ricordo tra l’altro di essere a metà della sesta stagione quindi purtroppo – o per fortuna – ho ancora molto da scoprire su loro due e tutto il resto di Friends. Il personaggio di Joey a esempio è scritto sulla base di uno stilema narrativo che non ho mai apprezzato: il latin lover che riesce a sempre a fare colpo sulle ragazze e sa di essere un gran figo. Eppure queste sei stagioni sono riuscite a presentarlo sotto un’ottica che voleva denunciare questo tipo di atteggiamenti ed evidenziarne le debolezze e insicurezze nascoste. Il tutto mantenendo sempre un tono indirizzato alla risata e che mai come in questa serie ho trovato raffinato e ricercato.

L’idea di non concludere quasi nessuna vicenda o episodio nella tristezza, inserendo sempre la battuta che per molti potrebbe risultare di troppo, mi ha preso alla sprovvista inizialmente. Ben più abituato alle comedy attuali che cercano di bilanciare risate e momenti drammatici molto forti, il modus operandi di Friends mi risultava indecifrabile. Invece col passare del tempo vi ho trovato un significato molto bello di fondo, l’idea di voler mantenere fede al genere proposto inserendo il drama per un pubblico forse non ancora pronto ad affrontarlo in una sitcom. Come tanti altri ambiti, Friends ha finto di coprire ogni momento con una battuta che, a un orecchio più interessato al drama, sparisce. In breve: se si cerca di ridere c’è il modo di farlo con la gag conclusiva, se si sta cercando un tono più drammatico quella piccola aggiunta non andrà a intaccare in alcun modo la percezione della scena.

Forse questi ventotto anni non sono mai esistiti

friends

Se è vero che per l’industria Friends è nata nel 1994, per me è nata quest’anno. Io ho scoperto questa serie tv da pochissimi mesi e di questi ventotto anni non ne ho sentito neanche uno pensandoci bene. Il prodotto mi ha stregato indipendentemente dalla data di uscita, indipendentemente da quello che abbia significato per le altre persone o per il piccolo schermo. Oltre ogni pregio tecnico e commento di apprezzamento sotto un punto di vista più distaccato, oggi faccio partire una puntata di Friends principalmente perché mi sento bene a vederla. Per il motivo più semplice e sincero per cui la serie fu probabilmente ideata ai tempi. Provo gioia a star fruendo di questo prodotto un po’ nello stesso modo in cui tutti ne hanno fruito, ognuno al suo tempo.

Quando oggi mi viene da sostenere che Friends sia senza tempo, accade perché ritengo sia impossibile non provare anche solo un briciolo della sensazione di benessere provata da chiunque alla visione. Quasi come una mente alveare in grado di trasmettersi gli un gli altri soddisfazione e gioia. Come un gruppo di amici con idee diverse che si ritrovano al bar per ridere tutti insieme e – finalmente posso dirlo – io con loro, anche se in ritardo di qualche anno all’appuntamento.

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